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lunedì 7 dicembre 2015

Francia e Venezuela: il ritorno... al buio passato

Dicono che il sonno della ragione crea mostri; la paura, l'incertezza, la crisi e il vuoto culturale spengono i cuori più brillanti e menti più raffinate, un tempo generate da spiriti coraggiosi e rivoluzionari, tuffandoli in un torbido ritorno al passato fatto di chiusura politica, mentale e liberismo come , rispettivamente, nel caso francese e venezuelano.


Probabilmente dopo gli attentati di Parigi, la Francia, già esasperata dalla crisi e dalle politiche liberiste del peggior governo socialista, è caduta nelle grinfie del Front National, partito populista di ultrA-destra puntando il dito sull’immigrazione e islamfobia, partito che mira anche al'isolamento della Francia dall'europa e dal mondo invocando la chiusura delle frontiere.

L’ascesa del Front National in Francia è davvero un sintomo grave della malattia di cui soffre l’Europa in questo momento. Un’orizzonte scuro e tenebroso sembra farsi avanti facendoci ricordare altri tempi quantomeno nefasti che l’Europa ha già vissuto. In un’epoca in cui dominano la paura e il terrore, dopo gli attentati terroristici a Parigi dell’ultimo anno, ebbene in quest’epoca la gente è molto suggestionabile e c’è terreno fertile per partiti populisti e arrembanti come quello di Marine Le Pen.


Sul fronte venezuelano assistiamo ad un colpo di timone, la fine di un era, sapendo che il senso del chavismo, fare in parti uguali la mela del petrolio che cresce spontanea nel giardino dell’Eden che è il Venezuela, e che pure ha ridonato dignità a milioni di venezuelani, non è bastato e non basterà a dare stabilità a un modello di paese non escludente. Ieri come allora, la chiave di tutto è nel creare il potere popolare ma soprattutto nel creare lavoro degno e di massa, qualunque cosa ciò significhi nel XXI secolo e ammesso e non concesso che ciò non sia una mera utopia, in Venezuela come in qualunque parte del mondo.

Non è obbiettivo di questo post fare un bilancio storico del chavismo, peraltro abbozzato in questo blog. Va riconosciuto che il grande merito del reinserimento di milioni di proletari nella vita sociale, politica ed economica, dalla quale erano completamente esclusi durante la IV Repubblica, quella che invece li massacrava nelle piazze, al quale si aggiunge quello del pieno diritto di un paese e di una regione considerato fino a ieri una semi-colonia USA a svolgere una politica estera proattiva, non è stato controbilanciato dal superare altre dipendenze storiche.

Mi riferisco in particolare alla dipendenza dal petrolio. 17 anni nella Storia sono un periodo medio, non lungo rispetto a ritardi plurisecolari, ma neanche breve per impostare una trasformazione di lungo periodo. Il Venezuela ha reso meno ingiusta ma non ha trasformato la propria economia, non ha creato né una base industriale forse fuori tempo, né riattivato la propria produzione agricola in senso cooperativo e artigianale, in larga misura perdendo (e forse è un bene) anche il treno della velenosa trasformazione agroindustriale che tanto danno fa dall’Argentina alla Colombia passando per il Brasile. Il Venezuela , in buona sostanza, non si è liberato della rendita petrolifera come unica risorsa con la quale si fa tutto il bene e tutto il male della storia di questo paese.

Il petrolio, la dipendenza secolare dal petrolio (tanto più a 40$ al barile), è il cavallo di Troia che permette oggi l’aggiotaggio e la guerra economica, che sta minando le conquiste del chavismo e la fiducia che questo possa essere il modello futuro del paese. Al nemico si può legittimamente dare nome e cognome, nei tagliagole della guarimba, i Leopoldo López e le María Corina Machado, la parte di opposizione eversiva ed assassina che solo la malafede dei media mainstream ridipinge come democratica, ma questi vedono solo la faccia visibile di un’aggressione mai arrestata in 17 anni e che per molti versi, non solo col golpe dell’11 aprile 2002, ricordano l’esperienza di aggressione, demonizzazione, delegittimazione, vissuta da ben prima di essere eletto il 4 settembre 1970 dal presidente Allende in Cile, attaccato da destra e da sinistra esattamente come si è fatto in questi anni con Chávez, per poi rimpiangerlo dopo l’epilogo dell’11 settembre.

Ma faremmo torto alla nostra intelligenza se non vedessimo che nel petrolio, oltre alla possibilità di fare giustizia sociale e dare tetto, educazione, salute -ma non lavoro- c’è anche il germe dell’inefficienza, del clientelismo, della corruzione e, soprattutto del mancato superamento della dipendenza storica da questo. Ha ragione Nicolás Maduro a parlare di guerra economica contro il paese, ma come poteva un Venezuela che continua a dovere tutto all’oro nero, ed è un demerito storico della rivoluzione bolivariana non aver alleviato tale dipendenza quando il prezzo era altissimo, non essere vittima oggi della tempesta data dal crollo del prezzo del greggio?

Il risultato elettorale di ieri è netto ed è in favore del MUD, il cartello delle destre. Come sempre in questi diciassette anni hanno parlato le urne e una partecipazione elettorale eccezionale; sono dati che rendono ammirevole la storia democratica del paese in questo scorcio di XXI secolo. In quel che resta del suo mandato Nicolás Maduro dovrà governare con il parlamento contro, i media come sempre contro, le classi dirigenti contro, la guerra economica contro, un quadro internazionale revanscista che affiderà al neo-presidente argentino Mauricio Macri il lavoro sporco, una parte della classe dirigente chavista, quella che in questi anni si è solo data una patina di rosso, che farà il suo gioco preparandosi al dopo. È un compito titanico per il quale difficilmente basterà la dedizione del collaboratore più stretto del presidente Hugo Chávez, lo straordinario dirigente politico scomparso a meno di 60 anni il 5 marzo 2013.

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