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martedì 12 gennaio 2016

Immigrazione, guerre e lotte di classe

Si fanno sempre sentire, anche qui in Europa, gli effetti politici, sociali, culturali della nuova qualità dello scontro in atto nelle zone più delicate del pianeta, quelle dove le potenze imperialiste si scontrano per il possesso e il governo delle vitali fonti energetiche. E’ ben ricordare sempre questo per comprendere il tipo di risiko in corso tra l’Asia centrale, il Medio Oriente, l’Africa del Nord e sub sahariana: una guerra prima di tutto economica con le potenze occidentali e orientali coinvolte e non certo quello che è stato ipocritamente definito “uno scontro di civiltà”.

Non ci si può però limitare all’astrattezza e non vederne gli effetti concreti sulla vita quotidiana: l’ondata di migrazioni in fuga dalla guerra, terrorismo e fame ha provocato fatti importanti di squilibrio nell’assetto delle società europee e, soprattutto, reazioni di diverso tipo da parte dell’establishment politico e culturale.
La risposta più immediata e odiosa è quella dell’innalzamento dei muri e della militarizzazione del territorio.

La politica viene accantonata quando rischia di innescare confronti che pongono in discussione il cosiddetto ordine costituito (niente rivendicazioni, niente scioperi, inviti pressanti alle varie unità nazionali con tanto di dispiegamento della retorica delle bandiere e degli inni). C’è spazio soltanto per sorde lotte di potere.

La parola d’ordine imperante da parte dei sostenitori del pensiero unico e della “tranquillità borghese”-. Nella sostanza è necessario rifiutare il multiculturalismo offrendo agli immigrati protezione e opportunità senza esitare a chiedere con fermezza il rispetto delle regole.

Su quali regole però è forse il caso di interrogarci.

Forse quelle di un’assimilazione del conflitto derivante dalle contraddizioni derivanti dalla guerra che dovrebbe avvenire non tanto sul piano culturale (un fattore che viene usato quale sorta di nobilitante “foglia di fico”) ma piuttosto politica all’interno del meccanismo stritolante di un capitalismo fondato completamente sull’egoismo proprietario, la reiterazione dello sfruttamento, l’individualismo consumistico: la “proprietà dell’altro” come identificazione della propria virilità è ben altro da ciò che intende l’illustre scrittrice. E’ proprietà “economica”, libertà di impadronirsi davvero dell’altro ma per farne l’oggetto del proprio arricchimento materiale nell’espressione del dominio.

Viene invocata la reciprocità che consisterebbe nell’esigere dall’altro quello che si pretende per sé, praticando così il rispetto come forma dell’etica pubblica. Ma questa reciprocità non si verifica quando in ballo ci sono gli “interessi” della bassa cucina della ricchezza.

Non sarà mai sufficiente lo schermo dei relativi integralismi religiosi perché ci si nasconda la cattiveria di una società fondata sulla disuguaglianza . Una società comandata dagli avventurieri che se ne impadroniscono per il loro profitto.

In questo quadro descritto cerco in maniera del tutto sommaria è necessario continui a esistere una parte politica e insieme culturale, quella che storicamente abbiamo definito come “sinistra” .

Una sinistra capace prima di tutto di demistificare questo tipo di impatto culturale e d’immagine tendente a conservare presunti valori di un primato del “pensiero unico” in modo, nel nome di una presunta “sicurezza”, di abolire l’antagonismo sociale.

Occorre il coraggio del “controcorrente” perché si mantenga ferma l’ispirazione dell’universalismo internazionalista cercando di comprendere come, ancora una volta, si stia cercando di far passare come idee dominanti quelle della classe dominante.

Idee della classe dominante da contrastare anche quando sembrano incontrare sentimenti emergenti nelle masse, attraverso la propaganda populistica.

Anche nei momenti più difficili, nel corso dei quali è possibile pensare a un prevalere dell’avversario di classe grazie alla sopraffazione dettata dall’uso spregiudicato della comunicazione di massa attraverso la quale si reclama un restringimento nell’ottica stessa della dimensione umana e non semplicemente della partecipazione democratica, è il caso di non abbandonare i “fondamentali” di un’etica alternativa fondata sull’eguaglianza (nell’insieme delle fratture agenti all’interno della società, in una visione strutturale che nella frattura di classe vede inserite quella di genere, d’ambiente, della diversità nel quotidiano) e sul tipo di progettualità politica che ne deriva sul piano storico.

I grandi interessi economici, politici , sociali, culturali, nell’espressione stessa delle dinamiche delle relazioni, non potranno mai coincidere in un sistema governato dall’alto in ragione della parte più aggressiva e rampante in nome dell’ideologia individualistica.

Gli interessi non potranno mai coincidere anche se si tenta di esprimere la narrazione di una società destrutturata da intrecci diversi di pulsioni e visioni morali apparentemente tra loro alternative .

Pulsioni e visioni morali che la tagliano trasversalmente ponendo in maniera inedita la realtà delle contraddizioni in atto.

Le contraddizioni della modernità, la complessità delle “fratture” restano comunque riconducibili all’unicum” delll’espressione di un dominio dall’alto che spesso, ormai, assume le sembianze dell’espressione personalistica capace di annullare lo stesso costituzionalismo.

Ciò sta avvenendo qui, nella vecchia Europa, non soltanto in ragione dello squilibrio causato dalla guerra, e non esclusivamente tra i paesi dell’Est che erano appartenuti alle società bloccate del “socialismo reale”.

Dobbiamo porre ancora una volta tutta l’energia disponibile per non farci risucchiare nella retorica dello scontro per affermare l’identità di una visione del cambiamento sociale tale da esprimersi nell’insieme dello scenario globale.

Ci sono vecchi insegnamenti da non smarrire : non è possibile abbandonare tutto a una sorta di nichilismo millenarista e moltitudinario.

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