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venerdì 8 gennaio 2016

di marcello scurria: MACBETH, ovvero Le grandi domande.

Ieri sono andato al cinema e dalle prime battute si presenta il genio shakespeariano una mente cruda più innocente della verità che riesce a narrare, mentre la costringe a  diluirsi episodio dopo episodio  verso la sua negazione lungo le vie traverse del conflitto interiore che induce in errori sempre più grandi, direttamente proporzionali al potere che le compie o che le incarna.
Il fascino delle grandi domande è nel gioco della vita; e se la vita è un gioco, allora essa ha regole che distinguono gli uomini dal resto del regno animale: gli esseri umani sono stati creati per dare la voce alla natura. Il destino, le quattro direzioni, in Macbeth hanno la voce delle aspirazioni regali. Innate.

Questa supremazia è una facoltà vera  sensibile e condizionata dalle corrispondenze di casta. Da padre in figlio si eredita il pensiero del cuore della continuità, molto prima che si vada in cerca della corona. 
Appunto, un'idea che ci appartiene da sempre ma che ora è inconscia, criptica e ancestrale. E' facile chiedersi se trattasi di destino o quanto c'è di destinato nelle quattro storie del Macbeth. E' subito una grande domanda.  L'ordine e il significato che si cerca, è un filo conduttore unico, uno spazio del significante che si fa presto a intuire nella dimensione eroica che contraddistingue la trama sempre più cruda, sempre più terribile, sempre più vera. Che è anche una sfida rivolta a se stessi. Ogni  dialogo è un intercotidale tra la comprensione umana e l'irrazionalità della magnificenza concepita come ideale, e  le parole di questo pragmatismo esprimono sempre poesia, sinfonia di emozioni  senza esitazioni, così crude e chiare da essere messaggere apodittiche.
Una condizione della certezza individuale si riflette su di uno specchio fantastico. 
Per essere poetici e comprendere la poesia, è necessaria la sincerità. E la sincerità è pragmatica, nel bene e nel male, è quella che è. 
Quella di Macbeth secondo Shakespeare. 
Una dimensione rivelata nella preghiera  che lo spettatore percepisce con distacco, allarmato dalle parole della Lady cariche di vanità e ambizione licenziosa a cui l'eroe Macbeth si abbandona per amore. Purissimo amore.
Chi ha orecchie per comprendere e occhi da osservatore capaci di penetrare fin dentro i solchi della pelle, non vede soltanto la gloria del sangue; perché quello che si ascolta  e vede, non sono soltanto i paragrafi di un poema ben scritto, bensì è molto di più, tale è l'immedesimazione degli attori che danno voce e forza bellica alle emozioni interiori, una stanza dell'ego, profonda e sondabile nell'empito del luogo divenuto sacro per il cuore che trasmette alla sua stirpe la verità più certa, così vicina alla morte che c'è non altra intenzione se non quella di rinascere nel figlio. O indossare subito la corona di Re.
Banquo non muore, durante le pugnalate letteralmente si rigenera e vive finché non vede che il figlio può salvarsi.  Il patriottismo regale di Fleance, figlio sopravvissuto all'assassinio di Banquo è in questa certezza, il destino che si compierà.
Frattanto non c'è anelito di buon governo, bensì  si raccolgono i deleteri effetti delle sopravalutazioni.
Noi uditori, non sappiamo ancora che si stratta di una misura, di un parametro di valutazione delle debolezze mortali agite dal peggiore libero arbitrio. C'è da impressionarsi a sentire il peso di questa preghiera rivolta nella solitudine dell'io esaltato dalla ambizione femminile e dalla certezza di poter fidare nella longa manus  di Macbeth. Ancora si amalgamano di debolezze, il desiderio e l'azione,  la luce e l'inevitabile ombra  si fondono insieme nell'estremo compromesso che serve a prendere il potere togliendolo a chi lo detiene. Ma tutti i Re sono stati  consiglieri spregiudicati e nessuno dorme se il sonno è foriero di incubi. Questa del sonno è la lotta che Macbeth vince contro Duncan, che uccide nel sonno insieme alla sue guardie disfatte come lui dall'insonnia.
Qui, l'umanesimo è riconducibile al punto di vista delle prospettive. Siamo messi di fronte alla vocazione, una percezione di  intenso e di indiscutibile fascino, contestualizzata nel film come una brama incarnata nella bellezza femminile che è sensuale anche quando prega.
Ovvero, la perdizione di Macbeth.
Oggi, una tale animosità è in crisi, anche l'inconscio collettivo ha dimenticato il furore dell'ardore, e la politica non è figlia né della vocazione né degli ideali. 
Mi rendo subito conto dalla banalità dei commenti vicini, sussurrati come  pensieri fuori dalle redini, da spettatori come me comunque abbacinati dalle scene, ignari che Macbeth va chiedendosi se esiste il tradimento. E' questa la vera musa ispiratrice di Macbeth! L'angoscia che Lady Macbeth non abbia capito la musa che gli ha fatto brandire le armi.
Chi mai potrà sfatarla se non una donazione di certezza? Lady Macbeth gli ordina di finirla! 
C'è anche l'interpretazione letterale. Ma questa è poca cosa rispetto all'amore bellico  nato e cresciuto al seguito di battaglie profetizzate nelle parole della coppia. Il sodalizio tra Vanità e Potere si è concluso,  ma l'incomprensione mostrata dopo l'assassinio di Duncan, è per Macbeth indecifrabile. Il suo amore di coppia, era bellissimo o no? Il dilemma diventa ossessione. L'ossessione, follia. Ed è come se questo facesse storia prima che si trasformi in delirio. 
Si può rinunciare a sfidare il destino quando la paranoia è direttamente proporzionale alla sua distruttività? No. Infatti, Macbeth è incapace di ascoltare e il sospetto che sia pazzo dilaga come una ineluttabile disgrazia di cui diffidare. Ben presto è chiaro che non è più capace di governare.  E' talmente fuori di testa da essere allucinato. Parla al morto. Il rimorso della sua crudeltà e ostinazione a realizzare i sogni d'amore non lo fanno dormire, e quelle gesta orribili non hanno più il senso della verità che ebbero quando realizzarono le aspirazioni della moglie e regina. 
Macbeth sa d'essere stato abbandonato e i dialoghi esprimono le visoni di questi cervelli potenti  che la pazzia di Macbeth ha reso nemici E saranno inutili gli appelli alla tolleranza.  Il delirio di Macbeth è funesto per tutti. 
Frattanto, il figlio di Banquo, Fleance, è sopravvissuto all'infame imboscata e Macbeth è furioso per non essere riuscito nell'azione perfetta intrapresa per eliminare sia Banquo che il giovanissimo Fleance, i pretendenti al trono dopo l'uccisione di Duncan.
Ciononostante è lecito chiedersi se Macbeth, che non ha figli diretti, uccide e ucciderà nella prospettiva di essere uno? e per questo, anche immortale? 
Quando non si è più complici in amore, non si è sottomessi neanche alle leggi della natura,  e il delirio d'onnipotenza cova e resuscita nelle indifferenze della vitalità persa nella malinconia. Macbeth non ha perso il rispetto, ha perso il carisma. Cosa ben più grave che l'essere contraddetto, sebbene - vale come anticipazione -  alla fine della sua storia Macbeth sarà riabilitato nell'onore: Onore a Macbeth! urlerà l'esercito inglese mandato dal re d'Inghilterra in aiuto di Macduff che saprà di avere avuto moglie e due figli maschi bruciati vivi per mano di Macbeth.
A questo punto, l'odio di Macduff raggiunge le vette titaniche della esaltazione e premonizione mistica.
La drammaticità di queste scene è semplicemente sublime. Si aprono finestre su l'arte prosaica che echeggia nei particolari di alcuni capolavori pittorici del medioevo, e la scena del rogo  dove fa bruciare la madre e figli maschi che potrebbero intralciare la sua corsa al dominio assoluto, è sinonimo di una follia altra, di un Macbeth che non è più uomo,  è inumano.  Macbeth li vede bruciare sebbene  la cura è facile: come gli ha detto la Lady prima del rogo, gli basta fermarsi e ammettere i propri limiti che insieme al sonno hanno perso anche il freno.
Chi ha ragione? La natura o la vendetta? Macbeth non è una vittima della noia che genera mostri ma letteralmente dell'assenza di sonno a cui lo costringono il rimorso e i dilemmi.  L'insonnia è un nemico che vince, ma ostinarsi conto una legge di natura  trasforma la realtà in qualcosa di impercorribile.  
La regina Lady, è impotente di fronte all'inevitabilità che  l'eroe dei suoi sogni appagati gli è sfuggito di mano in modo irrecuperabile. Perciò la Regina muore e Macbeth (sorpresa!) non esita alla notizia. Invece, raggiunge ironico il talamo dove è distesa e le parla. La sente viva e la vede viva, il corpo della moglie disteso senza vita sul letto non gli basta, lui la vede sensibile alla prolusione asettica, insensibile, follemente indolente che le resoconta all'orecchio le orribili esperienze di morte e sangue di cui la sua anima è responsabile. E tale l'eccesso di questa follia che ormai niente potrà fermare il suo delirio d'onnipotenza. Tranne uno, il Titano Macduff la cui rabbia e dolore sono così forti da renderlo l'unico avversario capace di affrontare e forse distruggere l'infallibilità di Macbeth devastato, ora, dalla nostalgia di essere stato un uomo di buon senso e giustizia.
Perciò si chiedono oracoli ai morti e Macbeth sa di essere la causa di ogni scelo in terra.  
Il Titano che ha avuto bruciati vivi, moglie e figli, è una fama che chiama a raccolta i sudditi che non possono non assistere allo  scontro fra il Re e l'uomo che dentro e fuori le mura del castello ha avuto il coraggio di chiamarlo tiranno.
A questo punto, Shakespeare è crudele contro tutti: Macbeth è consapevole che il peggiore arbitrio premonitore di tutte le sciagure ha cessato di esistere e che essendo morta, la regina ha fatto morire con lei anche la speranza di una complicità ritrovata. Ora, il posto di Lady è preso dal destino. Esso  incombe inesorabile sull'eletto Macbeth che una profezia ha dichiarato invincibile, finché non sarà sconfitto da un uomo che non è nato da donna. Per lo spettatore, l'allusione è chiara ma contestualizzato allo scontro,  Macbeth è sicuro di vincere. Il fatto, è che Macbeth non vede tra la gente che assiste al duello all'ultimo sangue, nelle scene uno scontro terrifico,  chi è costui che non essendo nato da donna lo sconfiggerà.  Non essendoci, allora non avrà più nemici da combattere e la sua vita sarà vuota e inutile. Così ha ottenuto la risposta alla grande domanda che come una annunciazione lo incarna nella morte insieme alla grazia che fa al Titano, lasciandosi uccidere con l'ultimo fendente. La morte di Macbeth è lenta ed è senza agonia, è così che vuole morire Macbeth, da spettatore di ciò che ha seminato. La risposta al suo odio è nel regno delle anime innocenti che finalmente hanno ottenuto giustizia.
Ma da chi? Dal regno dei cieli o da quello terrestre?

Grazie per l'attenzione, gennaio 2016
Marcello Scurria.

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