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giovedì 19 novembre 2015

Siamo in guerra, ma cambiare si può e si deve

Se si vuole veramente metter freno alla deriva violenta del mondo occorre cambiare non solo lA politica, ma anche l'economia. Il capitalismo ha
 che creato ed esasperato le diseguaglianze e le contrapposizioni globali. L'imperialismo ha intensificato la sua ingerenza bellica nei paesi del “Terzo mondo” per assicurarsi il controllo sulle zone medio-orientali e quelle asiatiche dell’ex-URSS con le principali risorse naturali.



Lo sconvolgimento politico e territoriale nel Medio Oriente non ha prodotto solo drammi civili, ma anche i crescenti flussi di profughi da guerra e fame, di cui solo una minima parte chiede umilmente ingresso nel nostro benessere europeo, costruito sulle loro risorse. Ma la distruzione delle esistenti strutture statali, politiche e sociali in Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen e Siria, per non parlare di altri focolai e conflitti africani alimentati dall’occidente – ha creato il terreno fertile per ogni tipo di estremismo ideologico o religioso in popolazioni giovani di disperati, privi di ogni prospettiva di vita decente. Terreno propizio anche per le più svariate formazioni paramilitari, tra cui i cosiddetti “Islamisti”, sostenuti da alcuni stati arabi, a loro volta alleati con le nazioni occidentali che gli vendono anche le armi in cambio di petrolio.

Anche nella nostra  Europa neoliberista ha accentuato le diseguaglianze e minato le garanzie democratiche, creando una, se non già due generazioni di giovani prive di prospettive di vita attiva. E tra questi si trovano anche i giovani immigrati di seconda o terza generazione, particolarmente numerosi in nazioni con un forte passato coloniale, come Francia, Inghilterra o Belgio. Altro fertile terreno per il nichilismo politico e il fanatismo religioso: ed è già da tempo che giovani attentatori portano l’assassinio di civili innocenti dalla periferia fin nei centri del nostro mondo benestante.

Ma ora l”Europa e le sue singoli nazioni si trovano in penose difficoltà di fronte al grande problema dei crescenti numeri di profughi dell’ ex Terzo mondo, proprio perché hanno preferito per decenni di ignorare il carattere strutturale del fenomeno.

Se non si riesce ad invertire la rotta – impostando grandi programmi di investimenti pubblici nella formazione e per creare lavoro vero, oltre a piani per ridistribuire il reddito e il lavoro tra tutti, in modo da poter assorbire anche qualche milione di profughi, che del resto sono necessari per mantenere l’economia europea almeno ai livelli attuali anche nei prossimi decenni – non ci resterà assistere che la “guerra contro il terrore”, sparga sangue innocente a lungo.

Eppure si potrebbe anche dedurre dalla storia recente che l’Europa – che ha già mille altri problemi – farebbe bene a mettere fine al suo impegno militare “out of area” nel resto del mondo, anche perché ormai i suoi interessi non sempre coincidono ancora con quelli degli USA. A venticinque anni dalla cessazione della storica funzione antisovietica della Nato, per cui era nata, sarebbe ora di metterne seriamente in questione la ragion d’essere. Altrimenti le stragi del terrore non saranno che un ulteriore sanguinosa tappa in una “guerra” invincibile da ambe le parti, a cui seguiranno altre guerre.

2 commenti:

  1. Bell'articolo. Tra L'altro sono anche d'accordo con te, in questa situazione ci siamo un po' messi anche da soli. Ritengo, inoltre, che quando discutiamo di queste violenze sempre più ricorrenti, oltre a dover denunciare questi atti e chi li compie, dovremmo farci anche un esame di coscienza.
    Comunque se ti va passa dal mio blog, dove ho anche scritto un articolo proprio sul ruolo dell'occidente in tutto quello che sta accadendo. Fammi sapere anche cosa ne pensi.
    Link: http://itrenovo.blogspot.it/?m=1

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  2. Ciao Gerd. E perché no anche italiani o greci o siciliani? Sembra una separazione dal resto d'Italia. Fa un brutto effetto, no? E questo è un messaggio di solidarietà che coincide e risolve sulle esperienze. Molto di ciò che può capirsi e che non necessariamente va detto, è esattamente l'idea di un feeling che unisce gli intenti e le prospettive. Non accade a caso. Questo è dunque un nuovo linguaggio...

    Ciao
    Passa da me e dimmi che ne pensi delle mie riflessioni. Marcello Scurria

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