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domenica 24 gennaio 2016

Miseria e nobiltà.

Nel secolo scorso, al netto del rimpasto che hanno provocato nella società palermitana le due grandi guerre, si assisteva ad una vera lotta per la conquista di un posto al sole. Gente che dalla provincia si avvicinava alla grande città con la speranza di salire sull’ascensore sociale o,  se ciò non fosse stato possibile, quanto meno prenotare un posto per i figli.
Gli anni cinquanta ed anche parte dei sessanta, grazie  alle politiche “assistite” dagli USA, videro decine di migliaia di “pieri  ‘ncritati” (scarpe sporche di terra), come venivano chiamati gli immigrati dalla provincia, occupare ogni posto nella macchina amministrativa e burocratica statale a tutti i livelli. Si passò, dall’esigenza del pane a quella del frigidaire. Un popolo stremato dalla guerra, finalmente mangiava due volte al giorno. Poi, sfumata la rabbia studentesca degli anni ’70 e con essa il sogno delle masse al potere, ci si rese conto che con qualche cambiale si poteva aspirare al villino al mare o al ripristino della casa colonica dei nonni al paese. Gli anni ottanta, con i socialisti a soffiare sul mantice della fucina dei “soldi facili”, fecero vedere il punto più alto dell’ostentazione con palchi prenotati al teatro, pellicce e macchinoni. Dagli anni novanta, per quanto l'ex pentapartito ed il suo apparato inventassero professioni e ruoli fantasiosi nella macchina regionale e, per chi restava fuori, tutte le forme possibili di precariato, si è assistito ad un lento ed inesorabile avvitamento delle economie domestiche. Ora leggo nei vari social commenti di gente che ha dimenticato le proprie origini. Che si inventa origini pretenziose. Che ostenta, con spocchia miserabile, epiteti verso i reietti, gli sfortunati, gli schiacciati ed io che mi nutro della mia povera origine come dell’orgoglio di una vedova che mi ha tirato su assieme ad altri quattro fratelli mi domando:-“ Ma sono convinti che la nobiltà stia dentro un portafoglio?”.

Carlo Mocera   

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