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mercoledì 13 maggio 2015

Non basta avere buone ragioni ma serveno modi per presentarle

A Genova nel 2001 i cosiddetti no-global – faremmo meglio a dire “altermondialisti” – avanzavano critiche con ragioni da vendere. Un esempio su tutti è rappresentato dalla necessità di contrastare gli effetti nocivi della finanziarizzazione estrema dell’economia. Sappiamo com’è andata la storia, molti sono stati manganellati senza motivo e le critiche sono state soffocate.

 Dopo una decina di anni i governi hanno cominciato a ragionare sulla limitazione dei paradisi fiscali, qualcuno anche su di una tassa sulle transazioni finanziarie, mentre oramai le operazioni finanziarie sono in gran parte regolate da algoritmi che agiscono in modo automatico e tempi rapidissimi (High Frequency Trading) sganciando sempre più la finanza dalla cosiddetta economia reale.

Secondo le statistiche pubblicate di recente dal ministero dell’Economia e delle Finanze, nel 2012 in Italia il reddito imponibile delle società di capitali rispetto all’anno precedente è aumentato del 33 per cento per le società finanziarie mentre è diminuito in tutti gli altri settori. Secondo i dati Eurostat e un’indagine pubblicata da Il Sole 24 Ore commentata da Andrea Baranes, nel 2014 l’Italia ha avuto un passivo sui derivati finanziari di 5,46 miliardi. La finanza speculativa muove masse enormi di denaro concentrate nelle mani di pochi, senza che questo serva né a “far girare l’economia” né ad aumentare l’occupazione.

Semplicemente, la finanza speculativa non sfama né aiuta a vivere meglio. Nella nostra situazione, non ci possiamo permettere uno spreco di risorse di questo tipo; è molto più efficiente abbandonare la finanza speculativa. Sarebbe stato meglio ascoltare le solide ragioni dei no-global, abbiamo perso almeno una decina d’anni.

Una storia simile potremmo raccontare per il caso della linea Alta Velocità (Tav) Torino-Lione. Gli abitanti della Val di Susa hanno capito da tempo che si tratta di un’opera insostenibile, e per questo si sono meritati l’occupazione militare di un pezzo della valle; qualcuno si è anche preso le manganellate semplicemente perché si trovava nel posto sbagliato. Lo schema è sempre lo stesso, preparare la trappola mediatica per mostrare all’opinione pubblica che l’unica opposizione è quella violenta e immotivata; il telespettatore potrà valutare liberamente da che parte preferisce stare.

Sono convinto che la linea Tav Torino-Lione verrà abbandonata, perché il suo costo (che oltretutto continua ad aumentare) è troppo alto e non può essere sostenuto. Un giorno qualcuno dovrà trovare il coraggio per dirlo, a quel punto potremo calcolare quanti anni e quanti miliardi di euro abbiamo buttato via. Semplicemente, un progetto di questo tipo costa troppo e non è in grado di sostenersi; è molto più efficiente ristrutturare la linea esistente.

Ora l’Expo di Milano sta riproponendo lo stesso canovaccio. Non sono in grado di capire le intenzioni né la psicologia di un black bloc, ma le loro immagini sono perfettamente funzionali a soffocare ogni critica rispetto al modello propagandato dall’Expo. Il telespettatore può scegliere se preferisce passeggiare beatamente all’interno del parco dei divertimenti sul cibo oppure trovarsi a tiro dei teppisti; le immagini dei 30’000 manifestanti pacifici sono oscurate insieme alle loro motivazioni.

Mi chiedo allora quale sia in questo caso la verità semplice e scandalosa che non si può pronunciare. D’altronde la Carta di Milano parla di diritto al cibo, sovranità alimentare, equo accesso alle risorse, energia pulita, tutela del territorio, qualità della vita, evitare gli sprechi, comportamenti responsabili, consumo consapevole, piccoli produttori locali, accordi di filiera, cibo come patrimonio culturale, educazione alimentare, eliminare le distorsioni del commercio internazionale insieme al lavoro minorile ed irregolare, valorizzazione dei prodotti tipici, biologici e locali e della biodiversità. E allora, dove sta il problema?

Come scrive ancora Andrea Baranes, il problema sta principalmente in quello che la Carta non dice. Ora che le multinazionali adottano il linguaggio no-global, dobbiamo andare oltre; la differenza non sta più nelle dichiarazioni di principi, ma nel modo in cui vengono attuati, a vantaggio di pochi o di tutti. Pare che pure papa Francesco non l’abbia presa bene quando ha saputo che il padiglione del Vaticano all’Expo costa 3 milioni, alla faccia della fame.

Il cuore del problema credo stia nel fatto che, se il cibo è un diritto, non sarà il mercato capitalista a garantirlo; un mercato liberalizzato non è lo strumento adeguato per garantire i diritti. Potremmo portare molti esempi, ma vediamone un paio, a partire dalla formazione del prezzo. La nostra Costituzione afferma che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (Articolo 36). La diretta conseguenza di questo diritto andrebbe applicata nella formazione del prezzo di un prodotto, che deve poter riconoscere sia il lavoro del produttore per garantirgli una vita dignitosa, sia la disponibilità di chi acquista in modo che anche il consumatore possa avere una vita dignitosa.

L’idea del prezzo giusto che riconosca le esigenze di entrambi si sviluppa nell’economia solidale da questo tipo di riflessioni, e può essere negoziato solo dall’incontro alla pari tra i diversi soggetti coinvolti lungo la filiera.

Ebbene, la spinta del capitalismo va esattamente in senso opposto, perché le imprese – sfruttando la loro dimensione – cercano di pagare il meno possibile i fornitori e di chiedere il più possibile ai clienti; il margine tra i prezzi ed i costi, che sta alla base della rendita del capitale investito, diminuisce il diritto ad una vita dignitosa da parte dei produttori e dei consumatori. Addirittura, come racconta l’articolo “Prezzi su misura” pubblicato da Internazionale, si sta ora realizzando il sogno del capitalismo che è quello di formulare un prezzo personalizzato con cui chiedere ad ogni singolo consumatore il massimo che è disposto a spendere per quel prodotto, e questo serve a massimizzare i profitti, non i diritti.

Prendiamo ora un altro esempio sul legame tra cibo e salute considerando il problema degli zuccheri semplici; mentre da una parte l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) vuole portare avanti delle misure per ridurne il consumo a causa della sua incidenza sulle patologie croniche (malattie cardiovascolari, diabete, tumori) e sull’obesità. Come riporta Nicoletta Dentico su SaluteInternazionale, l’Italia si sta opponendo alle raccomandazione dell’Oms; ma la cosa particolare è che una delle due persone accreditate dall’Italia all’Oms come “esperti della salute del ministero Affari Esteri” sia stato “senior advisor” della Ferrero, evidentemente interessata a non turbare la vendita delle merendine ed altri prodotti ad alto contenuto di zuccheri aggiunti (a questo link su “Il Fatto Alimentare” la replica del ministero della Salute).

Anche in questo caso, la direzione verso cui le multinazionali tendono naturalmente a muoversi, sfruttando l’enorme concentrazione del mercato tra le mani di poche aziende, è opposta rispetto a quella da seguire per difendere i diritti, in questo esempio quello della salute.

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Non c’è da stupirsi se oggi la reputazione del capitalismo e delle multinazionali è ai minimi storici. Solo che mentre i più intelligenti reagiscono cercando di capirne le motivazioni e orientando le aziende a creare valore condiviso, il mondo del business as usual vuole convincere l’opinione pubblica a colpi di propaganda sul fatto che le alternative non esistono o sono molto peggiori, come trovarsi l’auto distrutta da un ragazzo con la faccia mascherata.

Da parte mia, la tentazione è quella di dichiarare il libero mercato anticostituzionale, perché nella determinazione dei prezzi tiene conto solo dei rapporti di forza tra chi compra e chi vende, a scapito dei diritti sanciti dalla Costituzione.

Anche in questo caso la verità è semplice: non saranno le multinazionali a sfamare il pianeta. Non che non abbiano la capacità per produrre e distribuire il cibo, ma nel mercato delle multinazionali gli 840 milioni di affamati non hanno i soldi per comprarlo. Nello schema del sistema attuale, in cui la ricchezza si concentra nelle mani di pochi, agli altri rimangono le briciole che non sfamano. Dobbiamo quindi trovare una soluzione più efficiente, quella delle multinazionali non è sostenibile.

É molto più efficiente una distribuzione del potere lungo la filiera produttiva che consenta un incontro alla pari tra i diversi soggetti per trovare soluzioni in grado di rispettare i diritti di tutti. Ritengo che sia questa enorme asimmetria di potere, che si traduce nel controllo della distribuzione e dell’informazione, la prima causa dei conflitti sul cibo.

Ma oggi il problema è trovare le parole per raccontare tutto questo. Lo so, è pur vero che le buone pratiche che si stanno diffondendo portano con sé rapporti paritari tra i diversi soggetti e la ricerca di soluzioni condivise, ma come facciamo a raccontare alla famigliola che passeggia allegramente nel parco dei divertimenti sul cibo che la rappresentazione delle multinazionali che sfamano il pianeta è ideologia pura?

Non mi interessa la magra consolazione di poter dire tra dieci anni che avevamo ragione; mi piacerebbe che questa volta perdessimo un po’ meno tempo. Quali immagini potremo contrapporre all’Albero della Vita di legno e acciaio, il simbolo di Padiglione Italia? Considerando che, come scrive Loretta Napoleoni, “fortunatamente lontano dai riflettori, dai volti celebri e dalla politica esiste un movimento mondiale che vuole riconquistare il diritto al cibo sano e sfamare così chi ha fame”, quali proposte possiamo portare per costruire un’agenda politica  che sia uno strumento per garantire il diritto al cibo e la sovranità alimentare?

In primo luogo, tutte le azioni che vanno nella direzione di riequilibrare i rapporti di forza tra i soggetti coinvolti lungo le filiere del cibo – a tutti i livelli di scala dal locale fino agli accordi internazionali – vanno nella direzione giusta. Rapporti di forza più equilibrati possono consentire quindi la creazione di patti di filiera costruiti insieme tra i diversi soggetti in modo da rispettare i bisogni di tutti, intervenendo in questo modo sui conflitti principali che sono quelli sulla formazione del prezzo, l’accesso all’informazione e il controllo della distribuzione.

Penso che potremmo provare a muoverci in questo modo: a partire dalle esperienze consolidate di filiere di economia solidale, proporre progetti partecipati agli amministratori locali coinvolgendo altri soggetti del territorio; questo potrebbe essere un modo per acquistare una certa credibilità per chiedere di intervenire anche sugli accordi internazionali di liberalizzazione del commercio e degli investimenti e sulla limitazione della finanza speculativa.

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