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lunedì 19 ottobre 2015

SECONDO TE LA RELIGIONE HA UN SUO CIBO IDENTIFICATIVO?

Sembra che il recupero prioritario dell’impegno della vita verso i valori portanti, assorbiti da distrazioni, indifferenze o forse peggio, passino dalla tavola.
Se l’indifferenza  su ciò che, considerandolo ordinario, ha finito per essere scontato la scoperta di ciò che si mette a tavola potrebbe essere un percorso ricco di sorprese, in cui ci si incontra,  generazioni precedenti e successive, filosofie e usi, consuetudini e natura, tecnologie e tradizioni, si dialoga e si ipotizza un’intesa per razionalità, intelligenza e conoscenza.  
Anche qui, a tavola, ci si può disperdere, quando ci sediamo  e mangiamo dando priorità al piacere del gusto,  spesso squisitamente soggettivo, o alla necessità del nutrimento fine a se stesso, o subendo la incultura di ciò che ingurgitiamo, spinti da pasti veloci senza i “perché” collegati al cibo, al legame tra cibo e salute, benessere, equilibrio, significati storici e religiosi, sociali, modificati nel tempo e nella contemporaneità.
Dovremmo rifletterci di più, il cibo ha il valore di comunicazione. Se la comunicazione è un pro-cedere che indirizza alla comprensione ed al dialogo verbale e non verbale, il cibo diventa anche simbolo, attraverso le sue  immagini ed i suoi protocolli d’uso, di comportamenti, di circostanze, nel suo spiegarsi sociale che rimanda e genera rappresentazioni e codici.
Per ciò stesso è cultura significativa dell’esistenza, determinante perché quotidiano ed universale, strumento percettivo, legato alla sfera emotiva, negoziabile e rituale fino al punto da divenire mezzo per creare culture. Lo sostiene Raymond Williams, e condivido certamente la sua interpretazione quando penso che l’uso del cibo e la sua scelta costruiscono identità e distinzioni.
Intervengono certamente i processi di coltivazione, di raccolta, di preparazione, di consumo, che hanno distinto situazioni e contesti sociali nelle geografie. Purtroppo non sempre siamo in grado di riconoscerli e di risalire alle memorie che li determinano, e tale passaggio, quello della conoscenza, ritengo che sia fondamentale per dare concretezza a due valori portanti il cui prodotto è il ben-essere nell’ armonia:
1.       condivisione co-operativa
2.      fratellanza.
Ed è ovvio che la conoscenza delle gastronomie assume qui il significato più ampio, non legato alla tavola ed al solo gusto, quanto alla tavola ed a ciò che succede intorno ad essa.
In sé la gastronomia, dal  greco gastèr- ventre e nomìa  -legge) pone in relazione  biologia, agronomia, antropologia, storia, filosofia, psicologia e sociologia, sempre più serrate in direzione del rapporto tra cibo e cultura. Lo si testimonia  già dal primo trattato "La fisiologia del gusto" scritto nel  XIX secolo da Jean Anthelme Brillat-Savarin che ha delineato l’intellettualità del gastronomo.
Lo sa bene la Fao quando si fa promotrice di sensibilità scientifica e culturale e si muove sul fronte della condivisione rilanciando il progetto Mediterraneo, che non è l’universalità ma la contiene nei principi.
Temi che sono  obiettivi di “sviluppo sostenibile” per quella “società complementare”  che l’Expò ha discusso, quali il sostenere politiche idonee alla produzione di Cibo Sano, il garantire i Diritti Umani ad una sana alimentazione, il consolidare il “modello alimentare” contemplato dal patrimonio della Dieta Mediterranea,  il costruire ambienti interculturali, ecumenici e di pace.
Proprio nell’idea di sostenibilità ritrovo l’approfondimento del rapporto tra l’ uomo, la natura del suolo e del mare, del cielo, che di per se stesso è volano di integrazione.
Tutto ciò si  può costruire attraverso la consapevolezza dei popoli, ciascuno per la propria storia e le proprie fedi, che non sono barriere insormontabili se dalla conoscenza reciproca. si costruiscono amicizia e rispetto.
Solo allora si potrà negoziare il cibo come valore  e come etica alimentare.
Cibo “bene comune” si legge nel Nuovo Testamento, segno dell’ azione etica “per e con” l’uomo.  Dunque valore dell’ essere e del fare nelle comunità tutte quale responsabilità  verso il proprio corpo e in direzione delle regole per uno stile di vita, comprendendo anche quello   suggerito dalle identità religiose e dalle eredità culturali.

E se immaginassimo di incontrarci a pranzo  attorno ad una tavola imbandita con i tanti  con i quali capire le ragioni di un menù ideale, ma soprattutto trovarne le fedi?   

Il nostro ospite induista rifiuterebbe  qualunque tipo di carne, qualche volta anche il pesce, consentendosi i latticini e in certi casi le uova, perché considera sacra per esempio la mucca in quanto incarnazione dei Veda ma anche perché chi dovesse consumare carni prodotte da aggressività contro l’animale, porterebbe in sé la stessa istintività animalesca.  Un precetto ecologista ante litteram.

L’ospite giudaico sceglierebbe il menù vegetariano,  contrario alla violenza e mi spiegherebbe anche il perché si escludano alcuni vegetali e persino l’acqua che non può essere bevuta in quanto  contiene piccoli organismi.

Il menù del Buddista sarebbe  di tipo vegetariano, per il rispetto dovuto a tutti gli esseri senzienti, dunque non mangerebbe la carne perché “spegne il seme della grande compassione”. Ma sembra che non sia la regola.

L'alimentazione vegetariana è la regola nel Buddhismo Giapponese ma per il commensale buddista si potrebbero ordinare prodotti giunti in occidente solo di recente come il tofu o il seitan, considerati alimenti tradizionali..

L’ospite Caodaista,  giunto dal Vietnam meridionale, accetterebbe il menù vegetariano perché crede di ottenere una rinascita favorevole e l’ingresso in paradiso  sottraendosi al ciclo di vita e di morte. Mi reciterebbe le parole de “Il vero insegnamento del grande Veicolo”:  "Se mangiate carne e volete praticare spiritualmente, il vostro spirito è contaminato da bassa energia e diventa pesante, non si eleva oltre il regno di mezzo" . Dunque affermerebbe con Cao Ðài, in “Unione delle tre religioni”  che l'alimentazione vegetariana è il meglio per nutrire il nostro corpo".

Anche per l’ospite che pratica il Confucianesimo l’l'alimentazione vegetariana è il modello di alimentazione ottimale per l'uomo che non può sopportare di vedere morire gli animali.  Mi narrerebbe che: prima che la cucina fosse nota, il popolo primitivo mangiava solo verdure... Allora un saggio insegnò all'uomo a coltivare e a piantare alberi per ottenere il cibo. E il solo scopo di assicurare il cibo è aumentare l'energia, soddisfare la fame, rafforzare il corpo e alleggerire lo stomaco" (Mozi, volume 1, capitolo 6, Indulgenza nell'eccesso)

Potrebbe concordare con l’ospite sikh, che, secondo gli insegnamenti del Guru Granth Sahib, escluderebbe nel menù  il consumo di qualsiasi tipo di carne, pesce e uova, proibito per le stesse ragioni.

L’amico taoista mi chiederebbe il menù vegetariano, per vivere a lungo e in buona salute, ma anche per compassione verso gli animali. 

L’amico ebraico mi ricorderebbe i primi versi della Genesi dell'Antico Testamento, : “Poi Dio disse: Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo».  Ma aggiungerebbe  l’apertura al consumo di carne e di pesce,  che Dio diede dopo che il Diluvio Universale aveva modificato clima e colture: «Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe».  

L’ospite  israelita, che abita il villaggio vegetariano di Amirim, potrebbe spiegare che il suo menù vegetariano è dovuto alla fede nella religione dei davidiani.

Se uno degli  ospiti  fosse il premio Nobel 1966 per la letteratura, lo scrittore israeliano Shmuel Yosef Agnon, ci direbbe di essere convinto che il vegetarismo, oltre che sotto il profilo salutistico, possa incidere in modo favorevole sul destino dell'umanità.
Lo ribadirebbe lo scrittore Premio Nobel 1978  per la letteratura, Isaac Bashevis Singer, che è diventato vegetariano  per protesta contro la condotta del mondo, per dissentire contro il corso degli eventi attuali, l’ energia nucleare, le carestie, la crudeltà.

Il  metodista John Wesley, sedendosi a tavola racconterebbe che aveva consultato il medico George Cheyne, vegetariano, traendo dalla sua dieta priva di carne e di vino, il beneficio della salute.

Il commensale Benjamin Franklin, anch’esso vegetariano, aggiungerebbe la sua riprovazione per delitti senza giustificazioni contro gli animali al solo scopo di mangiarne le carni.

Può anche darsi che il medico John Harvey Kellogg  offrirebbe la sua dieta completamente naturale, convinto che la principale causa di tutte le malattie sia la dieta a base di carne, specificando che, in fondo, «i nostri più lontani antenati si cibavano esclusivamente di alimenti di origine vegetale».


Il teologo e pastore luterano Albert Schweitzer (Premio Nobel per la pace) animerebbe il confronto con la sua riflessione:  Veramente morale non è che colui che soccorre ogni vita alla quale egli può portare aiuto e si astiene di far torto ad ogni creatura che ha vita. La vita in se stessa è sacrosanta. Io mi rendo ben conto che il costume di mangiar carne non è in accordo con i sentimenti più elevati.”
Anche l’ospite cattolico sarebbe attento al diritto degli animali, ma è una posizione non sempre unitaria nel Cattolicesimo che sostiene che si possono consumare carne  e alimenti di origine animale, perché gli animali non avrebbero  un'anima e la “loro esistenza sarebbe pertanto subordinata a quella dell'uomo, ai suoi desideri e alla sua volontà.   
Così,  un commensale come il gesuita Viktor Katherin, come scrisse nel 1907 in un testo di morale cattolica, potrebbe sostenere che ”l'animale non è persona ossia non è creatura ragionevole, sussistente per sé, ma semplice mezzo per il nostro fine”. 
Il commensale  membro dell’ Associazione Cattolici Vegetariani, replicherebbe le sue motivazioni  per rifiutare un piatto di carne.
E sarebbe interessante, a quel punto, approfondire ulteriormente se il comandamento "Non uccidere" debba essere esteso anche agli animali, dibattito tutt’ora aperto.
Risponderebbe il teologo Andrew Linzey che «gli anglicani, come la maggior parte dei cristiani, non sono ancora realmente coscienti riguardo alla questione morale dello sfruttamento degli animali».
Il belga Louis Antoine, che fondò il movimento religioso Antoinismo, sosterrebbe che  il vegetarianismo è una dieta che serve ad evitare cibi grassi.
Il commensale, fedele al Catarismo,  rifiuterebbe ogni cibo derivante da un atto sessuale (carni di animali a sangue caldo, latte, uova), ad eccezione del pesce, Ma cosa risponderebbe se gli si facesse notare che anche per il pesce dovrebbe riconoscere la riproduzione sessuale?

Sarebbe poi utile approfondire le ragioni per cui l’ospite, che segue il Rastafarianesimo, consiglierebbe di evitare l’uva e gli alcolici nel suo menù.

Il commensale ebraico parlerebbe di Maometto che comandava di lavarsi la bocca a quelli che avevano mangiato la carne, ricordando che Maometto diceva Se proprio dovete uccidere, al posto di 40 polli uccidete una capra, al posto di 40 capre uccidete 10 mucche, al posto di 40 mucche uccidete 10 cammelli” La direzione è certamente quella della utilità e del risparmio di  più vite possibile.

Me lo sono tenuto per ultimo ma l’intervento di un commensale Bahá'í porrebbe probabilmente un ampio spazio di riflessioni alle due  domande:

1)       Cosa sarà il cibo del futuro? 

2)      Quale sarà il cibo del popolo unito?

 

Alla prima domanda risponderebbe:

"Frutta e cereali. Arriverà un tempo in cui la carne non sarà più consumata. La scienza medica è solo alla sua infanzia eppure ha mostrato che la nostra dieta naturale cresce dal terreno. La gente svilupperà progressivamente la condizione di tale cibo naturale".

Alla seconda risponderebbe:

Se l'umanità progredisce, la carne sarà usata sempre di meno. I denti umani non sono carnivori... I denti umani,i molari, sono formati per masticare il grano. I denti frontali, incisivi, sono per la frutta, eccetera. Dunque, appare evidente, in base agli strumenti per mangiare, il cibo dell'uomo è il grano e non la carne. Quando l'umanità sarà interamente sviluppata, mangiare carne cesserà gradualmente".


Le ragioni per le quali  si dovrebbero eventualmente escludere/includere cibi,  aprono a confronti sui  fatti che  sostengono  le  verità.
Un luogo comune è il valore salute.  In conclusione sarebbe l’inizio di in un dialogo che privilegi, in questo mondo interconnesso ed interdipendente, la tolleranza, il rispetto reciproci e la cooperazione in amicizia.      
MARIA FRISELLA

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