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giovedì 7 gennaio 2016

Non vogliamo più questa Europa

Avete presente l’Europa democratica e libera che sognavamo e volevamo? Scordatevela, non esiste più. È diventata ufficialmente quello che in molti capivamo sarebbe diventata. Una moneta, un sistema gerarchico di rapporti sociali fondati sulla ricchezza. La libera circolazione delle merci e dei capitali. Il controllo da Stato totalitario.

Proviamo a guardare da vicino. Sin dalla sua fondazione, dai trattati che hanno definito lo Spazio Schengen. Solo alcuni potevano circolare senza controlli di sorta. E per entrare a far parte di questo spazio privilegiato bisognava di saper controllare le frontiere esterne e cacciare chi non aveva diritto (ricchezza sufficiente) a restare nel Continente. Il Trattato, che certo ammette la ‘reintroduzione dei controlli alle frontiere in casi eccezionali’, seppur rappresenti uno dei pilastri fondamentali dell’Ue viene messo in discussione senza remore al contrario di quei trattati che, come il Fiscal Compact per intenderci, hanno reso possibili le disastrose politiche d’austerità.

Sistemi fallimentari di detenzione, privazione della libertà personale e della dignità, luoghi di violenza sparsi per tutta Europa, oltre 400 ad un certo punto. E chi voleva entrare in UE doveva a sua volta costruirne e contemporaneamente assicurarsi che i paesi limitrofi ne creassero in loco, per esternalizzare le frontiere ed allontanare il pericolo di un’invasione.

C’era l’invasione? No. Ma in questa maniera milioni di persone sono entrate in condizioni di irregolarità e precarietà, hanno lavorato, non solo in Italia (in questo leader del settore) al nero e sottopagati, contribuendo ad abbassare anche i salari e le condizioni di vita degli autoctoni e scatenando guerre fra ultimi e penultimi.

Il sistema si è per anni gerarchizzato: all’ultimo posto le donne, ovviamente, e poi via via chi riusciva ad imporsi e a riscattarsi, attraverso i mille cavilli con cui ogni singolo Stato ha gestito la questione, in un’ottica di controllo del mercato del lavoro su base “etnica”. Ogni uomo, donna che entrava nel “paradiso” ci entrava a condizioni specifiche, ogni volta scavalcando muri o “bruciando frontiere”, ma ci entrava con una speranza di ascesa sociale. E oggi?

Oggi il mercato del lavoro si è ristretto, soprattutto nei paesi del Sud Europa che grazie alle politiche di austerity e di liberismo sfrenato, hanno visto frantumarsi interi settori produttivi. Nel frattempo il mondo davanti a noi continuava ad esplodere, grazie a conflitti provocati anche da interessi Occidentali e alle ritorsioni terroristiche, grazie al frantumarsi di Stati e all’imporsi di nuovi orizzonti reazionari altrettanto catastrofici come quelli che ci governano.

Oggi abbiamo un Europa fondamentalista in un contesto esterno ove altri fondamentalismi attecchiscono, anche per reazione. Non è lo “Scontro di civiltà” tanto paventato da una visione perennemente colonialista ed eurocentrica del pianeta, ma quello fra poteri diffusi, ognuno a suo modo nefasto.  I risultati sono muri e frontiere.

Il risultato è un bilancio da guerra di morti nel Mediterraneo, vera fossa comune, oltre 25 mila vittime in 15 anni. Vittime delle leggi e della guerra, non del fato, del mare cattivo, della nave in panne o dei biechi trafficanti, quelle sono concause. E questa è una frontiera.

E poi ci sono quelle frontiere sorte nei Balcani, da quando l’emergenza umanitaria siriana, per tre anni dimenticata, ha bussato alle nostre porte.  Mentre i potenti si divertivano col risiko della geopolitica applicato a esseri umani in carne ed ossa: Turchia, Grecia, Bulgaria, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca, ergevano lentamente muri, reti di filo spinato, inutili quanto crudeli, funzionali ad ottenere risorse dai bilanci UE.

E intanto si presidiava il confine fra Ventimiglia e Mentone, fra Francia e Italia, quello del Brennero, fra Italia ed Austria, a breve, molto probabilmente, fra Italia e Slovenia, quello di Calais, fra Regno Unito e Francia.  Oggi – se ne parla poco – in quella che chiamano la giungla di Calais, vivono in condizioni disumane 6000 persone, ne sono morte 11 di stenti in pochi giorni a dicembre, nel silenzio assoluto.

E poi i vecchi reticolati in Marocco delle enclave spagnole di Ceuta e Mililla, dove si spara a chi esce, il Mar Egeo, dove nel tentativo di scappare dalla Turchia per andare verso la Grecia sono morte nel 2015 oltre 700 persone, molti i bambini. Il 2016 si è inaugurato con altri 36 morti e anche lì molti i minori.

La foto di Aylan, il bambino siriano trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, Turchia, ha fatto male, come hanno fatto male e commosso i naufragi che sono continuati al largo della Libia, ma si dimentica facilmente.
Basta erigere muri e allontanare il problema.

Ma questo non basta. L’impossibilità della Grecia a fermare le persone ha portato l’UE a proporre la sospensione per due anni e per tutto il continente, delle misure di libera circolazione nello Spazio Schengen. La minaccia è rientrata dopo che la Grecia, con lo stesso ricatto con cui ha dovuto accettare il memorandum economico, ha dovuto accettare le guardie di frontiera e il personale di Frontex per fermare, controllare, cacciare.

Oggi la libera circolazione sta morendo, anche con l’alibi dell’“allarme terrorismo”, e si utilizzano due strumenti a tenaglia.

Da una parte le frontiere si chiudono, dal civile Nord Europa, Danimarca, Svezia, Germania, in Belgio e in Francia, dove ormai il controllo al confine riguarda tutti. Si promette di accogliere un numero limitato di richiedenti asilo ma poi prevalgono gli egoismi dei singoli Paesi, prevale il fatto che, al di là di alcuni gesti propagandistici, si vorrebbe fermare ognuno nel paese in cui è scappato.

E si accettano come rifugiati solo coloro che provengono dai paesi in cui almeno il 75% dei richiedenti asilo ottiene risposta positiva, attualmente Siria, Iraq, Eritrea, Repubblica Democratica del Congo. Gli altri sono “migranti economici” e debbono tornare nel loro paese che è considerato “sicuro”.

Leggiamo di quanto accade in Nigeria, Afghanistan, Pakistan, Turchia, Somalia, solo per citare alcuni esempi, ci indigniamo, ma poi lasciamo che le persone vengano deportate negli stessi luoghi in cui si muore ogni giorno. E nel frattempo ci si rimpalla le persone come fossero pacchi, fra un Paese e l’altro, usando un’altra volgare violenza, il Regolamento di Dublino che obbliga a fermarsi nel paese in cui, spesso a forza, vengono prese le impronte ai profughi.

E la seconda tenaglia è quella dei soldi. Soldi da dare ai paesi terzi affinché fermino i profughi, certo per aiutarli, si dice. Il rapporto di Amnesty International sulla Turchia parla di costanti violazioni dei diritti basilari di chi è trattenuto nei centri ma nel frattempo l’UE destina 3 mld di euro alla Turchia per aiuti.

Saranno utilizzati per alzare le mura delle gabbie, per riportare in patria chi non è siriano o iracheno, per imprigionare minoranze come quella kurda. La Turchia di Erdogan, quello che cita un certo Hitler come esempio di presidenzialismo, incassa e ricatta: «O ci date i soldi o noi i 2.200.000 profughi non riusciamo a “trattenerli”.

E soldi ai regimi africani, in cambio della costruzione di campi per rifugiati per ora in Niger, ma poi chissà magari anche in Sudan e Mali. Il Processo di Khartoum, quello con cui si è ridata legittimità a dittatori atroci come Isaias Afawerke in Eritrea, va avanti, l’incontro che c’è stato a Malta a novembre, fra UE e Stati Africani non ha ancora prodotto i risultati sperati per l’avarizia degli Stati europei ma l’intenzione è quella di far divenire anche paesi a sud della incontrollabile Libia, campi di concentramento pagati dall’UE.

1.800 milioni di Euro sono già disponibili, la stessa somma dovrebbe essere messa a disposizione come sommatoria di raccolta dai singoli Stati e quella ancora manca. Intanto si sperimentano collaborazioni con le polizie delle dittature per fermare gli arrivi delle persone.

In questo orrido gioco Italia e Grecia dovranno fare una parte consistente del lavoro sporco. Avvalendosi di risorse europee e dell’Agenzia Frontex, dovranno, nel silenzio degli organismi internazionali, provvedere ai rimpatri. Il meccanismo ferruginoso è già pronto: chi arriva finirà negli hotspots, dove difficilmente potrà chiedere asilo.

Una parte consistente di coloro che fuggono da Paesi non ritenuti a rischio (la richiesta di asilo dovrebbe avere carattere totalmente individuale) potrebbe essere rimpatriati. Ma dove? Nel proprio paese o in altri di transito? Cosa importa. L’importante è che non tocchino il sacro territorio europeo.

Il 2016 si è aperto con la morte per freddo in Turchia, di un bambino siriano di 4 mesi, ma questo non cambia nulla, la macchina deve andare avanti. Inceppiamolo questo meccanismo infernale, con la politica, quella alta che ancora a volte riesce a farsi flebilmente sentire, quella delle città meticce dove ci si aiuta anche in emergenza e in quella sociale, dove invece di far diventare i profughi fonte di profitto per delinquenti si può provare a costruire vera alternativa.

Inceppiamola con vera informazione, raccontiamo perché si fugge, da cosa si fugge, per colpa di chi e in quali reali dimensioni, raccontiamo il fallimento di una politica estera europea misera e criminale, facciamo comprendere che il pericolo è in chi ci comanda e non in chi bussa.

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