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domenica 18 ottobre 2015

L'economia della cultura, provocazione …diversamente culturale?

La cultura è estranea all’economia o ne fa parte integrante?
Quante discussioni sull’ipotesi che i soldi l’avrebbero svilita e che nulla l’avrebbe legata al principio del valore-lavoro   o al principio di un rendimento, ciò che sostanzialmente  che proponevano l’economia classica e quella neoclassica!
Eppure tanta enfasi ha condizionato fermamente non solo il “modus facendi” nella funzionalità dei beni di cultura  ma  anche il”modus vivendi”  dei beni d’arte. E non è poco considerare quanto anche la scuola  ed i suoi modelli abbiano resistito ai cambiamenti transitando con poca convinzione a nuovi modelli.  Si è rimasti legati alle convinzioni che la cultura fosse un modello da conservare ed anzi tutelare da invasività per cui ogni ipotesi differente avrebbe comportato la sua distruzione.
La sua produzione dunque era orientata a trasmetterla immutata e quando la si proiettava in un calcolo di spendibilità equivalente a percentuali del prodotto interno lordo di certo la si sentiva minacciata profondamente.
Certo opportunismo ma anche divieti e immobilismo in programmi e  musei, hanno reso forte l'alibi della conservazione come rifugio.

Non sembri una critica, perché nulla può negare il “valore della tutela-conservazione” del bene difendendolo da vandalismi alla sua integrità, da privatizzazioni che lo avrebbero negato alla sua fruizione pubblica o da distruzioni dovute a logiche edilizie altre o ad incivilità.  Decisamente positivi in tale direzione anche gli interventi di restauro necessari ad urgenti per preservare il bene dai danneggiamenti del tempo e dei suoi agenti. Ma per quanto tale valore  possa essere irrinunciabile  non può continuare a guardare solo a se stesso quanto piuttosto deve coniugarsi al “principio della valorizzazione”. Dare un valore, oggi, significa aprire alla creatività ed alla produzione di cultura. Questo confligge con i silenzi e con l’assenza di interventi delle politiche di settore, fino ad oggi, testimoniate dal fatto che poco, troppo poco, si è investito. Prevalgono certamente retro pensieri sulla spendibilità economica  del patrimonio culturale ancora considerato un valore statico piuttosto che parte attiva della politica economica con la sua “filiera”produttiva. La mia perplessità sulle recenti  nomine dei direttori dei Musei ha lasciato il posto alla constatazione che probabilmente gli strumenti istituzionali nella selezione sono limitati rispetto alle urgenti esigenze di internazionalizzazione dell’industria culturale. E probabilmente le stesse accademie di belle arti ed i conservatori non sono nemmeno sufficientemente attenzionati come poco peso si è dato alla qualità della formazione.Anche il successo di mostre itineranti  pone il focus sulla  distribuzione delle opere la cui gestione assume oggi un grande valore nel sistema-modello che incentivi ed incuriosisca, sproni e produca proprio come suggerisce la dimensione dei distretti culturali italiani più di recente sperimentati. Ma anche  selezioni di idee, innovazioni, mestieri creativi, formano, spingono e sviluppano il mercato del lavoro dandogli forme e spessori che altrimenti non si riconoscerebbero. Ma che servono e non possono che contemplare i principi della valutazione alla quale certa parte resiste. Eppure nel mondo i livelli di attenzione e di esigenza nello spessore della ricerca sono cresciuti enormemente e rappresentano già il presente. L’economia delle conoscenza è in corsa, pre-tende qualità, produce domande di correlazione e risposte di utilizzo, offre ricchezza. Stabilisce processi inarrestabili che condizionano la qualità sociale, la spinta innovativa,  e dunque è e deve essere considerata un principio urgente delle politiche. Mi auguro che conquisti finalmente il suo primo piano.
Maria Frisella

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