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domenica 29 novembre 2015

Riflessioni sulla crisi Russia-Turchia

Un caccia militare russo è stato abbattuto da un missile sparato da un aereo turco. Dure le ritorsioni di Putin: stop ai voli charter, vietato assumere lavoratori turchi in Russia. Sembra di rivivere gli anni Cinquanta, con la Guerra fredda, ma le apparenze si fermano qui. Questa non è ancora una vera crisi, ma se si inasprisse la situazione l'Isis ne uscirà vittoriosa.


È improbabile che la Turchia rompa i rapporti con la Russia, visto che dipende per il gas e non solo. Nondimeno questo incidente potrebbe far deragliare il tentativo di dar vita a una migliore risposta internazionale al gruppo islamista militante all'indomani degli attentati di Parigi.

La Russia odierna occupa una superficie pari alla metà dell'Unione Sovietica. Ha un'economia in recessione e non è più  il faro di un'ideologia comunista ma è ispirata da un nazionalismo che è tutt'uno con la figura del presidente Putin. Nient'altro collega l'aggressione russa in Crimea e in Ucraina orientale a ciò che sta accadendo in Medio Oriente fuorché il tentativo da parte di Putin di accrescere la sua influenza in patria e nel mondo. Occorre però avere il senso della misura: la Russia non è una superpotenza e la minaccia che essa rappresenta per gli interessi occidentali in talune occasioni non dovrebbe essere esagerata, bensì affrontata.

La Turchia, in salsa neo-ottomana, è un alleato Nato più di nome che di fatto. È paradossale che il presidente turco condivida con la sua controparte russa molte delle stesse tendenze imperialisti e illiberali. Cosa ancor più importante, tuttavia, è che la Turchia del sultano Erdogan non approva gli obbiettivi statunitensi e occidentali in Medio Oriente. È vero, la Turchia ha permesso all'aviazione americana di utilizzare la sua base aerea di Incirlik per sferrare i suoi attacchi e bombardare l'Isis, ma colpire l'Isis non è una priorità turca. Erdogan sta facendo tutto il possibile per indebolire i curdi, che per gli Stati Uniti e i paesi loro alleati sono quanto di più vicino esista a un partner militare sul terreno in Iraq e in Siria contro l'Isis. La Turchia ha fatto davvero poco per fermare il cammino del'isis.

Che cosa dovrebbero fare dunque i membri Nato? Sarebbe già molto non reagire all'accaduto, e neppure minacciare la Russia come se fosse un nemico. C'è molto di discutibile nella politica adottata dai russi in Siria, dall'appoggio apparentemente acritico al presidente Assad agli attacchi armati a nemici del regime diversi dall'Isis. Tuttavia, l'impegno dei russi volto a sostenere il regime siriano non è controproducente in assoluto. L'Occidente non ha interesse a vedere destituito l'attuale regime prima che sia pronta a subentrargli immediatamente un'alternativa valida.


Per altro, c'è anche la prospettiva di un'evoluzione della politica russa. Quando nei cieli d'Egitto una bomba dell'Isis ha abbattuto un aereo di linea russo, Putin e la Russia hanno pagato il prezzo del loro sostegno ad Assad. Probabilmente, è solo questione di tempo prima che a Mosca accada qualcosa di simile a quanto è accaduto a Parigi. E questo sarebbe intollerabile per Putin, che a quel punto potrebbe voler cambiare la politica del suo paese.

In conclusione, Stati Uniti, Europa e paesi arabi avversari dell'Isis dovrebbero sfruttare questo incidente alla stregua di un'opportunità per avere una maggiore influenza sull'operato di Mosca, senza isolarla o umiliarla. Sono due le questioni che dovrebbero avere la precedenza. Prima di tutto si dovrebbero intensificare i colloqui con la Russia per coordinare ciò che i vari apparati militari stanno facendo. L'obbiettivo ultimo dovrebbe essere quello di sfibrare l'Isis. Se ciò significa annoverare de facto la Russia tra i membri della coalizione dei volenterosi che il presidente francese Hollande sta mettendo insieme.

In secondo luogo, la diplomazia dovrebbe concentrare i suoi sforzi su un piano che delinei un nuovo governo per Damasco. Pur essendo possibile perseguire una strategia anti-Isis con Assad ancora al potere, il fatto che egli vi resti è sconveniente, tale da precludere la cooperazione militare con il governo e da aiutare l'Isis a proseguire la sua campagna di reclutamento.

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