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sabato 5 dicembre 2015

Erdogan, il nuovo sultano sanguinario

Un tiranno sanguinario si aggira in europa, è Recep Tayyip Erdogan, ha tutto il potere nelle sue mani avide, sue e dei familiari, a cominciare dal figlio Ahmet, coinvolto in molti loschi affari. Egli ha creato un vero e proprio modello politico, l'erdoganismo, che appare una sorta di bismarckismo iperautoritario, che prova a giocare sull'inclusione delle masse e sulla messa fuori gioco, con qualsiasi mezzo, di ogni forma non solo di opposizione, ma di dissenso.

Recep Tayyp Erdoğan nasce il 26 febbraio 1954 a Rize, una città turca affacciata sul Mar Nero. Il padre fa il guardacoste e decide di trasferirsi a Istanbul quando Recep Tayyp ha 13 anni. Il futuro leader della Turchia vende limonata per la strada e frequenta una scuola islamica.
Poi si laurea in management alla Marmara University e gioca a football professionistico. Quando lavora alla Istanbul Transport Authority, il suo capo gli dice di tagliarsi i baffi. Recep Tayyp rifiuta e si licenzia.
La sua carriera politica inizia nei movimenti e nei partiti di stampo islamista, e nel 1994 diventa sindaco di Istanbul. Nel 1997 legge in pubblico un poema islamico dai “toni coloriti” che gli costa una condanna a dieci mesi di reclusione - di cui ne sconta quattro.
Nel 2002 inizia il successo elettorale del "suo" Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp). Oggi Erdoğan governa incontrastato da più di dieci anni. Il suo elettorato è forte soprattutto nell’Anatolia centrale, lì dove, stretti tra i turchi occidentalizzati della costa egea e i curdi delle montagne orientali, ci sono i turchi che vivono il grande miracolo economico della modernizzazione.

Le ultime elezioni sono state stravinte da Erdogan, grazie alle azioni terroristiche contro le opposizioni: la strage dei giovani che marciavano per la pace ad Ankara del 9 ottobre scorso, con 95 morti, e centinaia di feriti, è un esempio mostruoso; saranno stati anche i kamikaze, ma come si sono comportate le autorità? Quali misure prima e dopo hanno preso? La polizia addirittura impediva i soccorsi, e aggrediva i superstiti. Le vittime sono diventate imputati, in sostanza, come in altri episodi assai meno gravi ma diffusi, sotto la tirannia di Erdogan: dopo l’attentato, costui ebbe l’insolenza di dichiarare che si trattava di un atto “contro l’unità del Paese”, lo stesso stucchevole, ma pericolosissimo, ritornello usato contro i partiti curdi.

Tutto, in un clima di crescente intolleranza verso chi la pensava diversamente dal capo, verso magistrati che si permettevano di mettere il naso negli affari di famiglia, verso alti militari giudicati pericolosi per il potere del capo, e così via. Impressionante, la serie di chiusure di giornali e di siti internet, gli arresti e le pesanti condanne detentive di giornalisti, le intimidazioni d'ogni genere verso chi non è del partito del capo o verso chi si azzarda a esprimere, anche in modo sommesso, una critica: di questo passo in Turchia, la Turchia che vorrebbe aderire all’UE, neppure lo ius murmurandi sarà più concesso. L’attentato contro il corteo di giovani che chiedevano la pace, ossia la fine delle azioni militari del governo contro i curdi, essenzialmente, fu un episodio che colpì enormemente l’opinione pubblica internazionale.

Ma quali furono gli atti della “comunità internazionale” volti a chiedere conto dell’accaduto a Erdogan e al suo governo?  E che dire della brutale eliminazione, degna di un poliziesco, della giornalista e attivista britannica Jacky Sutton, all’interno dell’aeroporto Ataturk di Istanbul? Con tanto di suicidio inscenato, per impiccagione, nella toilette… La Sutton indagava sui possibili nessi tra governo turco e Is, guarda caso. Anche in questo caso non risultano inchieste serie all’interno, né proteste “vigorose” della solita comunità internazionale, a cominciare da quella europea. Ogni volta, insomma, Erdogan alza l’asticella, e ogni volta, regolarmente, incontra acquiescenza, connivenza, al massimo imbarazzati silenzi. E stupisce anche l’assenza della stampa di inchiesta su un caso che, anche con lo sguardo cinico del professionista della comunicazione, è dannatamente “interessante”. E il rullo compressore erdoganiano procede, schiacciando tutto ciò che incontra sul proprio cammino.

Nel disegno politico di colui che si considera il nuovo sultano, Erdogan appunto, la "sua" Turchia – sua in senso proprio, proprietario, si direbbe – deve diventare potenza egemone nell'area mediorientale, per poi sedere al banchetto dei "grandi", forte di un esercito potentissimo, e di una crescita economica che finora ha sostenuto le sorti governative; finora, ma le cose stanno cambiando.

Per raggiungere lo scopo, Erdogan non ha esitato a stabilire rapporti, più o meno coperti, con Daesh, mentre conservava e rafforzava i suoi legami con Usa e Nato: non buoni invece quelli con l'Unione Europea, che stenta ad accogliere uno Stato come questo nel suo seno (con notevole ipocrisia, d'altronde). E, soprattutto, Erdogan, con straordinario cinismo, stabilisce e rompe intese ed alleanze: il suo attacco alla Russia (l'abbattimento di un aereo della Federazione impegnato in azioni contro l’Isis è stata una dichiarazione di guerra, evidentemente compiuta con l'assenso della Nato e degli Usa) e l'eliminazione dell'avvocato Tahir Elci, uno dei più noti difensori della causa del popolo curdo, è stata un'altra dichiarazione di guerra, contro un intero popolo, la cui esistenza in Turchia neppure viene riconosciuta (i curdi sono chiamati "turchi del Nord"!). Un vero e proprio "caso Matteotti" in salsa turca.

Ci si sarebbe aspettato una generale levata di scudi, specie dopo aver visionato il video dell’azione: gli assassini scappano verso gli agenti di polizia che sparano verso di loro senza mai colpirli, al punto che vien da pensare che le loro armi fossero caricate a salve. “L’uccisione rimarrà un mistero”, si è subito bofonchiato. Lo rimarrà perché le autorità vogliono che nulla trapeli della verità, perché esse sono implicate direttamente nell’omicidio, che con la solita faccia tosta Erdogan ha attribuito al PKK, che Elci difendeva sia in tribunale, nelle tante cause in corso, sia nelle pubbliche occasioni, in una delle quali era egli stesso incappato nell’accusa di tradimento e quant’altro, ed era stato arrestato. Ma un altro video è da guardare, con estrema attenzione, quello dei suoi funerali. Esso costituisce un bellissimo quanto dolente omaggio al combattente caduto, che è anche una dimostrazione di coraggio per chi vi ha partecipato, e una lezione per chi, nelle nostre tepide case, lo guarda, ammirato della sua grandiosa semplicità, e della sua forza.

Ma il potere di Erdogan e del suo cerchio magico non si lascia condizionare, come non lo aveva smosso l'ondata di proteste dello scorso anno di piazza Taksim in difesa del Gezi Park, ma in realtà di quel poco di libertà che ancora rimaneva nel Paese. Proteste represse, come le precedenti e le successive, con durezza estrema dalla polizia: feriti, morti, e centinaia di arresti.

Tutto ciò nella silenziosa acquiescenza delle "democrazie occidentali", che si stanno rendendo complici del tiranno. L'odio per i "comunisti" (del PKK), da un canto, la russofobia dall'altro giocano sempre un ruolo importante. La democratica Europa tace. I democraticissimi Stati Uniti, invece, si schierano a fianco del tiranno. E così costui, nel suo megagalattico palazzo presidenziale da 1200 stanze -una reggia fortificata, per giunta edificata in zona vietata (il diritto che nasce dalla forza, non viceversa...), sogna come Il Grande Dittatore, aggirandosi per saloni, corridoi, scale, parco... Sogna di avere, nelle sue avide mani prima il Medio Oriente, e poi?

La sua corsa tuttavia rischia di fargli fare passi falsi: colpire con un missile un aereo russo è stato un gesto a dir poco spregiudicato, volto a far schierare tutto l’Occidente al suo fianco, in nome dell’antica paura e odio per i russi; l’arroganza con cui Erdogan ha, con toni truculenti, rivendicato il “diritto” della Turchia a “difendere i propri confini”, perché un aereo aveva sconfinato (per 27 secondi, ossia, 2,7 km), è apparso quasi grave quanto quel missile. Ma quando preso ormai da una sorta di delirio di onnipotenza, Erdogan ha sentenziato: “La Russia scherza col fuoco”, allora l’inquietudine è cresciuta. Non v’è dubbio che oggi, vi sia un solo soggetto politico-militare che possa fermare Erdogan: la Federazione Russa di Vladimir Putin: piaccia o non piaccia. Così come è chiaro che soltanto la Russia oggi sta combattendo l’Is, seriamente, al di là delle motivazioni e interessi.

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