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domenica 15 novembre 2015

ParisAttacks, IL TRIONFO DEL FALSE FLAG E STRATEGIA DELLA TENSIONE

“Un 11 septembre à la française” in grande stile, peggiore di quelli verificatosi finora in Francia (Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015, Saint-Quentin-Favallier il 26 giugno e l’attacco al treno ad alta velocità Amsterdam-Parigi il 21 agosto): è un attacco multiplo, coordinato e simultaneo: si tratta quindi di una rete terroristica con decine di affiliati che avrebbero operato nella capitale, per la seconda volta, senza essere intercettati dai radar dei servizi francesi. A distanza di neanche tre mesi dall’ultimo attentato, l’evento non è realisticamente credibile, a meno che non si accetti la totale incompetenza e fallibilità delle forze di sicurezza francesi.


L'avevamo preventiato. Adesso si vede meglio cosa significa. Tutta la vita politica europea sarà sconvolta per sempre.   Ci tolgono tutte le libertà. Ogni momento della vita collettiva sarà rubricato come problema di ordine pubblico. La nostra vita diverrà un eterno passaggio attraverso un metal detector, coprifuoco, frontiere chiuse, promulgato lo stato d’emergenza.

È l’ennesima strage ascrivibile alla strategia della tensione?

Sì, per diversi motivi, a partire dalla distribuzione geografica e anche storica, di questa Francia che è stata scelta come simbolo da colpire:


I terroristi avrebbero potuto colpire un grande teatro, “l’Opera”, alcuni ristoranti supercostosi dei “beaux quartiers”. Perché in realtà da un paio di secoli tutta la capitale il fine settimana, ma non solo, “fait la fete”, la pittura e la letteratura se ne sono ampiamente occupate. Ma qui appunto negli ultimi vent’anni sono nati (per contaminazione a partire dalla rue Oberkampf) centinaia di ristoranti e ristorantini e baretti di tutti i tipi (non pochi tenuti da italiani espatriati, o dove lavorano degli italiani, detto tra parentesi), molti con le loro “terraces”, e la gente viene anche dagli altri quartieri e dalle periferie, riempie i marciapiedi e nelle ore di punta anche le strade. Si dice questa mattina che è stata scelta quest’area per la vicinanza con la sede di Charlie Hebdo, per marcare il legame con quella prima e simbolicissima carneficina. Non credo che la ragione che sia questa. Come non credo che c’entrino molto le questioni logistiche, anche se colpire le zone ricche, molto più sorvegliate, e più facili da controllare, sarebbe stato molto più difficile.

Il ristorante d’angolo Petit Cambodge della rue Bichat, per esempio, dove i morti pare siano stati quattordici, non ha una clientela danarosa, ma piuttosto di studenti e giovani che appunto possono pur sempre permettersi un ristorante (relativamente) non caro. Di faccia, giusto dall’altra parte della strada, a dieci metri, c’è, e esisteva ben prima, uno “storico” caffè arabo, con una clientela più popolare, o insomma anche popolare (soprattutto a certe ore), e molto più legato al quartiere. E di faccia al locale della Fontaine au Roi c’è un Mc Donald, dove per due euro si può pur sempre buttar giù qualcosina (la stessa cifra in un qualsiasi altro locale non basta per un caffè). Mi sembrano molto indicative queste prossimità, che aiutano a capire meglio come e in quale contesto sono stati scelti gli “obiettivi”.

Come anche non mi sembra anodino che risalendo la rue du Faubourg du Temple, a poche centinaia di metri dal ristorante Casa nostra dove ci sono stati dei morti, si entra nel cuore popolare di Belleville, dove predominano persone di origine asiatica e magrebina (e anche qui ci sono ora moltissimi giovani italiani). Perché a Parigi esistono ancora alcune zone davvero popolari, anche se se si stanno riducendo sempre di più, mano a mano che gli abitanti sono catapultati nelle periferie con il solito meccanismo dei prezzi degli appartamenti e degli affitti. Qui sì c’è la vera povertà, e per la strada si incontrano molti reietti. Duecento metri nella direzione opposta, invece, oltre piazza della République comincia invece l’ormai danarosissimo Marais, dove vivono tantissimi facoltosi italiani che possono permetterselo.

Ci chiediamo se nella testa di chi ha organizzato queste stragi, Parigi, e la Francia, e insomma il Nemico, sia questa realtà della “fête” del fine settimana. Perché appunto qui, o non lontano da qui, vivono, o bazzicano loro e i loro amici, parte delle loro famiglie. Molti giovani “di famiglie svantaggiate” non possono certo permettersi i caffè e i ristoranti, ma ci passano davanti, li conoscono, stanno lì a parlare o a farsi spinelli in gruppetti nelle entrate dei palazzi (personalmente mi ha sempre colpito questa segregazione dal sapore di apartheid, e che fa parte del paesaggio di queste zone, è l’altra faccia della fête”). E’ davvero un altro mondo, fatto di inarrivabili beni immobili e mobili, di pulizia (anche etnica), di distanza abissale da chi è escluso dalla scuola e dal lavoro, e ha difficoltà a sopravvivere.

Questi invece sono i quartieri della “mixité”, belli e vivi proprio per la gran mescola di culture e abitudini, e per la tolleranza che è dipinta su tante facce e si respira nell’aria. Il Bataclan, con le svariatissime forme di musica e gli spettacoli molto diversi che propone, può essere considerato un tempio della “mixité”. E paradossalmente è proprio questa Francia più aperta e mista che è forse, o comunque lo sarebbe, più propensa a capire le ragioni e i problemi dei giovani che si sono radicalizzati, che viene presa come bersaglio. Una Francia che certo non vuole sentire parlare di Front National e di derive populiste. Il terrorismo finisce sempre per prendersela con chi gli è “strutturalmente” più vicino (pensiamo al PCI nei nostri anni di piombo, pensiamo proprio a Charlie Hebdo).

In realtà queste zone stanno cambiando a vista d’occhio. Proprio nella rue Bichat e nelle vie limitrofe stanno apparendo eleganti studi di architetti, luccicanti negozi di vino o “traiteurs” dai prezzi imbarazzanti, negozi di giocattoli o di sontuosetti vestiti per bambini, ristorantini con certe pretese. E nei paraggi dell’uscita delle scuole si vedono un sacco di giovani mamme spigliate ma danarose con bambini che di popolare non hanno proprio nulla. In altre parole è in atto una galoppante gentrificazione, e la corrispondente evacuazione delle frange più povere. Per abitudine questi giovani che si stanno insediando e stanno prendendo possesso delle case e delle vie vengono chiamati “bobo” (bourgois – bohémiens), termine apparso nei primi anni 2000, e che per un breve periodo ha indicato in modo efficace una fetta di popolazione con afflati artistici ma non sprovvista di mezzi. Personalmente questi nuovi protagonisti vincenti mi sembrano ora sempre più bourgois che bohémiens, pur sprovvisti di molte rigidità borghesi e pur pareccchio disinibiti, a cominciare proprio dalla maniera di parlare e di vestire. 

Tutto ciò lasciando per ora prevalere l’emozione per i morti e i feriti, come è giusto.


Il motivo dell’ennesima strage? Si possono avanzare Svariate ipotesi: la continuazione della strategia della tensione messa in atto dal governo francese, l’utilizzo della strage per un’escalation militare in Siria e/o Yemen e il rafforzamento di pratiche liberticide come spionaggio e censura di ogni voce non allineata con il potere.

Quel che certo, data la sconcertante quantità di vittime, è che la notte del 13/11/2015 segna un salto di qualità nello stragismo di Stato e, quasi sicuramente, anche nella guerra per procura combattuta in Siria tra angloamericani, israeliani, francesi e monarchie sunnite da una parte e russi e potenze sciite dall’altra.

 Ora, sapremo se la strage di Parigi è un “false flag” come l’11 Settembre, fatto apposta per innescare una guerra senza fine “al terrorismo” – il terrorismo che gli Usa addestrano, i sauditi pagano e i turchi ricoverano contro la Siria.
Non sarà un false flag se la conclusione che gli stati occidentali sarà invece la seguente:

“Noi occidentali dobbiamo piantarla di reclutare, pagare, armare ed addestrare i jihadisti. Lo stiamo facendo dalla guerra antisovietica in Afghanistan, dove la Cia ha reclutato in un decennio (1982-92) 35 mila terroristi da 43 paesi: allora la formazione si chiamava Al Qaeda. Venendo ai giorni nostri: contro la Siria, fin dal 2011 – attestò allora DEBKA File – fu lanciata “una campagna per arruolare volontari islamici per combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco li alloggerà, li addestrarà e assicurerà il loro passaggio in Siria” (DEBKAfile, NATO to give rebels anti-tank weapons, August 14, 2011.)”

La Turchia, è il caso di ricordaree, è membro della NATO. L’ISIS nasce da una costola di Al Qaeda per riconquistare la Siria all’islamismo wahabita, e poi viene esteso all’Irak per riprendere l’area sunnita. In Siria ci sono con i terroristi corpi speciali inglesi; gli Usa conducono contro l’ISIS bombardamenti che sono in realtà lanci di rifornimenti. Ankara mantiene i suoi terroristi per creare una zona-cuscinetto in Siria, che intende poi inglobare allo stato turco: una Crimea ottomana. L’Occidente vuole sloggiare la flotta russa dalla sua unica base in Mediterraneo; vuole liberare territorio per costruire il gasdottotra il Katar e la Turchia onde sostituire le forniture energetiche russe all’Europa. Per questo l’Occidente aiuta e soccorre i terroristi islamici.

Quanto a Parigi, ha fornito armamenti ai “ribelli” jihadisti libici anti-gheddafi, affiliati ad Al Qaeda e che poi hanno millantato la loro adesione al Califfato.


Ha fornito copertura aerea ai terroristi mentre avanzavano compiendo atrocità. Nel 2012, Hollande ardeva dalla voglia di mandare caccia ed armati in Siria ad abbattere Assad e – quindi – insediare al potere i terroristi islamici wahabiti, insieme all’Arabia Saudita e alla Turchia. Fu architettato un false flag – “Assad stermina coi gas il suo stesso popolo” come pretesto all’intervento. Il presidente Obama per motivi mai ben chiariti esitò, si ritirò (disse che veva bisogno dell’approvazione del Congresso) sicché l’invasione occidentale contro la Siria restò sospesa. Ed è restata sospesa ancor oggi. Sospesa, non cancellata.

Nel 2013, la Francia e la Gran Bretagna fecero sforzi straordinari perchè l’Unione Europea togliesse un (presunto) embargo sulle armi da far giungere ai ribelli terroristi islamisti: hanno avuto successo, l’Europa ha consentito, le armi arrivano ai ribelli terroristi ed hanno prolungato la strage in Siria di altri due anni.

Non era nemmeno un musulmano, si chiamava David Drugeon, ma era sicuramente ben addestrato nei corpi speciali francesi, tanto che era diventato il capo di un gruppo di qaedisti chiamato Khorassan. Agli americani non piaceva come Drugeon faceva il terrorista per conto di Parigi. C’è voluta anche la strage di Charlie per portare la Francia in linea nella “guerra al terrorismo” senza troppa autonomia.

Adesso l’attacco “dell’ISIS” ai parigini – classica strategia della tensione – può avere anche il senso di una punizione: per il fatto che Hollande, appoggiato da Juncker, hanno alzato la voce contro le sanzioni europee a Mosca, ventilando che andrebbero tolte? Chissà. Invece è certo che la orribile tragedia è stata profetizzata.

Se questa tragedia è stata chiamata in anticipo “Un 11 Settembre”, vuol dire che ci attendono altri 15 anni di “guerra globale al terrorismo”.  Eventualmente anche contro la Russia, la sola che – con Assad – sta davvero cercando di eliminare il terrorismo islamico. Se  traesssimo la lezione giusta, ci affiancheremmo alla Russia.   Invece volete scommettere che  non avverrà?

Infine:

Se non fosse un false flag, già si eleverebbe il grido: Basta col lasciar passare centinaia di migliaia di “profughi” cosiddetti “siriani”, quasi tutti maschi e giovani in età militare, alle frontiere orientali d’Europa! Fra di loro ci sono certamente jihadisti, aspiranti jihadisti, wahabiti tagliagole. Che stiamo facendo?

Ora, dai media almeno, questo grido non si alza. Strano. Che lezione stiamo traendo dalla strage di Parigi?

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