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domenica 19 luglio 2015

Via D’Amelio: FREE-ITALIA non dimentica

16.58 del 19 luglio 1992.  Il giudice Paolo Borsellino si stava recando a casa dalla madre, a Palermo, in via D'Amelio, quella stessa via per la quale aveva richiesto inutilmente di disporre la rimozione dei veicoli.
Sapeva, Borsellino, di essere nel mirino di Cosa Nostra e non solo. Di esser costantemente spiato e di esser stato tradito da persone di cui si fidava. Appena 24 ore prima, s'era confidato con la moglie Agnese: le aveva rivelato di sapere che, ad ucciderlo, non sarebbe stata soltanto la criminalità organizzata. Ancor più emblematica un'alta confidenza da lui fatta, dopo un viaggio a Roma: nella Capitale, disse, aveva visto in faccia il volto della mafia. Forse aveva intuito anche i preludi della cosiddetta trattativa, come ritengono in molti, e che questo abbia contribuito ad accelerare i tempi della sua esecuzione.

Borsellino sapeva di essere un "cadavere che cammina"; forte di questo, impiegò quei 57 giorni che separarono la morte di Falcone dalla propria a cercare la verità sulla strage di Capaci. Da quel 23 maggio 1992, infatti, aveva raccolto l'eredità dell'amico giudice e tentato di scavare per comprendere chi, oltre a Cosa Nostra, avesse organizzato "l'attentatuni". Si gettò a capofitto nelle indagini, convinto di dover "fare in fretta, perchè il prossimo sono io".

Furono giorni convulsi: i viaggi dalla Sicilia a Roma si moltiplicarono, gli interrogatori con pentiti divennero una quotidianità. Sicuramente giunse a importanti conclusioni, rivelazioni che avrebbero cambiato la storia degli ultimi decenni. Per quasi due mesi, d'altronde, Borsellino non fece altro che ripetere di voler essere interrogato dalla Procura di Caltanissetta, quella titolare delle indagini sulla strage di Capaci. Doveva riferire quanto aveva scoperto, quanto sapeva e che non poteva render pubblico, per il segreto d'inchiesta.

In 57 giorni, però, nessuno lo volle ascoltare.

Altrettanto sicuramente, affidò le informazioni raccolte alla sua agenda, quella rossa, su cui appuntava tutte le sue deduzioni. Un'agenda da cui mai si separava e che, ora, è diventata uno dei simboli della ricerca di giustizia e l'ennesimo emblema dei misteri che avvolgono le stragi del '92-'93.

Borsellino ce l'aveva con sé anche quel 19 luglio 1992, quando, dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la famiglia, si recò in via D'Amelio con i ragazzi della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Antonino Vullo. Questi fu l'unico a sopravvivere alla strage: si era recato a parcheggiare l'auto, salvandosi per miracolo.

Come Borsellino suonò al campanello una Fiat 126 imbottita di cento chili di tritolo deflagrò. I ragazzi della scorta si strinsero attorno al magistrato, in un ultimo disperato tentativo di proteggerlo, invano. Una voragine si aprì in strada, il boato risuonò per chilometri, qualcuno comprese immediatamente di cosa si era trattato. Ancora troppo viva la memoria di Capaci, per non collegare.

Cosa accade con esattezza nei momenti successivi all'esplosione, è ancora un mistero. Sul luogo si precipitarono Ayala e Caponnetto, oltre incontabili forze dell'ordine. Fu in uno di quegli istanti, di fronte a corpi orribilmente dilaniati, dinanzi al nuovo stupro alla dignità di Italia che si era visto compiuto, che l'agenda rossa venne trafugata e fatta sparire per sempre. Dopo 23 anni, si cerca ancora di capire da chi. Eloquente, in questo senso, un'intercettazione di Totò Riina, emersa l'anno scorso e carpita mentre si trovava ancora nel carcere milanese di Opera: "L'agenda rossa?", diceva, parlando al compagno d'ora d'aria, Alberto Lorusso. "I servizi segreti, gliel'hanno presa". E ancora prima, nel 2009, riferendosi a Borsellino: "L'hanno ammazzato loro. Lo può dire tranquillamente a tutti, anche ai giornalisti. Io sono stanco di fare il parafulmine d'Italia."

Impossibile credere anche solo per un momento che Riina sia innocente; altrettanto difficile, però, credere che una simile opera di distruzione, un eccidio di tale portata non abbia avuto, dietro di sé, "menti raffinatissime", come le chiamava Falcone. Uomini delle Istituzioni che in Borsellino riconoscevano un ostacolo, per la sua incorruttibilità e il suo impegno nella ricerca di giustizia.

Uomini che, con ogni probabilità, parteciparono attivamente, alla preparazione della strage. A riverlarlo fu, in particolare, il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Uno dei veri esecutori dell'eccidio, colui che rubò davvero la 126 e la nascose all'interno di un magazzino dove la riempì di tritolo: in quel garage, raccontò, era presente anche un estraneo, un agente dei servizi.

Una rivelazione che si aggiungeva a molte altre: è grazie a Spatuzza, infatti, che è stato possibile cancellare una storia già scritta, e falsa; quella di Vincenzo Scarantino, il balordo della Guadagna che si autoaccusò della strage e fece condannare anche degli innocenti.

Il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana, probabilmente. Lo stesso che viene normalmente utilizzato dai "professionisti dell'antimafia" quando si vuole delegittimare il pm Nino Di Matteo: ai tempi, infatti, il magistrato della trattativa era in servizio a Caltanissetta, nel pool che si occupava della strage di via D'Amelio. E l'accusa che gli viene più sovente attribuita è quella di aver avallato le menzogne di Scarantino.

Non importa che sia stato lo stesso Scarantino, a "scagionarlo", spiegando di non aver mai parlato con il giudice. Qualcuno gliel'avrebbe impedito, e sarebbero stati i pm Tinebra e Palma, gli stessi che lo avrebbero anche invitato a prendere "questa cosa della collaborazione come un lavoro", e di star tranquillo, nell'accusare innocenti, perché "se non hanno fatto questo, hanno fatto altro".

Scarantino, negli ultimi anni, ha ripreso a parlare. Ha raccontato come fosse stato costretto a mentire anche dal super-poliziotto Arnaldo La Barbera, ormai deceduto. Lo stesso La Barbera che il collaboratore di giustizia Onorato definì "uomo dei Madonia", e di cui l'ex boss Franco Di Carlo ricorda una visita, prima dell'attentato dell'Addaura (1989), finalizzata avere un contatto con Cosa Nostra, al fine di "allontanare Falcone dalla Sicilia".

Le loro dichiarazioni hanno aggiunto tasselli importanti e gettato nuove ombre su insospettabili, delineando inoltre la volontà di Istituzioni deviate di eliminare Borsellino e coprire i colpevoli.

E di continuare a farlo: in particolare, Scarantino, è stato vittima di una giustizia a cronometro. Ha parlato e, con tempistiche quantomeno anomale, è finito con l'essere arrestato con l'accusa di stupro; una storia di cui non s'era mai avuta notizia prima e che, lo scorso aprile, s'è conclusa con la sua assoluzione.

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