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giovedì 12 novembre 2015

EQUILIBRI PRECARI. CAMBIA TUTTO, Sì CHE CAMBIA!

Assistendo ai continui interventi pubblici sui disagi sociali per l'impatto con flussi migratori incalcolati, andando oltre mi chiedo quali assetti assumeranno gli equilibri precari. 
Stiamo vivendo processi sociali, economici e politici importanti,  spinti dal fenomeno della migrazione, e per quanto occorrerà del tempo, forse qualche decina d’anni, si stanno preparando nuovi scenari alle società di domani. E non ce ne occupiamo debitamente, forse perché non ne sappiamo immaginare i contorni.
Io credo che si stia affrontando il problema sotto il profilo dell’attualità, dell’accoglienza ora e subito, dell’emergenza senza distinzioni, e lo stiamo trattando come una dimensione di temporaneità. Eppure i flussi migratori di questi ultimi anni stanno già modificando le condizioni sociali attuali aprono già quadri di mutamento che si prospetteranno più nitidi quando le grandi masse di  popolazione, di provenienza prevalentemente islamica, si saranno stabilizzate in Europa e nel nostro paese. Ed è ovvio che le modificazioni avvengono non solo nei paesi accoglienti ma anche in quelli di provenienza dell’emigrante.
Oggi le motivazioni che sollecitano le fughe dai propri paesi di origine attengono ad aumenti demografici a cui non corrispondono sufficienti risorse, quella fame che genera mortificazione di diritti, violenze sociali, regimi totalitari, guerre, assenza di prospettive economiche che migliorino le condizioni di vita, contrasti religiosi ed etnici. Al contrario i paesi che attraggono sono quelli che fanno ipotizzare speranze di lavoro e affermazioni dei diritti, capacità di istruzione per i figli e di progressi finanziari tali anche da consentire rimesse ai parenti rimasti in patria.
Una delle prime conseguenze calcolabili è l’effetto della diminuzione demografica dei paesi dai quali ci si allontana e l’aumento consequenziale della popolazione dei paesi accoglienti, non solo in termini numerici ma anche nella struttura demografica la cui composizione varia per sesso ed età, soggetti anziani e attivi. Ciò significa che si  modificano anche i costumi e gli usi.
Per esempio in Italia, come in molti altri paesi sviluppati, a fronte dell’invecchiamento della sua popolazione e del deficit di nascite, si registra già un incremento delle coppie miste e delle nascite di figli di stranieri. E a ciò si aggiungono gli attuali fenomeni di emigrazione all’estero dei pensionati italiani che impoveriti in Italia dal sistema esoso delle tasse trovano altrove condizioni migliori di vita. Nella prospettiva storica ciò costituirà una evoluzione di maggiore misura e costruirà nuove dimensioni relazionali sia sotto il profilo lavorativo che sociale.
Non è una novità che gli immigrati rappresentano una fonte di manodopera a basso costo perché date le loro povertà sono disponibili ad accettare ciò che il mercato interno non tollererebbe ma proprio per questo modificano lentamente il mercato del lavoro.
Non è possibile, a mio parere, oggi ipotizzare se sarà positivo o negativo, di certo società e  mercato del lavoro diversi.
L’inserimento degli immigrati comporta un periodo di loro adattamento alle condizioni di vita, alla lingua ed alle regole  del paese ricevente ma anche il paese che accoglie deve adattarsi perché con l’inserimento e la graduale integrazione i soggetti stranieri cominciano a prendere parte alla vita politica di quel paese non rinunciando alle proprie identità ed alle proprie abitudini. Vantano, e continueranno a farlo, dei diritti che cambieranno le condizioni giuridiche territoriali. Già si assiste a concrete partecipazioni alla vita pubblica con onorevoli stranieri e presidenti di associazioni economiche e religiose di comunità straniere che dettano pareri e criteri di inserimento. Si costruiscono chiese per loro e la loro religione. Ci si converte. E, avviene, si assiste ad un indebolimento dei legami con la propria terra per mantenere solo quello affettivo e alla pre-tesa di ricostruire la dispersa identità nel paese ricevente ponendosi anche in contrasto con le leggi vigenti ed in conflitto con quelle società. Tale rigetto sarà più forte e pressante nelle generazioni successive.
Gli effetti economici saranno pari a quelli politici. Si trasformeranno le classi egemoni ed i gruppi di potere tradizionali, cambieranno gli strumenti e le condizioni del prestigio sociale delle élites, le competizioni tra gruppi e classi sociali.
E ciò perché, a ben guardare, i soggetti stranieri  non pensano di rientrare nelle loro rispettive terre né di permanere nel loro Islam geografico. Non in Siria, in Iraq, in Eritrea, in Giordania, in Libano, non in Turchia, nei paesi in cui ritroverebbero  tradizioni e sentimenti religiosi propri.
Chiedono di permanere in terre a loro estranee nei costumi e nel credo, a fronte della convinzione di recuperare benessere e di essere riconosciuti in un quadro di protezioni umanitarie e legali.  Inevitabilmente invadono gli equilibri esistenti delle società che li accolgono e che fanno fatica ad includerli, così come creano squilibri o nuovi equilibri nelle terre che abbandonano.
Si tratta di rigovernare un inedito socio-spazio che va dall’oriente all’occidente, dal nord al sud della terra,  il cui impatto oggi è già presente ma in direzione del quale non credo ci sia abbastanza pre-occupazione o forse c’è ma non ne seguiamo con sufficiente chiarezza i limiti e gli orizzonti.
Non si tratta di inserire tali processi in una letteratura ormai desueta di “globalizzazione” anche perché la globalizzazione quale progetto politico degli anni ’70 è naufragata per il presentarsi di elementi non valutati ante: le "diseconomie esterne globali" di Deaglio,  fra cui le epidemie e le povertà, l'aumento dell'invecchiamento complessivo della popolazione mondiale che  compromettono lo sviluppo, , la crescita dei divari di reddito, le disfunzioni del mercato, l'instabilità, l'inquinamento di proporzioni incalcolate, la diffusione della corruzione nel mondo finanziario, le crisi, l'emergere del terrorismo islamico, la diffusione delle nuove tecnologie.
Tutto ciò sembra restare ai margini nell’argomentare il processo dell’emigrazione ma ne è complemento quando si pensa che sono elementi che condizionano il principio ed il farsi della democrazia specie se è in dubbio la possibilità e la fattibilità di una cultura   come sistema mondiale di reti di relazioni e di scambi, di regole e di giustizia.  Certa letteratura che si impronta a ideologie benevole ed umanitarie finisce per considerare meno le guerre in atto e il ricorso alle armi per mettere ordine e prospettare un predominio politico nell’idea di mettere fine alle controversie, che sono cause scatenanti di sradicamento delle culture e di drammaticità del fenomeno migratorio. Ma anche quell’imprecisato multiculturalismo quale faro si spegne quando si presentano le concrete difficoltà di inclusione quali scontri di regole e di condizioni, di identità vecchie e nuove, di ciondolamenti di presenze straniere incontrollate ed incontrollabili o di radicamenti  delle stesse presenze ma tutto senza un progetto politico globale o europeo o anche italiano. Una dimensione dell’integrazione il cui significato forse si sta sottacendo
E se si avverte il disagio sociale ed economico di affollamenti stranieri non lo si chiami razzismo perché è tutt’altro.  

Rimane per la società la domanda: come cambieremo e cambieranno?
Maria Frisella

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