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sabato 10 ottobre 2015

Terrore ad Ankara. Bombe contro la Marcia della Pace

La strategia della tensione del regime turco contro i curdi e le sinistre continua, come dimostrato dalle bombe lanciate contro i comizi del Partito Democratico dei Popoli alla vigilia delle elezioni legislative del 7 giugno scorso. Allora però i morti non fermarono l’avanzata elettorale delle sinistre e dei curdi che tolse la maggioranza assoluta dei seggi al partito islamista di Erdogan. E allora, una volta convocate nuove elezioni, il regime ha scatenato i bombardamenti delle città curde all’interno dei propri confini e i raid contro le postazioni della guerriglia sulle montagne del Kurdistan iracheno, causando finora molte centinaia di vittime (almeno duemila secondo le stime dello stesso esecutivo turco).

Ed esattamente come negli anni '90, stamattina, le bombe sono tornate a far strage di manifestanti inermi.
Mentre scriviamo le notizie su quanto è accaduto nella capitale turca sono ancora frammentarie. Si sa che due forti esplosioni hanno colpito a metà mattinata un incrocio stradale a poca distanza dalla stazione ferroviaria centrale causando una strage. Il bilancio è ancora provvisorio, ma si parla di alcune decine di morti – dai trenta ai quaranta, a seconda delle fonti – e di almeno un centinaio di feriti.

Le esplosioni hanno colpito la folla di sostenitori del Partito Democratico dei Popoli – l’HDP – e di alcuni partiti di estrema sinistra che stavano affluendo nella capitale turca provenienti da tutto il paese e che si apprestavano a partecipare alla “Marcia della Pace” organizzata da uno schieramento trasversale composto oltre che dai partiti curdi e di sinistra anche da alcuni sindacati di classe - in particolare il Kesk e il Disk - dagli ordini professionali e dalle associazioni per la difesa dei diritti umani all’insegna dello slogan “Lavoro, pace, democrazia”. Una manifestazione convocata per dire no alla caccia ai curdi e agli oppositori di sinistra scatenata dal regime a partire da luglio e che oltre ad una vasta operazione militare senza precedenti negli ultimi anni – migliaia di arresti, militanti giustiziati dalle forze speciali, città assediate e bombardate – ha visto in numerose occasioni passare all’azione anche bande di squadristi delle formazioni nazionaliste di estrema destra o direttamente riconducibili al partito del presidente Recep Tayyip Erdogan. Bande che si sono dedicate all'assalto e alla distruzione di giornali, sedi associative e politiche, e al linciaggio di cittadini individuati come curdi.
Immediatamente dopo l’esplosione degli ordigni i promotori della manifestazione hanno cancellato la marcia chiedendo insistentemente ai partecipanti di tornare alle loro case e ai luoghi di provenienza. Si teme infatti che altri attentati possano colpire gli attivisti dell’Hdp e delle altre formazioni della sinistra curda e turca affluiti ad Ankara.
La polizia in assetto antisommossa è intervenuta con i gas lacrimogeni e sparando in aria per disperdere i manifestanti inferociti che avevano attaccato un'auto della polizia dopo le esplosioni.
La dinamica di quanto avvenuto stamattina nella capitale turca richiama direttamente l'attentato che il 20 luglio fece strage di giovani curdi e turchi di sinistra che a Suruc si preparavano a recarsi a Kobane per partecipare ad una missione di ricostruzione della città assediata e distrutta dallo Stato Islamico. E - mancando solo tre settimane al voto per il rinnovo del parlamento - alle due esplosioni che il 5 giugno scorso, colpirono la folla al comizio finale dell'Hdp a Diyarbakir. Che siano stati i kamikaze di Daesh o i servizi di Ankara cambia davvero poco, tanto stretto è il legame e l'intreccio tra il regime islamista turco e i terroristi dello Stato Islamico. Quella di oggi ad Ankara è stata una "strage elettorale" e la responsabilità non può che essere addossata ad un presidente e ad un partito che non esitano a versare il sangue dei propri cittadini pur di conquistare qualche deputato in più...

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