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sabato 5 settembre 2015

Riflessioni sull'emigrazione giovanile

Negli ultimi anni, in seguito alla crisi economica che ha agito come accelerante, innescando effetti depressivi, i giovani hanno ripreso ad emigrare. Quasi tutti sono stati costretti a fuggire in cerca di opportunità altrove, lavorare e mettere su famiglia lontano. 
Dove starebbe la novità? In realtà, le popolazioni (meridionali in genere) emigrano da circa un secolo e mezzo, vale a dire dall'avvento dell'unità d'Italia. Si tratta di un tempo storico talmente lungo che ormai i flussi migratori si configurano come un fenomeno fisiologico e normale. 


L'esodo incessante e massiccio dei giovani comporta la fuga dei cervelli che potrebbero introdurre idee ed elementi di evoluzione civile, contribuendo ad un'evoluzione della società e provoca un processo di graduale  e inesorabile invecchiamento delle popolazioni residenti rendendo l'italia un paese sempre più invivibile e depresso. 
Quelli che rimangono sono, spesso, i più privilegiati, quelli che hanno "agganci" con qualche notabile locale. Sono i "figli di papà", che provengono da famiglie legate ai vari clan politici e, pertanto, non hanno interesse al  cambiamento. 

Questo andazzo concorre al perpetuarsi delle contraddizioni che affliggono il nostro Meridione dall'avvento dell'unità d'Italia. La fossilizzazione del contesto storico e politico ha influenzato profondamente la mentalità del popolo meridionale al limite della rassegnazione e del fatalismo.

Il problema più deleterio per le nostre comunità, il male peggiore, peggiore del dramma della recensione, della disoccupazione, della precarietà, dell'emigrazione giovanile e quant'altro affligge le zone depresse da troppi decenni, pare sia proprio questa mentalità rassegnata e fatalista, che induce ad auto-convincersi che nulla possa mai cambiare. Ed è proprio per questo che nulla cambia. Sicché i clan politici e socio-economici dominanti, i ceti più privilegiati hanno gioco facile a mantenere l'ordine costituito. Certo, è facile a chiacchiere, il difficile è tradurre le parole in fatti, ma nemmeno si può agire in modo avventato ed isolato. 

Occorre coordinarsi per incidere sul terreno politico, serve la formazione di un soggetto collettivo organizzato e disciplinato (chiamatelo come preferite: partito, circolo, coordinamento o in altro modo) capace di mobilitare ed orientare la gente, soprattutto le giovani generazioni, per indurle ad impegnarsi e a propugnare una giusta causa, in funzione di un progetto condiviso di trasformazione dell'ordine vigente. 
Si potrà mettere in discussione anzitutto gli equilibri ed i privilegi sociali, modificando gli assetti e i rapporti di forza su cui si regge il potere politico-economico a livello locale. 
Si potrà obiettare, a prima vista, che si tratta solo di belle parole, difficili da attuare nella realtà effettiva, ma le cose non possono mutare da sole, senza uno sforzo condiviso e partecipato, come insegnano le coraggiose iniziative e le dure vertenze condotte dal movimento operaio nel secolo scorso. Lo spirito di rinuncia e di rassegnazione, talvolta misto a rabbia ed indignazione, è insito nella natura umana, si alterna ad un'ansia di rivolta e riscatto, o cede il posto ad altri atteggiamenti e disposizioni dell'anima, a seconda delle circostanze della vita. 

Questi sono stati d'animo e sentimenti che si fondono ma non devono sedimentarsi in una sorta di cultura negativa, in un'ideologia dell'impotenza e della passività che giova solo a chi ha tutto l'interesse a perpetuare lo stato di cose presenti. Serve denunciare la natura mafiosa, conservatrice e parassitaria di tali dinamiche e meccanismi di controllo socio-politico che intervengono ed imperversano sul nostro territorio. I metodi attraverso cui scardinare questo sistema di potere sono la questione cruciale per qualunque soggetto che decida di esporsi e spendersi nella politica attiva. Il fatto che se ne possa discutere ancora assieme, è l'indice di una volontà comune di impegno e di cambiamento. 

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