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venerdì 25 dicembre 2015

Bene, adesso il 25 dicembre è passato ma tutte le sue storie rimangono.

Continueranno a brillare ancora per qualche giorno le mille lucine accese sui balconi. Mi piaceva immaginare che le stelle si fossero imbrigliate sulle ringhiere, fuori e dentro le case lungo le pareti addobbate con festoni mentre Babbo Natale si arrampicava sui muri. 

Si ha sempre una emozione strana guardando lampeggiare dietro le finestre i rami degli alberi tra palle rosse e d’oro, nastri e fiori o argentei bagliori, come se dentro quelle stanze ci fosse un camino acceso e fuori tutto il freddo della solitudine.  Sotto l’albero sicuramente i doni avranno atteso lo scoccare della mezzanotte per essere aperti. Rimarranno pure i presepi nelle vetrine e nelle case, anche se non in tutte, per la gioia dei bimbi o  con le nostalgie dei grandi che hanno recuperato i pastori di famiglia, legati ai ricordi di nonni e padri. E rimarranno ancora per qualche giorno le ghirlande di agrifoglio e di vischio. 
E’ tutto Natale? Nel ripetersi spesso inconscio degli eventi la storia non dimentica nulla del suo passato.
     Così le luci sui balconi, ad arco lungo le strade o pendenti,  non sono il Natale ma ne sarebbero l’antefatto storico collegato al rito pagano quando, in tempi assai lontani, “…era usanza il 25 dicembre celebrare la nascita del sole ed accendere, in quel giorno, luminarie in segno di festa…” Non dunque stelle ma sole e calore nelle tradizioni agrarie. 
Anche l’albero ripropone  i suoi miti, abete o pino che sia.  
Il moderno albero di Natale ebbe origine in Germania ma lo ebbero i Romani, e prima ancora i Babilonesi e gli Egiziani. Una favola babilonese narrava di un albero sempreverde che germogliò da un ceppo morto rappresentando la rinascita di Nimrod!  Per gli Egiziani  la palma era sacra  e a Roma era sacro l’abete, decorato con bacche rosse durante i Saturnali! (Walsh, Curiosità dei Costumi Popolari, p. 242).
Il teologo luterano Oscar Cullmann, «osservatore» al Vaticano II,  scomodato per l’occasione, nel suo “All’origine della festa del Natale” riflettendo sul rapporto tra l’abete di Natale ed i riti pagani, lo riabilita alla sua dimensione cristiana. L’albero era considerato simbolo di rigenerazione della vita collegandola al cielo attraverso le sue radici nella terra.  Lo stesso papa emerito Joseph Ratzinger, in un testo del 1978, ricorda : “Gli alberi adorni del tempo di Natale non sono altro che il tentativo di tradurre in atto queste parole: il Signore è presente, così sapevano e credevano i nostri antenati; perciò gli alberi gli devono andare incontro, inchinarsi davanti a lui, diventare una lode per il loro Signore”. 
Dell’Ottocento si ha testimonianza di un abete decorato con candele in un’immaginetta in cui  l’albero si vede dietro al Bambino Gesù. Perché le candele? 
Lo si dovrebbe a San Bonifacio, monaco benedettino prima e vescovo evangelizzatore dei Germani dopo. Si narra nella sua biografia che nel 724 San Bonifacio per sradicare le antiche credenze pagane con una scure volle abbattere la quercia secolare di Geismer, simbolo della divinità pagana Thor, o Donar, sotto la quale si stava celebrando un sacrificio umano. Vi piantò al suo posto un abete verde. Bonifacio avrebbe detto ai pagani: "Questo piccolo albero, un giovane figlio della foresta, sarà il vostro sacro albero questa notte È il legno della pace, poiché le vostre case sono costruite di abete È il segno di una vita senza fine, poiché le sue foglie sono sempre verdi. Osservate come punta diritto verso il cielo. Che questo sia chiamato l'albero di Cristo bambino; riunitevi intorno ad esso, non nella selva, ma nelle vostre case; là non si compiranno riti di sangue, ma doni d'amore e riti di bontà».  San Bonifacio stesso fece decorare i rami con candele che rimasero accese per il Natale, a segnare lo Spirito Santo sceso sulla terra con la nascita del Bambino Gesù. 
Quanta storia ancora prima che l’albero fosse presente nelle case e fu nel XVII secolo, in Germania, prima con le candele e poi con le luci.  Ma un’altra tradizione mi piace ricordarla: è quella medievale che vedeva rappresentare i misteri del peccato originale ed allora davanti ai sagrati delle chiese si era soliti erigere l’albero del Paradiso con le mele rosse appese. Verranno da qui le palline natalizie inventate nel XIX secolo dagli alsaziani soffiatori di vetro? 
A Vienna fu la principessa Henrietta von Nassau Weilburg a volere l’albero  di Natale nel 1816, ed in Francia fu la duchessa di Orléans nel 1940. E l‘albero arriva anche in piazza San Pietro quando il papa Giovanni Paolo II volle un abete  accanto al presepe e così fu dal 1982.  “L’abete sempre verde – diceva Giovanni Paolo II – esalta il valore della vita, perché nella stagione invernale diviene segno della vita che non muore”
Questo  albero natalizio dunque è un messaggio denso di memorie!  
Pure le ghirlande di agrifoglio e di vischio  erano nell’uso pagano di decorare gli edifici e i luoghi di adorazione durante la festa che coincideva con il periodo attuale del Natale. Nell’’Enciclopedia Britannica cercando Celastrales si legge che i pagani europei portavano rametti d’agrifoglio nelle loro case e le offrivano alle  fate dei boschi per proteggere le case dal freddo dell’inverno e i romani scambiavano rami di agrifoglio durante i Saturnali per simboleggiare l’amicizia. 
Che dire del rituale bacio sotto il vischio?  Era una usanza pagana….e  si legge alla voce Santalales nell’Enciclopedia Britannica “si crede che il vischio europeo abbia avuto un significato rituale speciale nelle cerimonie druidi e vive nel folklore di oggi, con il suo status speciale come il vischio Natalizio venuto dai tempi anglosassoni”. D’altronde il vischio è un parassita che vive sulle querce che i Druidi adoravano ed il vischio da loro e dai Celti  era ritenuto rimedio per rendere fertili gli animali sterili. 
Anche l’agrifoglio era ritenuto sacro al dio sole e come il sole la ghirlanda è rotonda, come la ruota dall’inglese yule.
E Babbo Natale con i suoi doni? 
Certo dalla Lapponia il viaggio è lungo e le arrampicate sui muri faticose ma il sorriso non gli manca mai, pur se è un vecchio signore anche pienotto, con i suoi abiti rossi, la barba bianca, le sue renne e i doni da distribuire. Ma questo è il Babbo Natale dei bimbi e della pubblicità. 
La storia lo accosta piuttosto a San Nicola,  di Bari o della città turca Mira, vescovo cristiano del IV secolo rappresentato con abiti vescovili e la barba,  che amava fare doni anche importanti ai bisognosi. Dante ne ricorda un episodio, forse leggendario, nel Purgatorio (XX, 31-33): un nobiluomo caduto in miseria non poteva sposare le sue tre figlie destinate pertanto alla prostituzione.  San Nicola  fu commosso dalle sue preghiere ed intervenne  lanciando  dalla finestra aperta del castello nobiliare, i  sacchi di monete  per la dote delle fanciulle.  Per le prime due notti il lancio riuscì, la terza notte però san Nicola trovò chiusa la finestra e  dovette arrampicarsi fino al  tetto per lanciare il terzo sacco dal camino dove erano appese le calze ad asciugare.
Dunque questo è l’antefatto?
Certo esistono altre leggende, come quella  che in cui si narra che questo santo sarebbe entrato in possesso di un oggetto mitico, il Sacro Graal, capace di "produrre in abbondanza" ciò che voleva regalare.  In ogni caso San Nicola è il "portatore di doni" che nella fantasia popolare arrivava su un asinello nella notte di S. Nicola del 6 dicembre o  nella notte di natale, però vestito in abiti vescovili verdi. 
Anche il nome americano di Santa Claus ricorda Nicolaas, noto agli Olandesi che a lui fanno portare i doni ai bambini durante la vigilia di Natale, però su un cavallo bianco che vola sui tetti. I doni sono certo ciò che attrae di più di questo personaggio ma sappiamo che i doni  erano già scambiati tra amici e parenti nella Roma imperiale tra il 243 e 366, perché quelle “stranae” fossero simbolo ed augurio di prosperità con  la nascita di Gesù e l'anniversario dell'ascesa al trono dell'Imperatore. 
Ma allora l’attuale Babbo Natale vestito di rosso e intrigante da dove arriva?
Dalla Coca Cola! Nel 1931, dopo la grande depressione, la Coca Cola si ingegna nel rivedere il target dei consumi allargando le vendite alle famiglie e dunque ai bambini. 
Haddon Sundblom, illustratore di origini svedesi, immagina un gioioso ed ottimista Santa Klaus che beve la Coca Cola e siccome la bevanda è rossa decide di vestirlo di rosso. Gli piace il suo vicino di pianerottolo, Lou Prentice, perché è pienotto e solitamente allegro, insomma è abbastanza vero e lo  propone come modello. Eccolo il Babbo Natale con i bambini del vicinato ed il cane dipinto di nero! Il suo volto può cambiare ma come cancellare quella immagine di gioia che accompagna i regali e che piace?
Forse solo il presepe ha radici nei Vangeli Apocrifi, presente in Oriente con il cristianesimo e liturgicamente in Occidente, a Roma, per papa Liberio che nell’attuale S. Maria Maggiore celebrò la messa davanti ad una mangiatoia. Era l’anno 354.
Mafri

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