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martedì 27 ottobre 2015

Una legge di stabilità dannosa

La legge di sta­bi­lità di Renzi si con­ferma ridicola e dannosa. Un misero impatto pari allo 0,3% infatti. è la forza espan­siva che il Cen­tro Studi di Con­fin­du­stria le rico­no­sce. Dato e non con­cesso che la stima sia atten­di­bile, non è dav­vero un granché.



Ma tra i post alti­so­nanti e il testo finale qual­cosa si è per­duto per strada. I punti chiave ridotti a 15mila rispetto ai 22mila ini­ziali. La Tasi viene rein­tro­dotta su ville e castelli, non­ché sulle abi­ta­zioni signo­rili se si tratta di prima casa. Ma i pos­ses­sori dei 74mila immo­bili citati godranno comun­que di uno sconto non da poco: quasi mille euro in media, in virtù della ridu­zione della ali­quota mas­sima. Non si sa ancora in quante tran­che verrà pagato il canone Rai, ma resta la misura di accor­parlo alle bol­lette elettriche.

Curiosa misura anti­e­va­siva per un governo che invece ha ele­vato il con­tante da mille a tre­mila euro e che minac­cia di difen­dere la misura pro-evasione a colpi di voti di fiducia.

Ma il piatto forte delle ultime ore è stato lo scon­tro sulla sanità. Il fondo per il Ser­vi­zio sani­ta­rio nazio­nale (Ssn) verrà incre­men­tato di un miliardo di euro invece che di tre. Ma non si sa se quell’aumento com­pren­derà i nuovi Lea (livelli essen­ziali di assi­stenza) o no; se è già com­preso l’aumento con­trat­tuale per il per­so­nale medico o meno; che ne sarà dei far­maci inno­va­tivi. Incer­tezze non da poco, per­ché quel miliardo potrebbe risul­tare del tutto insuf­fi­ciente. In que­sto caso le Regioni dovreb­bero aumen­tare i tic­ket, già robu­sti e salati.

Prov­ve­di­mento quanto mai impo­po­lare, che aumen­te­rebbe la rinun­cia alla cura e alle pre­sta­zioni del ser­vi­zio sani­ta­rio pub­blico da parte di ampi strati della popo­la­zione dotati di minore red­dito, come già met­tono in rilievo diverse inda­gini e ricerche.

Ipo­cri­sia a palate, come si vede. Da un lato il governo si fa vanto della revi­sione della Costi­tu­zione che dote­rebbe il paese di un Senato delle auto­no­mie. Dall’altro, alla prima occa­sione, svela la vera natura accen­tra­trice e neo­cen­tra­li­stica di quella scia­gu­rata con­tro­ri­forma – che ci augu­riamo di can­cel­lare nel refe­ren­dum dell’anno pros­simo – riba­dendo la subor­di­na­zione delle Regioni. Il tutto men­tre la spesa sani­ta­ria ita­liana rimane a un livello infe­riore rispetto a molti paesi della Ue, mal­grado que­sta mano­vra finan­zia­ria. La stessa Corte dei Conti ha rico­no­sciuto al Ssn di avere con­tri­buito non poco al risa­na­mento dei conti pubblici.

Non è una novità. Suc­cede così da anni con il sistema pen­sio­ni­stico dei lavo­ra­tori dipen­denti. Ovvero i prin­ci­pali isti­tuti del wel­fare state sono finan­zia­tori dello Stato, più che essere finan­ziati dal mede­simo o quanto meno pro­ta­go­ni­sti di una ridu­zione del suo defi­cit. Poi­ché il ricamo della spen­ding review si è rive­lata un fal­li­mento e anche Perotti, il terzo della serie, è pro­cinto di get­tare la spu­gna, Renzi usa la scure.

Dimi­nu­zione di spesa sociale e dimi­nu­zione delle tasse per i ceti più abbienti sono dun­que le reali colonne della cosid­detta mano­vra espan­siva di Renzi. La rac­co­man­da­zione della Com­mis­sione euro­pea a pro­po­sito della neces­sità di dimi­nuire la pres­sione fiscale sulle imprese e sul lavoro può creare qual­che fri­zione, ma può essere aggi­rata dal fatto che comun­que agli impren­di­tori il governo ha già dato non poco con gli incen­tivi del Jobs Act. Renzi ha par­lato di un’opposizione a pre­scin­dere. Al con­tra­rio qui c’è un over­dose di mate­riale su cui opporsi e con­tro cui costruire un’alternativa.

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