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domenica 1 novembre 2015

I MORTI E LA LORO FESTA. LEGAMI DI ANTICO SAPORE


Quando Enea volle ricordare l’anniversario della morte del padre Anchise che aveva portato da Troia fino a Drepanum, oggi Trapani, oltre alle preghiere e ai sacrifici, organizzò nella piana sotto il monte Erice, i “Ludi”, spettacolari e festanti giochi sportivi rinforzati da banchetti e libagioni. Ce lo racconta Virgilio nel V libro dell’Eneide, testimoniando il carattere gioioso e festoso di commemorazione dei defunti nella nostra terra di Sicilia.
Se ci pensiamo, la “festività dei morti” è un patrimonio storico culturale molto intenso: i defunti non si commemorano soltanto, li “festeggiamo!”. Per noi festeggiare i morti significa ripercorrere una storia antica, legata alle grandi civiltà del passato che parlano in sicano, siculo, elimo, fenicio, greco e soprattutto latino. una storia che i siciliani hanno saputo interiorizzare e trasformare assimilando le culture cristiane e le loro pratiche religiose nel forte riconoscere la vita oltre la morte. 
Ed eccoli i regali ai bambini, il 2 novembre e tra questi i dolci che fanno parte dei doni portati dai morti, i pupi di zuccaru, detti anche pupi di cena o più semplicemente cena. 
Non si sa se vengono chiamati pupi a cena o pupaccena, per quella leggenda in cui un nobile arabo caduto in miseria li offrì ai suoi ospiti per sopperire alla mancanza di cibo prelibato oppure per quella cena organizzata nel 1574, a Venezia, in onore di Enrico III, figlio di Caterina dè Medici, quando il cuoco siciliano Sansovino, al quale era stato ordinato di preparare un dolce speciale, la volle rendere spettacolare con queste sculture di zucchero, realizzate grazie ai marinai palermitani che avevano trasportato lo zucchero.
Fatto sta che sono dolci antropomorfi (a Erice credevano che i morti, prima di portare i loro doni, mangiavano e a Nizza Sicilia (Me) i dolci che l’indomani sarebbero stati dati ai bambini venivano disposti sulla tavola perché in quella notte i defunti della famiglia andavano a cenare nella loro antica casa.
Dunque sembra che si trattasse di una cena preparata in onore dei defunti per quel legame in cui si ritrova la vita dopo la morte,  forse per quella primitiva credenza per cui mangiando il cibo destinato ai defunti, è come se ci si nutrisse simbolicamente della forza e delle virtù degli amati scomparsi. Ma c’è di più: significa inserirsi in un ciclo di vita-morte, di corpo e di anima con l’intenzione dell’offerta di cibo alle anime. 
Le statuine di zucchero colorato, di grande effetto decorativo, tra la frutta martorana e i biscotti “Ossa di morto”, ammiccano dalle vetrine delle pasticcerie, paladini o figure femminili, personaggi tipici del teatrino dei pupi siciliani, insieme, negli ultimi anni, alle zucche di Halloween.
Ricordano ormai con nostalgia i riti delle tradizioni popolari, legati al trascorrere delle stagioni che sceglie l’inizio di novembre per guardare la natura che si addormenta: i semi "sepolti" nei campi, le foglie staccate dai rami, gli animali in letargo, l’inverno buio, sono vissuti come una dimensione vicina alla morte, il momento propizio perché i defunti tornino, anche solo per una notte, a fare visita ai propri cari con la gioia del rivedersi e, perché no, del mangiare insieme che testimonia un comportamento vitale.
Antichi documenti attestano che fino al IV-V secolo, il 2 novembre veniva celebrato con i banchetti organizzati direttamente nei cimiteri



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