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sabato 28 novembre 2015

Libertà e collettività, un possibile connubio di fronte al fallimento del capitalismo

FREE-ITALIA, in questo tremendo periodo, affrontare il tema cruciale del “moderno” rapporto della libertà fra l’io e il noi. Si può dire che l’asse portante è che la libertà singolare non può esistere se non in connessione con la libertà plurale e che, viceversa, la libertà plurale non può dividersi da quella singolare. Dire connessione è dire troppo poco. Bisogna dire, piuttosto, intrinseco rapporto di mutua penetrazione e fecondazione, in un equilibrio difficile. La preponderanza dell’aspetto soggettivo condurrebbe, infatti, a una concezione individualistica della libertà così come la preponderanza dell’aspetto oggettivo, nei termini hegeliani dello “spirito oggettivo”, cioè della realtà sociale storicamente determinata, condurrebbe a una sorta di olismo.


Dunque all’individualizzazione non può non corrispondere la socializzazione della libertà. Come può avvenire nel mondo trasformato dalla tecnologia imperante, che esalta il mito della solitudine anche rispetto alle scelte di fondo nel rapporto con i bisogni, le distinzioni sociali, la valutazione del merito e la sua comprensione in un’equilibrata scala sociale?

In un mondo dominato dall’intensificazione dello sfruttamento e dal predominio del “pensiero unico” dell’accumulazione capitalistica sempre più incompatibile anche con gli stessi meccanismi della democrazia borghese può affermarsi ancora un’idea collettiva della libertà regolata soltanto dal rapporto con una normazione che contenga esclusivamente prescrizioni inclusive o espulsive?

Non basta neppure la “libertà sociale”, che difatti non viene indicata nel testo come alternativa.

Non ci si può fermare, come vorrebbero i teorici della “fine della storia”, allo stadio della libertà negativa: quella dell’assenza di costrizioni esterne. “E’ permesso tutto ciò che non è vietato” e non vale la correzione arbitraria dei cosiddetti “errori”.

Soprattutto perché una condizione di questo tipo finirebbe oggettivamente con il determinare ilcontrollo occulto, il dominio di una coercizione non percepibile su tutti gli atti compiuti dai singoli che dovrebbero così rientrare nelle “regole non scritte” dell’ossequio al potere.

In discussione è la relazione tra il soggettivismo e la facoltà d’espressione, di iniziativa, di ambito collettivo di intervento economico, culturale, politico.

Nel fallimento delle ideologie (ideali) del ‘900 risiede forse l’impossibilità di distinzione tra libertà positiva e libertà negativa di origine kantiana e i dilemmi che ne sono conseguiti appaiono del tutto irrisolti nella crisi verticale della struttura politica.

Tra la richiesta del singolo di non essere etero diretto e di disporre del potere di “fare qualcosa” appare ancora indispensabile collocare uno strumento di regolazione posto ben oltre il semplice tecnicismo giuridico.

La libertà ha bisogno di aspirazione ideale, di visione del mondo, di consapevolezza circa la condizione materiale. La libertà ha bisogno di ricerca e di possibilità di essere espressa attraverso il concorso collettivo nella determinazione dei destini.

In una parola la libertà ha bisogno della politica intesa nel duplice aspetto di conflitto e di ordine. La politica deve tornare a essere “pensabile” attraverso l’interrogativo di fondo, dalla cui risposta si può salire a un ritorno alla libertà: qual è l’origine della collettività e quali i suoi fondamenti di legittimità?

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