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mercoledì 17 giugno 2015

Nessun essere umano è illegale

Ancora oggi il titolo di questo post continua ad essere la frase più usata in solidarietà coi migranti di tutto il pianeta. L’ovvietà di quello slogan è tanto immediata quanto incompiuta. Da quando la migrazione in quanto fenomeno economico e sociale venne inserita nell’agenda di sicurezza nazionale in differenti paesi, soprattutto del cosiddetto “nord” del mondo, la criminalizzazione dei migranti è stata una costante.


Oltre all’enorme quantità di norme nazionali e continentali che cercano di regolare il fenomeno migratorio –I flussi migratori non si fermano. Al massimo si deviano. A meno di non ricorrere alla forza, per esempio costruendo il Muro di Berlino. Fortificando la frontiera fra Stati Uniti e Messico con tecnologie d’ultima generazione. Salvo scoprire che prima o poi anche i muri crollano e i confini impenetrabili si svelano porosi.

Quando affrontiamo l’emergenza Libia dobbiamo partire dall’esperienza storica. Da cui deduciamo che in attesa di ristabilizzare quel paese e spegnere i focolai di guerra accesi attorno ad esso, dal Sahel al Corno d’Africa, dal Levante al Golfo Persico, avremo a che fare per il tempo prevedibile con masse di donne, uomini e bambini (molti non accompagnati) in caccia di vita

Questo dramma occuperà il resto delle nostre vite. Va dunque gestito, con speciale urgenza e cura. Ma senza illudersi di risolverlo con la forza. Se provassimo a farlo, lo renderemmo ingestibile. Otterremmo di moltiplicare le vittime, non di ridurle. Non ci sono scorciatoie militari – blocchi navali, aerei o terrestri.

Si possono e si debbono impiegare alcuni vettori di forza, come già facciamo in alto mare, per salvare vite umane e bloccare qualche scafista. Si possono concepire operazioni coperte affidate a forze speciali, come facemmo vent’anni fa in Albania, quando gli incursori del Comsubin affondarono nottetempo decine di gommoni della morte nei porti di partenza, con il consenso del governo locale e senza che il nostro si affrettasse a comunicarlo. Si può pensare di bombardare i barconi prima che si riempiano di potenziali vittime. Ma sono cose che prima si fanno, poi eventualmente si annunciano.

Ormai è tardi. Operazioni di questo genere comporterebbero più rischi che opportunità, visto che sono state evocate in pubblico dai nostri stessi governanti, così permettendo ai mercanti di carne umana di prendere le contromisure. O vogliamo rischiare che una delle nostre bombe “intelligenti” faccia una strage pensando di affondare un peschereccio dal ponte sgombro ma dalla stiva piena di migranti?

Diversi anni fa, alcuni analisti della nostra intelligence militare, alla ricerca della “soluzione finale” di un problema che allora cominciava ad affacciarsi sui media, ne proposero una davvero finale: l’Italia e l’Occidente dovevano impegnarsi perché l’Africa subsahariana restasse in povertà assoluta – Quarto Mondo, non Terzo – perché solo la mancanza del denaro necessario ad affrontare il viaggio della speranza attraverso deserti e mari ci garantiva del fatto che nessuno ci avrebbe provato. Per fortuna il documento filtrò oltre le maglie del segreto e fu opportunamente cestinato. Ma è bene non dimenticarsene, per capire a quali nequizie può giungere la nostra ossessione securitaria, rivelatrice d’una radicata insicurezza.

Certo, il governo è sotto pressione. È scattata la sindrome del “bisogna fare qualcosa”, contro la quale lo stesso Obama – teorico (non sempre pratico) del don’t do stupid things – ha messo in guardia Renzi. In chiaro: intervenire stivali su terra nella guerra di mafie che sta infestando l’ex Libia, spazio di nessuno conteso dai clan indigeni e dai loro sponsor esterni (Egitto ed Emirati Arabi Uniti in testa, sul fronte cirenaico, Qatar e Turchia in secondo piano, su quello tripolitano), è follia che ci viene sconsigliata dall’alleato di riferimento. Anche perché, stanti le risorse a disposizione delle nostre Forze armate e di quelle degli eventuali “volenterosi” associati, europei e arabi, presto dovremmo rivolgerci agli americani per carenza di mezzi, benzine e munizioni.

Ma la situazione in Libia è talmente degenerata, e i nervi dei decisori, su entrambe le sponde del Mediterraneo, sono così sollecitati da rendere possibile un intervento “accidentale”, per esempio in risposta a un attentato terroristico in Europa. Magari firmato Stato Islamico, anche se chiunque frequenti la Libia sa che il “califfo” non ne controlla che qualche caseggiato a Derna e dintorni. Decapitandovi quanti più cristiani possibile, nella speranza di attrarci sul suo terreno.

Sotto il capitolo “gestione della crisi” si possono invece promuovere azioni utili ad alleviare la pressione migratoria. E soprattutto a proteggere la vita di chi fugge dalle guerre. Per esempio: convincere, mettendo mano al portafoglio, i pochi Stati più o meno agibili che ancora esistono lungo la frontiera Sud del Mediterraneo ad accogliere in centri umanamente decenti alcune decine di migliaia di migranti, dei quali una buona parte saranno rifugiati ai quali dovremo garantire il diritto di venire ordinatamente da noi. Anche andando a prenderli, usando mezzi e modi civili.

Naturalmente c’è un aspetto di queste politiche pubbliche che è necessario segnalare e denunciare non solo per la loro assoluta mancanza di rispetto delle leggi fondamentali su cui si poggia (o dovrebbe poggiare) lo stato di diritto ma anche per il loro manifesto carattere inumano.

Mi riferisco ai Centri d’Identificazione ed Espulsione che possiamo anche chiamare Centri d’Internamento per Stranieri (i famosi CIE). Ad ogni modo questi centri non sono altro che centri di detenzione per migranti privi di documenti, del tutto simili a quelli che in altre parti del mondo sono chiamati Stazioni Migratorie. L’apparente disputa sul modo di chiamare questi spazi non è triviale, infatti dal loro nome passa la costruzione dell’immaginario collettivo riguardo l’opportunità di rinchiudere degli esseri umani la cui unica responsabilità è quella di non avere i documenti che giustifichino la loro permanenza su un determinato territorio.

La detenzione amministrativa. Il Observatori del Sistema Penal i els Drets Humans (OSPDH), della Universidad de Barcelona ha definito i CIE come “strutture pubbliche di carattere non penitenziario per la detenzione, la custodia e la messa a disposizione dell’autorità giudiziaria degli stranieri soggetti a una procedura di espulsione dal territorio nazionale”. Da parte loro le leggi nazionali di ogni paese membro dell’Unione Europea non si trovano d’accordo sulla definizione di che cosa siano esattamente questi spazi. Ciononostante tutte le legislazioni sono d’accordo sul fatto di rifiutare la penalizzazione della “mancanza di documenti” per la permanenza legale. D’altro canto, però, c’è una convergenza anche per quanto riguarda la prassi di “trattenere amministrativamente” chi non possiede questi documenti.

Il concetto di “detenzione amministrativa” è stato introdotto in sequenza in tutto il continente europeo a partire dagli anni ottanta attraverso le diverse legislazioni nazionali. Lo stato spagnolo per esempio ha introdotto tale norma – chiamata “internamento” – con la Legge Quadro 7/1985 sui diritti e le libertà degli stranieri. In Italia invece questa figura legale è stata introdotta solamente nel 1998 con la Legge 40/98 che andava a modificare la prima legge sulla migrazione del 1990.
In generale tutte le norme hanno in comune il fatto che la “detenzione amministrativa” ha la funzione di trattenere il migrante senza documenti “quando non è possibile rendere esecutiva l’espulsione accompagnando [lo straniero] alla frontiera o non è possibile espellerlo perché deve essere soccorso o sono necessarie ulteriori verifiche sull’identità o la nazionalità, oppure è necessario un tempo di attesa per ottenere i documenti per il viaggio [di ritorno], o per mancanza di un mezzo di trasporto adeguato”. Analizzando questo concetto, molti osservatori e analisti continuano a segnalare quantomeno come sorprendente il fatto che si possa privare una persona della libertà per assicurare un’eventuale sanzione amministrativa. E’ lì dove troviamo secondo i critici le maggiori contraddizioni. Considerando che, in pratica, la condizione del migrante senza documenti non è perseguibile penalmente, ci si chiede come sia possibile togliere la libertà per questioni amministrative, per un delitto che potrebbe anche assimilarsi a un’infrazione del codice della strada.
Brutale, fredda e orwelliana.

Anche se i migranti sono trattenuti in qualità di “ospiti”, la verità è che questi non possono uscire dalle strutture dei CIE. Oltre a questo bisogna segnalare che, sebbene le strutture di detenzione in generale sono date in gestione a imprese private – in molti casi organizzazioni della stessa società civile europea più inclinate a gestire l’esistente anziché cercare di cambiarlo – sono i governi nazionali che s’occupano della sicurezza. In altre parole anche se i migranti formalmente potrebbero uscire dai Centri, dato che secondo la legge sono passibili di sole sanzioni amministrative, esistono comunque muri, fili spinati videocamere e centinaia di poliziotti frapposti tra loro e la libertà.

Questi controlli, però, non solo impediscono ai migranti di esercitare il diritto alla libera circolazione ma precludono anche a noi che stiamo fuori, noi cittadini o migranti “regolari”, la possibilità di entrare e sapere che cosa succede veramente lì dentro. L’informazione è talmente scarsa da gridare allo scandalo. Infatti sono all’ordine del giorno le denunce di abusi contro i detenuti da parte della autorità, così come l’assenza di servizi, infiltrazioni mafiose, i tentativi di ribellione e di fuga e anche i maltrattamenti, le molestie psicologiche e sessuali.

Repressione Vs. Controllo. Malgrado la diffusione di retoriche anti-migrante sparate a voce alta dai leader politici europei a livello continentale e anche locale, i quali sperano in questo modo, e in parte ci riescono, di raccogliere voti e consensi, le politiche europee sul tema migratorio non hanno l’intenzione di reprimere tout court i flussi di immigrati che da molte zone del pianeta arrivano al territorio della UE. Al contrario i muri che si alzano e le leggi che si producono, così come i centri di detenzione che si costruiscono, hanno la funzione primaria di controllare i migranti. Diventano una specie di filtro.

In Libia, a Tunisi, in Marocco, tanto per citare alcuni esempi, i CIE erano nati negli ultimi anni come strutture per contenere i flussi migratori diretti verso il vecchio continente. Con una chiara dinamica di esternalizzazione delle frontiere – tipica anche nell’emisfero americano, basti pensare al confine tra Messico e Stati Uniti – la UE non cerca solamente di frenare quello che la politica e i media presentano come “un’invasione” di “illegali, clandestini o senza documenti” ma prova altresì a riprodurre in terra straniera – e pertanto lontano dagli sguardi indiscreti delle società nazionali – gli spazi adatti al contenimento e alla selezione del nuovo “esercito di riserva”, di reminiscenze marxiane, che è sempre necessario per coprire posti abbandonati in produzione dai loro pari europei.

Non si tratta quindi di reprimere l’immigrazione per reprimerla. Non si tratta nel modo più assoluto di impedire che milioni di esseri umani che scappano dalla povertà, dalle guerre, dalle repressioni o che semplicemente vogliono cambiare vita, riescano a stabilirsi nella UE. Si tratta semplicemente di formare progressivamente un contingente di persone che costituiscano una riserva di mano d’opera a basso costo. D’altra parte è gioco forza anche che quella forza lavoro a costo infimo possa pure divenire oggetto di ricatti e minacce capaci di trasformarsi, di conseguenza, in un gruppo di soggetti utilizzabili all’occorrenza secondo le necessità di padroni e governi.
Inoltre i CIE e la loro distribuzione territoriale svolgono un altro compito: quello di far sfumare il potenziale di coesione tra i migranti.

In questi ultimi mesi di presunta “emergenza migrazione” nella UE i flussi di tunisini sono stati separati, divisi e inviati in località differenti. Si tratta in effetti di spezzare vincoli, nessi possibili tra comunità di migranti che si riconoscono prima di tutto per la loro nazionalità ma anche per la destinazione imposta con la reclusione nei CIE. E’ forse possibile affermare che i CIE sono l’ultimo territorio europeo che un migrante calpesta sulla via dell’espulsione. Questa affermazione sarebbe vera fino a un certo punto. Infatti, malgrado la propaganda sulle espulsioni e le deportazioni di massa – per cui la famigerata Direttiva sui rimpatri del 2008 sarebbe il principale strumento di riferimento – la UE non possiede voglia strumenti e mezzi (prima di tutto economici) concretamente per deportare le grandi masse di esseri umani stipati nei CIE. La soluzione, quindi, passa dal rilascio di “decreti di espulsione” che il cittadino migrante deve rispettare, cui deve adempiere “con mezzi propri”. Dunque che faranno questi cittadini?

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