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martedì 10 novembre 2015

LA CONFUSIONE COME REGOLA?

Responsabilità sociale. Disciplina o alibi?

Da qualche tempo ci si meraviglia per scelte di tipo disciplinare che vengono assunte nelle scuole e non solo. A me sembra che la questione sia da discutere per le dimensioni sociali dimenticate,  presi come siamo a dettare contro-regole. Perché le azioni disciplinari nelle scuole sono oggetto di scoop giornalistico piuttosto che rientrare nell’ordinario percorso della formazione della persona? 
Bene intanto che si concordi il significato di disciplina che, dal latino  discipŭlus “discepolo”, richiama letteralmente l’educazione, l’ ammaestramento, l’ insegnamento,  comportamenti che regolano la capacità di ciascuno nel sapere convivere, con ordine e rispetto. 
E’ dunque un insieme di norme e convinzioni che, se osservate, aiutano il soggetto a superare le sue difficoltà senza piangersi addosso o diventare aggressivo, e sostengono tutti ad assicurare una sana organizzazione ed un corretto funzionamento nei contesti di vita, sia che ci si trovi in famiglia che a scuola che nello Stato e al lavoro.
Io sostengo che si tratta di metodo ed il metodo si matura nell’esercizio sistematico e dunque costante,  fin dalla più giovane età. Non è una pre-dica ma una misura di noi stessi.
Eppure siamo investiti, e forse nemmeno ce ne meravigliamo più, da comportamenti relazionali non corretti, teppismo, bullismo, lassismo, in una parola maleducazione,  assumendo in genere ogni forma di giustificazione, spesso alibi, quello stare altrove comodo per  il quieto vivere perché ricompone ed accomoda  il rinfacciarsi le responsabilità.
Il nostro paese veste sempre più frequentemente  l’abito delle trasgressioni, dell’assenteismo, delle truffe e dei latrocini, della violenza,  e si continua a discutere di legalità come dovesse essere un dono divino,  si diffonde il perdonismo che è quella giustificazione a tutto e a tutti nella quale si concima inopinatamente la cultura del potere fare ciò che si vuole.
Si passa dall’idea che il maleducato: “ è piccolo ancora, non capisce” al : “ ma è appena un ragazzo!”,  dal “ ma stava lavorando ed ha diritto a distrarsi ( magari vedendo programmi poco convenienti in orario di servizio)  e non è vero che si assenta”  a “ ma in fondo ha rubato poco”, da”se ha violentato c’è una ragione” a “ se si droga è perché è un disadattato”. Si trovano attenuanti, sostenibili o no,  ma piuttosto che rimuovere i disagi educando già da piccoli, si allentano i freni disciplinari e non segue una misura correttiva.
Non è dunque una dimensione che attiene la scuola quanto una dimensione sociale che nella scuole dovrebbe vedere un luogo privilegiato a difendere la regola quale strumento di educazione e disciplina. Non lezioni teoriche di educazione ma modelli coerenti, non divagazioni ma esempi.  rispettando funzioni e compiti.
Eppure quando si parla di disciplina sembra che si parli di repressione, come fosse una condanna alla propria libertà comunque la si eserciti. Per quanto la libertà propria confina, e non sconfina, nella libertà altrui, spunta subito il giudizio critico, quello che si appella ai diritti,  e la contestazione agli interventi vissuti come abusi. Si direbbe che si rigira la frittata ed alla fine chi dovrebbe essere apprezzato perché intende  correggere abuso e scorrettezza, il genitore, il docente o il capo dell’ufficio,   diventa l’autoritario e il despota dell’immaginario collettivo.
Una volta ebbi a sostenere a chi proponeva corsi di orientamento per i giovani che sarebbe stato più utile rivolgerli agli adulti perché sono quelli che disorientano e diseducano, ovvio con le dovute eccezioni e suscitai offese e risentimenti.
La disaffezione alla disciplina  è un danno sociale enorme che da anni, forse quasi dal ’68, ha allentato i freni delle regole modificando i sistemi relazionali delle generazioni, sempre più fluidi e sempre meno controllabili pure nel quadro di un patto educativo che ormai non riesce a reggere le pressioni.
Essere disciplinati e disciplinare è un impegno grave che obbliga alla coerenza e la coerenza non è facile da mantenere, anzi infastidisce e non poco. Una mina vagante!
Troppo distratti da presunti diritti, impoveriti nell’educazione civica, abbiamo finito per disperdere il significato sociale della disciplina e quanto la disciplina muti e formi la convivenza fin da piccoli.
La famiglia ha da tempo delegato altre istituzioni al suo compito educativo, ed il figlio lo sa, la scuola ha gravi difficoltà ad intervenire per una serie di motivi, e questo lo studente lo sa, gli uffici pubblici non controllano e questo il lavoratore lo sa, per essere gradevoli e “simpatici” occorre cedere a permissivismi e a continue trattative, e questo lo hanno capito tutti, per fare carriera o stare tranquilli è necessario accogliere compromessi- concertazioni, non intervenire con correzioni e controlli  spesso nasconde la difesa di propri interessi e ci si accorge anche di questo, la burocrazia fa il resto ed allora le regole si perdono in utilizzi diversi ed impera la deregulation.
Si disperde il merito ed il valore e si costruiscono modelli di tipo ben diverso. Diseducanti.
Il grave è che non si ottengono cittadini più forti nella loro dignità ma nella pre-potenza, non più saggi nella cultura ma più disordinati nelle pre-tese, non più sicuri di se stessi ma egoisti.
Ancora,  quello che sembra deviare ogni significato di disciplina è l’idea, ma forse è ancora una volta un comodo alibi,  che le regole comportamentali possano essere tanto astratte ed impersonali da renderle addirittura ingiuste. Ed invece il senso sta nella responsabilità propria ed altrui perché convivere con se stessi e con gli altri comporta chiamarsi in causa ed esercitare rispetto per riceverlo non perdendo di vista il fatto che dove ci sono diritti lì stesso ci sono doveri. 
Le molte confusioni tra funzioni e interessi diversi, tra incoerenze e relativismi hanno sbiadito i doveri tanto da non parlarne nemmeno. Scomodi, odiosi e di impaccio,  sono gli interventi sanzionatori ma ancora più dannose le minacce di intervento che poi non avviene lasciando nella ulteriore convinzione che “non succede nulla”, che nessuno se ne accorge, “tutto è concesso” e che ci si può ribellare difesi magari anche per solidarietà dal proprio gruppo.

Proprio lì si annulla il valore della disciplina personale e sociale, lavorativa e politica nella nebbia dell’etica. Intanto diventiamo sempre più deboli e stanchi.
Maria Frisella

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