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sabato 20 giugno 2015

Lo stato dei Comuni

FREE-ITALIA nel corso della sua storia ha trattato grandi temi e lo facciamo a volte con rombante idealismo e altre con cinismo aspro. oggi sviluppiamo un tema banale, impopolare, negletto – l’agonia dei Comuni.
Premessa: non essendo giornalisti ma semplici persone pensanti, non abbiamo il tempo materiale per andare al di là di questo schizzo.


Dunque, il Comune – riconosciuto (come entità preesistente) e “promosso” dalla Repubblica (art. 5 della nostra Costituzione), “equiordinato” alle altre entità che la compongono, Stato compreso (art. 114), affidatario – ci racconta l’articolo 3, comma 2, del TUEL - dei compiti di curare gli interessi della comunità e promuoverne lo sviluppo.

Parole che si vorrebbero incise nella pietra, e invece sono scritte nel vento .
Il cittadino medio è stato educato ad odiare la politica in quanto tale (quando semmai dovrebbe detestare i politici… una vocale fa la differenza!), e non distingue tra il ministro e il consigliere a gettone: tutti corrotti e mangiapane! In questa atmosfera di generale sfiducia, accompagnata però dal disimpegno, i tagli di spesa paiono meno indigeribili - dolorosi forse, ma non ingiustificati. Poi però, quando si vede che la strada è piena di buche, monta la protesta: perché non si fa più manutenzione?

Risposta: perché tra tagli ai trasferimenti e applicazione del patto di stabilità le risorse degli enti locali stanno semplicemente svanendo, e senza soldi non si riasfaltano le strade. Ma mica tutti stanno in deficit, ribatterà qualcuno. No, non tutti: alcuni sarebbero addirittura “agiati”, se le loro finanze non fossero ostaggio dei cervellotici saldi di un patto che, in quanto imposto dall’alto (Ce lo chiede l’Europa!, come tutto il resto), non è mai stato tale. Stabilità e crescita: un ossimoro che condiziona la vita di decine di milioni di italiani.

Che i Comuni siano agonizzanti lo certificano le cifre: la Legge di stabilità 2015 prevede un taglio del Fondo di solidarietà pari a 1,2 miliardi dal 2015. Humour nero, quello del legislatore nazionale, visto che il fondo stesso è finanziato dalla quota di IMU spettante per legge ai Comuni, cioè da risorse già loro.

I tagli si aggravano di anno in anno, tanto che oggi i Comuni “pagano” il 27% ca. della manovra statale. Colpa loro, chioserà qualche “tecnico”: il decollo del debito pubblico, a fine ‘900, non fu forse influenzato dal protagonismo dei sindaci che, forti del mandato elettorale diretto, si misero a scialare come cicale? No, risulta proprio di no: la crescita dell’indebitamento iniziò oltre un decennio prima, a causa del divorzio tra Ministero del tesoro e Bankitalia, e quanto allo sperpero - al netto dei titoli pubblici, emessi dallo Stato per coprire il fabbisogno della PA - il debito delle Amministrazioni centrali è di 257,8 miliardi, pari a quasi 7 volte quello dei Comuni (38,2 – dati CGIA Mestre 2014). Normale? Vista l’importanza delle funzioni assegnate allo Stato certamente sì; molto meno normale, ed anzi allarmante, che le rasoiate si abbattano di preferenza sulla periferia, risparmiando – ad esempio – la spesa per l’acquisto dei mortiferi F35.

E’ prossima la morte per inedia dell’ente locale? Diciamo che le probabilità sono alte. Al di là delle spoliazioni giova infatti tener conto di due fattori: il primo è l’atteggiamento della Consulta che, in questi anni, ha consentito allo Stato di fare il bello e il cattivo tempo, consegnandogli la chiave delle finanze locali sotto forma di “coordinamento della finanza pubblica” (che sarebbe competenza concorrente, ma vallo a dire alla Corte!); il secondo la prossima entrata a regime della riforma contabile (D. Lgs. 118/2011) che, in ossequio al principio dell’equilibrio di bilancio (art. 81 Cost., mai troppo noto), ridurrà drasticamente la possibilità per gli enti di ricorrere all’indebitamento. Per qualcuno si tratta di un’eccellente notizia, così come appare rassicurante l’attitudine della “contabilità armonizzata” a sventare congiure contabili (uso allegro delle partite di giro e creazione di residui attivi fasulli a copertura di spese reali). Ora, la messa al bando di fondi neri e contabilità parallele è senz’altro una buona nuova; rifletta però il lettore sul fatto che non sempre questi trucchetti venivano escogitati per losche finalità: talvolta essi permettevano di assicurare la continuità dei servizi e magari di costruire qualche opera pubblica. L’artifizio, insomma, era a fin di bene.

Sotto l’imperio della legalità europea i conti riacquisteranno la verginità perduta, ma a farne le spese saranno gli italiani. Sappia il cittadino che, messo fuori legge l’indebitamento, agli amministratori locali restano due leve: quella fiscale (su comunità sempre più povere) e quella della riduzione della spesa corrente (leggi servizi alle persone). Morale: la strada nuova varrà lacrime, sangue e prestazioni in meno… e forse queste non avranno contropartita, visto che la riduzione dell’indebitamento fa premio sugli investimenti in opere pubbliche.

Ma il politico locale starà al gioco, non denuncerà, non si opporrà? Nei Comuni medio-piccoli, in fondo, è ancora una figura relativamente popolare, e comunque ben conosciuta e inserita. Nei Comuni medio-piccoli tra rappresentante e rappresentati c’è ancora dialogo, e spesso il contributo al torneo cavalleresco o alla fiera del manzo non è denaro buttato, perché mantiene coesa la comunità, rafforza il senso identitario, promuove lo sviluppo.

La soluzione escogitata è semplice: cancellare i Comuni medio-piccoli… cancellarli davvero, e senza passare per la fusione, che presenta tre inconvenienti. Primo: le fusioni vanno incentivate con soldi freschi. Secondo: è indispensabile l’approvazione dei cittadini. Terzo: nel nuovo Comune gli amministratori vengono eletti - e il vincolo fiduciario non si spezza del tutto, perché in una comunità di 7-8 mila persone ci si conosce un po’ tutti, almeno di vista. No, niente fusione: meglio l’Unione, che è a costo zero, consente di creare macroaggregati (nel piccolo Friuli Venezia Giulia renziano il limite minimo è 40 mila abitanti!) e, dopo aver sgusciato i Comuni, ne abbandona sul territorio il carapace. Gli organi “sopravvivono” come simulacri, ma le decisioni si spostano ad un livello superiore – quello dell’Unione, i cui vertici sono individuati dalla legge e dagli amministratori più influenti, non dall’elettorato.

Vogliamo chiamarla una beffa? Suggerisco di sì, perché un istituto nato nel ’90 come facoltativo, e realmente pensato per offrire maggiori servizi alle collettività, ha nel corso degli anni mutato pelle, trasformandosi in obbligo e vessazione.

Fossimo complottisti, potremmo concludere che il decantato principio di sussidiarietà, di marca UE, ha finalmente trovato piena attuazione: nel mondo global il comunello è doppiamente inadeguato, perché residuo di democrazia ed espressione di un legame con territorio e tradizioni che potrebbe rallentare l’avvento di un’umanità di zombie alla Bladerunner, senza cure mediche ma con lo smartphone in mano.

Visto che il complottismo non ci appartiene, riscontriamo in questo triplice assalto (economico/finanziario, normativo e propagandistico) all’ente locale e a chi ci vive l’ennesimo indizio del grandioso e tragico mutamento in atto in quella che una volta era l’Europa.

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