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domenica 29 novembre 2015

#Cop21, cosa si può fare per evitare il disastro

Si apre oggi l’ennesimo appuntamento internazionale sul clima, la CoP 21, ovvero la conferenza degli stati che fanno parte della convenzione delle Nazioni Unite con cui si tenta di tenere sotto controllo l’atmosfera surriscaldata. In una Parigi, ancora scossa, che si propone di varare un sistema di tetti alle emissioni di gas serra. Questi incontri, cruciali per il futuro del pianeta, arrivano in un momento di sconvolgimento geopolitico che va oltre al aspetto climatico.

L'inconsapevolezza e irresponsabilità la grande stampa e media hanno contribuito che il pubblico non sia stato messo in grado di rendersi conto che “niente tornerà più come prima”: tutti hanno le loro pagine sui cambiamenti climatici, ma, voltata pagina, si torna regolarmente a parlare di crescita e sviluppo in termini di un ritorno alla “normalità”: a stili di vita e modelli di consumo di sempre.


Pochi sono stati aiutati a capire – e quelli che lo hanno capito lo hanno fatto a proprie spese – che niente può tornare come prima: che l’epoca degli alti salari, della piena occupazione, dei consumi di massa, del lavoro sicuro e del welfare garantito dallo Stato (istruzione, sanità, pensione e indennità di disoccupazione) è finita per sempre; I due problemi, peraltro, quello dei cambiamenti climatici e quello della crisi economica permanente, sono tra loro strettamente legati, perché la via di uscita è la stessa: un insieme di tecnologie decentrate e distribuite, una organizzazione sociale partecipata, una condivisione generalizzata delle responsabilità sia in campo produttivo che nelle scelte economiche e politiche, un diverso modello di consumo.


L’ampiezza della sfida, malgrado la posta in gioco sia enorme. Quando ognuno si sente impotente da solo, o teme di sopportare una porzione eccessiva e ingiusta dei costi dell'azione, finisce per prevalere l’inerzia. Questa semplice e umana dinamica è in poche parole lo scoglio che è necessario superare nei negoziati sul clima. Se andiamo a vedere quali sono gli ambiti i settori che oggi dipendono maggiormente dai combustibili fossili e che quindi richiedono con maggiore urgenza una rapida e radicale riconversione.

Innanzitutto la mobilità: il modello fondato sulla motorizzazione individuale non è sostenibile e l’alimentazione elettrica dei veicoli non ne cambierebbe l’impatto. Una vettura ogni due abitanti (la media dei paesi sviluppati; l’Italia ha un tasso di motorizzazione ancora più elevato) in un pianeta che tra trent’anni ospiterà dieci miliardi di esseri umani oltre a consumi insostenibili, che metterebbero a dura prova la possibilità di garantirli con fonti rinnovabili, non troverebbero suolo sufficiente per muoversi né per parcheggiare.


La soluzione è a portata di mano ed è la condivisione del veicolo resa possibile dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ITC): car-sharing, car-pooling e trasporto a domanda (taxi collettivo), distribuzione condivisa delle merci (city logistic) sono ormai presenti in varie versioni, rudimentali o sofisticate, in tutto il mondo e si stanno diffondendo a ritmo serrato. Naturalmente hanno bisogno di un’integrazione intermodale con il trasporto di massa lungo le linee di forza della mobilità.

In terzo luogo occorrerà rivoluzionare le nostre abitudini alimentari. Oggi, in media, per ogni caloria di cibo che arriva sulla tavola di un consumatore occidentale (o dalle abitudini alimentari occidentalizzate), ne vengono consumate nove-dieci di origine fossile: concimi, pesticidi, motorizzazione, trasporto (anche intercontinentale), stoccaggio, manipolazione, confezione, imballaggio e pubblicità rendono il sistema agroalimentare insostenibile. La filiera agroalimentare dovrà cambiare radicalmente: l’agricoltura dovrà essere ecologica (usando fertilizzanti naturali e privilegiando la protezione biologica delle colture), multicolturale, per salvaguardare la fertilità dei suolo, multifunzionale, per garantire ai produttori fonti di reddito diversificate, di prossimità per evitare costi di trasporto e stoccaggio eccessivi.

In gran parte questa trasformazione dipenderà dalle scelte dei consumatori, che dovranno associarsi per garantirsi attraverso un rapporto il più diretto con i produttori, un’alimentazione di qualità, a basso impatto ambientale, prodotta il più possibile da aziende agricole e di trasformazione di prossimità:  ridimensionando del ruolo di quei templi moderni del consumo che sono il super e l’ipermercato intorno a cui il capitalismo ha riorganizzato non solo la geografia dei centri urbani (con la desertificazione commerciale di interi quartieri e la scomparsa dei negozi di vicinato) e con essa la quotidianità del cittadino-consumatore costretta a gravitare intorno a questi poli di attrazione, ma anche la struttura planetaria della produzione.

L’applicazione di nuove tecnologie apre e sostiene nuovi mercati e con essi la crescita di settori altamente qualificati. Anche chi fa profitti grazie a vecchie abitudini e tecnologie sporche, potrebbe essere cooptato nel rinnovamento con opportuni incentivi.

Infine viene la gestione dei rifiuti, che sono le miniere del futuro, mano a mano che le vene di minerali che oggi alimentano l’industria si assottigliano, rendendo sempre più ardua e costosa l’estrazione, e che le risorse rinnovabili utilizzate per sostituirle entrano in competizione con la produzione di cibo. Oggi è facile sottovalutare la raccolta differenziata dei rifiuti urbani, sopratutto da parte di amministratori poco lungimiranti che ne hanno la responsabilità diretta Perché non si coglie che dietro ogni chilo di rifiuti urbani ce ne sono quattro o cinque di rifiuti della produzione, che vanno anch’essi raccolti e trattati allo stesso modo; che il modo migliore di trattarli non è quello di mandarli a smaltimento, ma di incanalarli direttamente verso quegli impianti che li possono rigenerare o riciclare; ma soprattutto che è solo dall’analisi del perché e come un bene si trasforma in un rifiuto che possono venire gli input di una radicale rivoluzione industriale: di una produzione che invece di promuovere l’obsolescenza dei suoi prodotto, trasformandoli in rifiuti per poterne vendere continuamente di nuovi, torni a progettarli per farli durare, per cambiarne solo le componenti logore o obsolete, o per facilitare comunque il riciclo di tutti i materiali di cui è composto il bene prodotto.

È tutto molto complicato, ma anche così semplice: forse abbiamo solo paura di affrontare un cambiamenti epocale, che ci salverebbe da una possibile catastrofe globale.

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