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venerdì 13 novembre 2015

di marcello scurria: Per capire il Genio ci vuole del genio

 La libertà è nata con l'uomo quando non esistevano né la tirannia, né la violenza. Dopo la caduta, la libertà è da sempre l'oggetto più artefatto in tutte le lingue i cui artifici di ogni potere hanno alienato gli uomini liberi che agognano una sorta di ritorno all' essere naturale. Infatti, la libertà è un modo di essere. «E' un gesto del pensiero che cammina con noi. (l'aforisma è mio)» Dunque, la libertà è in noi. E' una entità che capiamo e  si coltiva, soprattutto con l'arte e la poesia. L'umanità ricorda la serenità della pace, e Dio o il potere politico, incarnano i paradossi con i quali onorarla o negarla. Ma, invero, la libertà non è nella disponibilità di nessuna istituzione, la libertà non è istituzionalizzabile, dato che l'autenticità della libertà risiede nella sua immaterialità.
Non si può circoscrivere e non si può sconfiggere, la libertà è immortale perché è nata con la vita ed è necessaria come la bellezza, come la musica, come la creatività. La libertà è creazione ed è sopratutto istinto creativo. Insomma, è fatta di verità e nessun uomo crea la trascendenza. La libertà vera risiede negli ideali e soltanto la nostra umana fantasia può materializzarla in una immagine. Perciò, chi è libero dentro e libero ovunque e l'uomo libero non sa mai cosa accadrà dopo perché è pensiero che dà emozioni e il carisma è una forza immateriale che produce futuro, spiega la vita e rinnova popoli interi. Chi parla di libertà come un predicato disponibile è innanzitutto ignorante o in alternativa, un bugiardo. Ma può facilmente essere un ipocrita che spera nelle guerre per la personale ricchezza, offrendosi di liberare da per ottenere la libertà di, ovvero una cosa impossibile che prelude agli urobori, giochi perversi e ridondanti. Oppure è uno psicopatico che trovandosi nella possibilità di decidere di vita o di morte, agisce con l'ipocrisia che afferma le paranoie deliranti di un megalomane autoindotto. Come Hitler e la sua logica paranoica che sfociò nel fanatismo più gretto e automatico, robotico, maledettamente orribile, e tuttavia capace di ottundere i popoli indotti a perdere ogni legame con il piacevole regno dell'intelligibilità. E' da sempre il momento di preferire chi non parla di libertà per strumentalizzare la società, perché la libertà è un bene indisponibile, come la creatività è un pensiero del cuore. Ciò che conta è il metodo, quella discrezionalità emotiva che può tradursi nell'umanesimo capace di adattarsi armonicamente all'ordine invisibile legato indissolubilmente all'ideale di bellezza. Bellezza, giustizia e libertà vanno a braccetto. Se una manca alla terna, allora è sempre un fallimento. Più bellezza che libertà, perché la libertà è una propaggine della bellezza come l'amore è fonte di auforia che stimola l'immaginazione e il pensiero estetico.  Un'emozione comparabile che chiarisce le idee su cosa preferire. A questo punto dell'emozione, il passo successivo che conta, è continuare a pensarla. Capiamo la bellezza perché è un valore archetipico e ci innamoriamo delle cose belle, così, per diritto divino; ma anche ci immedesimiamo nella buona musica e ci lasciamo affascinare dalla grazia di una farfalla o dalla straordinaria complessità di un fiore perché siamo liberi di capire la libertà come la interpreta il pensiero del cuore. 
Abbiamo bisogno di essere liberi dentro. 

La voce arrivò e uscì divinamente da quelle labbra miracolate. Lo spazio e il tempo del poeta fu quantico, preso dal futuro e ricondotto al presente coeso e sincronizato con la contemporaneità, ma non con il passato che non può ingannare gli angeli, perché il passato non ha il senso della verità. Il passato di tutti i poeti è sempre un messaggio nella bottiglia nel mare delle camarille dove non ci sono barchette di carta, ma moli del potere. Il presente dei poeti è illuso dal passato che lo codifica in un sistema alieno e impreciso. Impossibile stabilire di quale presente si parla, perché il presente è solo del poeta, lo conosce solo lui, è suo, anima e corpo, solitario come una radice verde tra le fughe/fighe del marciapiede. E il futuro è una propaggine di questo passato scorso al presente che insulta dio e l'angelo custode che contemporanieamente si ribellano o si adirano contro l'ipocrisia del presente collettivo che, invece, fa mostra di un tempo nuovo rispetto al famoso passato famosamente rivisitato. La torrre di Babele non ebbe bisogno di lingue ma si fermò dove la pazzia o la verità non ebbero futuro. A quel punto dio morì per tutti anche se la torre non crollò. Il fatto è che dio sparì e chi se lo chiese capì che non parlavano la medesima lingua. Il mito è indimenticabile, entra nel cuore che continuerà a battere bianchi e incolpevoli batticuori. Dio non si chiama e non si raggiunge. E' Lui che andò a trovare il poeta tra le nuvole grigie di una atmosfera da fumetto fantozziano per salvarlo dall'orrore di quel ghetto. La legge ama l'orrore e se dio si sostituì al poeta è perché sapeva che la speranza avrebbe divertito l'intera città. Una amenità che costa dolori e piaghe sulle reni soffocate dal sangue marcio e dalla bile, mentre ama in versi accorati il raggiro che non fa parte di nessuna poesia, ma solo del presente. L'avvocato è pilato nel pilatismo di marsiglia, un incomodo che insapona l'ego di se stesso, un piccolissimo uomo dell'anagrafe presente e indefinita, di un passato divenuto memoria del futuro chiuso in esso e nella speranza già conclusa dei babelici. Il diavolo non esiste, non intervenne a chiudere la bocca del poeta nè tappo le orecchie al genio che ascoltò per non dimenticare mai. Quindi il tempo si fuse in una condizione quantica dove lo spazio è un gatto/ghetto uguale alle fughe/fighe. Il male si dipinge di brutte abitudini che non si imparano ma si reificano. Il male è nell'albo dell'avvocatura complice leonina di tutti i patti possibili e (in)immaginabili dell'udienza una e trina che si dichiarò infallibile setta. Il giudice non impara più, è sparito come l'arco di Ulisse ed è morto come Argo, ma sa giocare solo l'arte di Penelope. Il giudice neanche dubita, è un fumetto autoindotto che si parla addosso mentre compila il suo autoritratto stando molto attento a non distruggere il quadro di Oscar Wilde: Dorian Gray. Tutto questo capì l'angelo del poeta. L'angelo del poeta salì da dentro e fu come una rivelazione. Un angelo custode che il poeta ringrazia perché i batticuori bianchi sono salde radice forti come l'albero della vita che sopravvivrà alla terra distrutta dall'ipocrisia di qualsiasi legge. Purtroppo i tempi di dio o dell'inconscietà o dell'angelo custode diverranno lunghissimi e il nichilismo di ogni male lo sa. Li allunga e li impoverisce per dare al tempo il merito che non ha, perché il successo non è della legge, non è della speranza corrotta con i coproliti della professionalità indotta, ma di Dio che ha messo le ali dell'aquila imperatrice. Il gelo che non riuscì ad uccidere il poeta fu sempre circondato dalle fiamme di un inferno falso dove non ci sono pene da scontare, ma solo pregi da commiserare. Non si può parlare più nè con Ade nè con Persefone, e anche il prete è solo un curioso che non ha mai giocato con i mattoncini del lego sebbne pontifichi con il primo tribunale che fu l'esempio di tutti i futuri, quando vinse il raggiro e morì la resurrezione. Ma Dio sa quando andare a trovare l'angelo custode del genio che siede alla destra del padre. Già, proprio così!
Grazie per l'attenzione, novembre 2015
Marcello Scurria

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