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mercoledì 2 dicembre 2015

di marcello scurria: UN CUORE DI TERRA

Ci chiediamo cosa vuol dire empatia? Un termine che piace confondere con l'altro simpatia usato nel senso univoco dagli scrittori e poeti romantici tedeschi che, ci ricorda  Albert Béguin, li ha accomunati insieme. Badiamo bene, non è un errore: è ciò che leggiamo nel suo splendido libro "L'anima romantica e il sogno". Tuttavia,  L'empatia è un significante etereo e universale che non ha per oggetto solo Adamo o solo Eva o solo Eros e solo Afrodite. L'empatia verso la bellezza è un'emozione che si elonga e si allarga in declinazioni immateriali, derivazioni che coinvolgono il pensiero del cuore sensibile ai valori universali, cioè presenti ovunque. La bellezza è una qualità edenica, è innumerabile, e la sua congettura è sinonimo di perfezione.
 Invece, la simpatia non è universalizzabile e, per quanto sia un pensiero positivo, provare simpatia è una cosa diversa dall'idea di sacralità suggerita dalla empatia con la bellezza. La bellezza è oltre la simpatia, è pensiero abbacinato e spontaneo che scaturisce dall'ammirazione della natura,  una pratica della contemplazione indifferente alle variazioni d'umore o alle stranezze del carattere umano che non fanno parte della tangibilità, semmai necessitano di un approfondimento di tipo psicologico o caratteriale estraneo all'aspetto fisico che tramite l'indagine si spera  corrisponda anche al mondo interiore della persona immediatamente simpatica. In altre parole,  la bellezza fuori e dentro è una possibilità delle cose dell'uomo, non è una condizione a priori. Invece, la bellezza della natura è contemporaneamente ancipite: è sia tangibile che immateriale, ovvero una percezione di verità  indifferente ai dilemmi apofantici. Ergo: di fronte al creato così com'è, purché non distrutto dall'intervento spregiudicato dell'uomo che è anche gratuitamente vandalico, nessuno si chiederà mai se ciò che vede, è vero o è falso? Come è accaduto all'ipotetico tizio subitamente attratto prima e disperatamente deluso dopo. La natura è una fonte   dalle cento sfaccettature e dalle mille versioni che si relazionano con un'idea di sacralità. Insomma, la sacralità è piena di fascino ed è una emozione del cuore che si addice alla spontaneità del contatto che frattanto produce meraviglia. E dovremmo sperare che questa meraviglia si trasformi in stupore, l'eccezionale oltre la normalità che ispira poesia, senso d'appartenenza, genialità dell'armonia. Questo modo di intendere il sacro è una sacralità implicita alla bellezza, resoconto di un'opera sovrumana (o a priori) anche quando è stata l'attività umana a permetterne la sua realizzazione empirica. L'esempio emblematico è quello del giardino in cui la semantica risolve in bellezza anche il progetto ingegneristico o architettonico il quale, per essere bello nel senso universale del termine non prescinde dalla sacralità della natura che rispecchia il canone divino a cui è speculare. Invece, quando la bellezza è opera dell'uomo, e l'arte è stracolma di capolavori incantevoli, non c'è sacralità anche se è il sacro a essere rappresentato, perché l'uomo produce sublime. Dunque, il bello dell'arte in tutte le sua manifestazioni è sublime, non trascende e non si relaziona con il potere divino dell'armonia cosmica, l' ulteriore relazione alla quale non sfugge l'osservatore contemplattivo che introduce sé stesso nel contesto ubiquitario che lo stupisce di supremo stupore. Allora, il sublime è una emozione menoma, manca del senso di religiosità ispirato dalla perfezione dell'immanenza che in quanto viva, implica la serie di stadi tipici della vita, nascita crescita e morte, ovvero l'accettazione di un processo ineluttabile e altrettanto dovuto, innegabile e notorio. Non c'è ipocrisia nella sacralità del creato, ma solo una donazione di certezza in cui l'effimera vita è effimera come la morte dalla quale risorge ciclicamente. Dunque, non possiamo ingannare la nostra morte. Nel temerla inganniamo noi stessi come se fossimo estranei al processo di decadimento. L'invecchiamento implica la morte  e se non nascessimo (più o meno)  con la paura di morire, non ci lasceremmo tediare dal futuro. Non potendo ingannare la nostra morte  commettiamo il peggiore dei peccati se  pensiamo alla sacralità della vita  come preesistente alla religione. La religiosità della vita e la percezione di sacralità non hanno bisogno di celebranti, guru o sacerdoti. L'apparenza è un mysterium fascinans che non è imposto e non è paradigmatico, pena l'alienazione del pensiero che perde la sua più importante caratteristica fascinosa: l'incanto del pensiero libero di pensare la sacralità della natura.
Se i greci ci hanno tramandato l'enormità benefica di Madre Natura perché effettivamente provvide a soddisfare le necessità di ogni essere vivente, dalle piante all'uomo, dai pesci ai funghi, dagli uccelli ai batteri, adesso la situazione corrisponde alla drammaticità di una madre rivoltata come un calzino. La vita e la Terra sono come impazzite ed è tale la criticità che si parla di suicidio planetario. L'ecologia è una scienza nuovissima, perché l'antichissima saggezza di generazioni che l'hanno onorata non è andata sbiadendosi, è stata cancellata come un colpo di spugna e il regno della vita è molto malato. Non esiste una medicina da dare alla terra e la sua febbre non conosce medicinali diversi che non siano il variegato rispetto e pensarla come un figlia, piccola  e indifesa, che chiede aiuto perché è incapace di salvarsi da sola. La Madre che ha dato la vita sta morendo e ha lasciato al genere umano la figlia perché la curi e la custodisca.
E' questo il nostro dovere di genere umano, ed è un tipo di dovere olimpionico!
Grazie per l'attenzione, dicembre 2015
Marcello Scurria

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