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giovedì 28 maggio 2015

L’Europa verso l’implosione

I tre episodi sono di natura diversa, ma gli esiti sono identici. Le due recenti elezioni, amministrative in Spagna, presidenziali in Polonia, e l’acuirsi della crisi per l’insolvenza debitoria in Grecia, conducono ad un unico effetto politico per le sorti future dell’Unione Europea: quella dell’implosione per egoismi nazionalistici.


Un regime illiberale, però, ben diverso dai sistemi dittatoriali conosciuti nel secolo scorso, quando si affermarono il nazionalsocialismo tedesco, il fascismo italiano, il franchismo spagnolo e il salazarismo portoghese: esempi di dittatura sanguinaria, poggiati su di un sistema protocapitalistico, fatto da grandi imprese, per lo più a conduzione familiare, uno stato interventista in economia e un sistema di welfare diffuso seppure minimo, nazionalismi esasperati, nazionalizzazione delle “reti” e grandi opere infrastrutturali, bassi salari, occupazione diffusa, livelli minimi di tassazione.
Oggi, invece, il “Conglomerato neocapitalistico” si basa su idee iperliberiste, che privilegiano la finanziarizzazione, la drastica riduzione se non l’abolizione del welfare diffuso, la privatizzazione anche dei servizi pubblici essenziali, un alto tasso di disoccupazione ed elevata precarietà nel lavoro, bassi salari e pensioni, per mantenere vasti strati della popolazione sotto il ricatto anche psicologico della caduta del potere d’acquisto, una tassazione elevata per i redditi “fissi”.

Per un’incredibile legge del “contrappasso”, questo progetto politico va affermandosi innanzitutto nei paesi dell’Est europeo, un tempo sottoposti alla dittatura staliniana e sovietica. Una volta caduto il Muro di Berlino, abbagliati sulla strada del neocapitalismo, i grandi burocrati dell’apparato dei vecchi partiti comunisti si sono trasformati in oligarchi e “cacicchi” governativi, che strabicamente guardano con simpatia agli Stati Uniti e alla Russia di Putin, dopo essere stati accolti dall’Unione europea, dalla quale però si sentono “controllati” per leggi e norme evidentemente ritenute troppo “liberali e sovranazionali”.

E così si è affermato un diffuso “euroscetticismo di destra”, xenofobo e nazional-localista, che trova fertile terreno di coltura nelle direttive spesso incomprensibili, sfornate dagli “Eurotecnocrati” di Bruxelles, nell’asfissiante politica di Austerità, di aiuti discutibili alle banche, di annullamento dei particolarismi nazionalistici. Le prime conferme allarmanti sono arrivate dalle elezioni politiche in Gran Bretagna con la vittoria del conservatore David Cameron e l’affermazione in voti assoluti, anche se non in seggi per il sistema maggioritario, dell’UKIP di Nigel Farage: insieme i voti dei due elettorati hanno superato il 51%, fornendo una solida base euroscettica per il preventivato Referendum che nel 2017 domanderà ai britannici se restare o staccarsi dall’UE.

Questo “Euroscetticismo di destra” ben si accomuna con quello dei polacchi, che alle recenti elezioni presidenziali hanno scelto col 53% il candidato dell’ultradestra nazionalista, Andrzey Duda, del partito Diritto e Giustizia, contro l’attuale presidente liberale Bronislaw Komorowski, filoeuropeista. Duda sostiene tesi contro l’adesione all’Euro, si richiama alla politica ultraconservatrice e dittatoriale dell’Ungheria di Viktor Orban (“una Budapest sulla Vistola”, è stato il suo slogan); in politica estera è favorevole ad un allineamento verso gli Usa e la Gran Bretagna (nel Parlamento europeo il suo partito è collegato ai conservatori di Cameron).

Dall’altra parte, si va estendendo anche un “Euroscetticismo di sinistra”, che ha avuto la sua “epifania” con la vittoria in Grecia del partito Syriza con l’elezione di Alexis Tsipras a capo del governo, oggi alle prese con un ostruzionismo non solo tedesco ad ogni ipotesi di riscadenzamento o ristrutturazione del debito pubblico ellenico.

Nelle nazioni dell’Europa mediterranea trova spazio questa impostazione “a sinistra”, che vorrebbe abbattere il predominio tedesco sulle decisioni dell’Eurogruppo e della BCE, anteporre una politica di sviluppo ecosostenibile e di piena occupazione, contro le ricette di austerità e di riduzione del debito e del deficit pubblici. Idee che in Italia hanno in maniera contraddittoria portato avanti quelli del Movimento 5 Stelle e che si vanno propagando in Portogallo, Francia e, soprattutto in Spagna. Qui, dopo le imponenti manifestazioni degli Indignados, si sono affermati raggruppamenti politici anticorruzione, ostili al partito al potere, il Partito popolare di Mariano Rajoy, contrari alle politiche di austerità germanocentriche, favorevoli a piani per la piena occupazione specie quella giovanile e ad una riforma delle istituzioni europee. Alle ultime elezioni amministrative e regionali, le due “costole” degli Indigndos, Podemos di Pablo Iglesias, sinistra riformista, e i Ciudadanos di Albert Rivera Diaz, liberali di sinistra, hanno ottenuto una forte affermazione, a scapito del PP e dei socialisti del PSOE, tanto da conquistare le due maggiori città-simbolo, Madrid e Barcellona.

Ad ottobre, l’Europa sarà scossa da un altro movimento tellurico politico: Spagna, Portogallo e Polonia andranno alle urne per le elezioni politiche generali. Si scontreranno le due fazioni di “euroscettici”, in nome di un’idea dell’Unione europea incomprensibile ed evanescente.

Se nelle prossime settimane le cancellerie europee e i poteri forti esigeranno dalla Grecia il saldo del prestito e ostacoleranno qualsiasi progetto di riscadenzamento del debito condannando l’UE a un processo di implosione, favorendo gli egoismi nazionalistici e riportando l’Europa indietro nella storia, all’epoca del dopoguerra, quando i nostri confini erano cosparsi dalle ceneri e coperti dai cadaveri di decine di milioni di morti.

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