BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA

mercoledì 11 novembre 2015

di marcello scurria: LEGGERE E SCRIVERE HA FATTO SEMPRE ROMANZERIA

 Scrissi quest'articolo pungolato da una conferenza di Robert Kennedy (il fratello del più noto Jhon Fitzgerald Kennedy) che tenne un discorso molto struggente presso l'Università del Kansas il 18 marzo del 1968. Sentire Robert, un carattere molto più romantico del fratello Jhon, e leggere contemporaneamente la didascalica traduzione in italiano della conferenza, mi ricordo che mi emozionò.
L'emozione non è uguale al sentimento come l'angoscia non è sinonimo di panico; ma le congetture sorte dalla lettura e dall'ascolto di quella particolare visione del Prodotto Interno Lordo americano, erano concetti che percepii come miei, quasi un alter ego  della mia razionalità. Empatizzai con i rivoluzionari concetti di Robert Kennedy, buonanima, i quali non erano solo economici, bensì erano sorretti da un profondissimo umanesimo avvolgente, tale che il Prodotto Interno Lordo americano sembrava non fosse l'argomento capitale, ma una propaggine della verità che Robert rimarcò poeticamente con un liguaggio sensuoso, molto lontano dalle astrusità iperestesiche dell'attuale linguaggio  dei personaggi pubblici o politici italiani che non sanno cosa voglia dire civiltà intellettuale o sincerità. 
Robert Kennedy senza mai nominarla, smascherò abilmente l'ipocrisia politica che enfatizzava l'economia fine a se stessa a discapito di molti benesseri comuni soprasseduti dall'ideologia della ricchezza esagerata o dello sfruttamento incondizionato di ogni tipo di risorsa. A tutti i costi, anche al prezzo di migliaia di vite americane che in questo modo commossero tutto il mondo occidentale che solidarizzò con le interminabili guerre, fossero di propaganda, di invasione militare o di embarghi,  contro il comunismo. Altresì, in quel dì del 1968, questo grand'uomo pose il grande interrogativo ecologico del rispetto della natura. Un atto rivoluzionario perché nessuno al mondo, tranne gli scienziati preoccupati dallo sviluppo bellico del nucleare, s'era posto il problema dell'impatto antropico sulla natura. L'America era la più forte potenza militare ed economica mondiale e il mito americano scorrazzava per l'Italia in cento modi autoindotti, dai giornali alle tribune politiche, dall'enfasi dell'amicizia alla invulnerabilità della democrazia, dalla immortalità del dollaro alla strategica società dei consumi.  Come molti ricorderanno Alberto Sordi  seppe incarnare l'inconscio collettivo che pregnò l'immaginario italiano ed io, me medesimo, non fui immune dal condividere in anima, pensieri e corpo il mito americano che a casa mia fu sistematicamente venerato. Un modus vivendi  che ho riproposto nella poesia Il mio sogno americano, ovvero una rivisitazione di cos'ero e fui.   
L'ascolto della viva voce di Robert Kennedy è pressoché recente, e malgrado non abbia mai tradito la mia appartenza internazionale a questo occidente collocato al di qua del muro di Berlino, ridestò in me una congerie di emozioni in sintonia con la mia passione per la cronaca, la letteratura o il giornalismo. L'abbrivio emozionale continuò anche dopo la fine della registrazione e, indifferente al tempo trascorso e con un sacco di cose in sospeso, ricominciai da capo.
Dunque, la passione. Fece subito capolino e continuò a scorrazzare tra i miei neuroni, rimbalzando fra testa e cuore secondo un percorso armonioso e certe volte anche iperboreo, andando a svegliare i neuroni menefreghisti che continuavano a dormire  e a disinteressarsi. 
Riuscì a ricordare,  sebbene fosse il primo o il consequenziale secondo ascolto,  che  ne avevo sentito parlare e  questo ricordo mi fece sentire in colpa. Ormai scrivo e pubblico quasi quotidianamente da oltre vent'anni e certe volte in modo univoco e sistematico, anche se non ci guadagno un euro. Non penso al denaro: scrivo per passione e  sono orgoglioso di quello che pubblico perché darsi in lettura, significa per me avere cose da dire che altrimenti nessuno saprebbe. Stessa storia per le conferenze. A quante cose non si pensa? Uh! A voglia! Almeno tante quante sono i dogmi forieri d'ignoranza!
Perciò leggere e scrivere è una ricchissima fonte di novità. Non sono originale per scelta ma le mie trame inusuali sono logicamente sane e percorribili soprattutto per la serendipità di chi si imbatte nei miei libri e  resta piacevolmente sorpreso di leggermi. Non sono pazzo e se dovessi diventare ricco abbastanza da permettermi un'altra vita, non mi dispiacerebbe. Confido ai miei lettori che questo articolo è una rivisitazione del suo originale che è datato al discorso sul Prodotto Interno Lordo pronunciato da Robert Kennedy, quando  tentai di salvarlo con molto disappunto del mio pc che andò in tilt.  Adesso, sarà la simpatia che provo per free-italia, spazio decisamente libero dalle costrizioni mercenarie più o meno subdole ma sempre micragnose anomalie tra il dire e avere  visibilità, che lo riscrivo e ripropongo.
La passione per l'editoria (il mio ultimo racconto Le Quattro Stagioni è stato rilegato  da una casa editrice e una collana che io e il mio stampatore abbiamo denominati per gioco,  ed. La Barchetta, collana: I racconti della conca d'oro), per la letteratura o il giornalismo rivela il suo impeto durante la trasformazione delle idee in parole con picchi entusiasmanti quando scopro soluzioni risolutive che mi affrancano dalle difficoltà della grammatica o della sintassi, e spesso vado in giuggiole quando mi ricordo la parola giusta che spiega di più di una perifrasi.  Chi ha una simile passione, conosce il piacere di questo trasporto. Più raramente è adrenalinico, ma quasi sempre è una scarica di endorfine che ci fa godere psicologicamente. Le endorfine le abbiamo nel cervello come - ma non ve lo dice quasi nessuno - il tetracanabbidiolo, elementi chimici innati e secreti dal nostro cervello quando, in vario modo, si compiace. Le proprie passioni, grazie anche a questa chimica  inducono naturalmente e regolarmente all'euforia. Vogliamo chiamarla gioia? Va bene, lo stesso.  Peché sia gioia o euforia queste sono le emozioni cheindicano la strada della realizzazione personale. Il mio consiglio è di seguire le emozioni che conducono alla felicità perché è questo il più bel viatico che consentirà di essere soddisfatti della propria esistenza. Le emozioni imparentate con la felicità parlano al cuore ed esso - dice giustamente Paolo Coelho -  conosce tutte le cose, soprattutto le strategie da praticare per essere felici e soddisfatti. Mettiamocelo bene in testa, non è una questione di soldi.
Per esempio, quando vediamo una bella femmina, il semplice fatto che sia molto bella, scatena una reazione chimica paragonabile solo alla complessa palatabilità. La vista è l'incipit dal quale il cervello rastrema fra le sinapsi tutti i ricordi inerenti alle pulsioni  erotiche, sessuali e d'esperienza con il partner che risolvono complessivamente nel desiderio di farla innamorare per portarsela a letto. Questo è un esempio di metafisica donazione di certezza. La bellezza può farlo e non solo quella femminile, perché il pensiero estetico si accende trascinato da un valore archetipico: "il bello o la bellezza". E per dirla inseime a joseph Campbell la felicità non va confusa con il sublime, perché la felicità è bellezza. La bellezza del contesto conta molto ed è una donazione di certezza molto seducente. La bellezza conta!  Il pensiero estetico ci consente la percezione della gioia di viverre. I principi basali della felicità sono pulsioni: bellezza, giustizia, emozioni interiori e pensiero del cuore. Infatti, la tecnologia non è un parametro di valutazione della felicità, nè l'assurdo possesso di cifre e zeri in banca coincide con la felicità, dato che nell'uno e nell'altro caso basta un imprevisto per annichilire la felicità. Il giocattolo si rompe; la sentenza lo svuota. Chi è lungimirante e un pò altruista comprende facilmente le implicazioni di questo principio.  Mi interessa ribadire che non cerco capri espiatori da criminalizzare facendo l'allarmista. Me ne guardo bene. Come chi non ripete a memoria gli assiomi a pappagallo e i pettegolezzi, io approfondisco e difendo l'aspetto umanistico inseguito da Robert Kennedy che non ebbe paura della morte. Dunque, chi è felice muore senza dispiacersi perché la felicità vale la vita. Un concetto assecondato anche da Leonardo da Vinci che disse chi vive la propria vita è un lieto morire.
Purtroppo, da oltre un millennio nasciamo con la paura della morte e l'educazione in vita ci impone di temerla. Attenzione, però; perché prendere in giro il proprio morire non è un bel discorso e la pessima carriera dell'uomo su questa terra, mi dà ragione.
Facciamo una sforzo di immaginazione per rispondere alla prossima domanda che, in nome del popolo, ci chiede in tutta sincerità: se diventerete sindaco o governatore, sarete disposti a morire per la vostra Palermo o la Sicilia? O preferite mentire al popolo che vi ha eletto senza sapere che il potere che deterrete servirà  a rubare abbastanza quanto basti per essere sicuri che sia una sentenza o un tritacarte che si guasta non potranno azzerare il patrimonio e la libidine che vi ha arricchiti?

Grazie per l'attenzione novembre 2015
Marcello Scurria  

0 commenti:

Posta un commento