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sabato 2 maggio 2015

Lavoro: la “cura Renzi” non funziona

Prima di tutto i dati: il tasso di disoccupazione in Italia è al 13%, il tasso di inattività nella popolazione dai 15 ai 64 anni raggiunge il 36% (26,5% maschile e 45,4% femminile), mentre quello di occupazione cala al 55,5% (ultime rilevazioni ISTAT del 30 aprile 2015 relative a marzo). Per quel che concerne i giovani dai 15 ai 24 anni, il tasso di disoccupazione è al 43,1%, quello di inattività al 74,5%: anche in questo caso si segnala un aumento tendenziale rispetto al mese di febbraio.


Negli anni della crisi economica (e segnatamente tra il 2007 ed il 2014) la disoccupazione è aumentata del 108,2%, più del doppio della media dell’Unione Europea, al contempo il lavoro precario è aumentato del 3% (mentre, ad esempio, in Germania è calato del 10%).

In tale intervallo di tempo è cresciuta anche la disoccupazione in Europa, passando dal 6,4% al 10,2% e coinvolgendo tutti i Paesi, ad eccezione di Germania, Polonia e Malta (discorso simile per la disoccupazione giovanile, che è al 40% a livello europeo).

In Italia c’è poi un altro dato da considerare in tutta la sua rilevanza: il divario occupazionale fra Nord e Sud. Nell’utimo trimestre del 2014 la disoccupazione al Nord era al 9%, al Centro del 12.2, al Sud del 21.2; dieci anni prima al Nord eravamo al 4.3; al Centro al 6.5; al Sud al 14.8%; all’avvio della crisi, nel 2007 al Nord il tasso era del 3.5%, al Centro del 5.3, al Sud dell’11.1 (sempre dati Istat). Insomma, la crisi ha colpito tanto più duramente le zone meno sviluppate e ancora più profondamente i salari più bassi.

Che l’incidenza della crisi economica si sia sommata all’incapacità della politica nel fornire risposte adeguate è più che una ipotesi, dunque. A questioni complesse, si è sostanzialmente risposto con provvedimenti – spot, con misure inefficaci e parziali, con compromessi al ribasso fra aziende, sindacati, corporazioni e politica, oltre che con una sostanziale indifferenza rispetto alle ricadute sui corpi sociali più deboli ed esposti alle oscillazioni della crisi. Negli ultimi dieci anni, mica ieri mattina.


Più in generale le condizioni dell’economia italiana sono pessime. Il Governo, in attesa della “benedetta ripresa” e anche per “agevolarla”…ha deciso di mettere mano alle regole del mercato del lavoro. Come? Nel solco della flessibilità, tanto in entrata quanto in uscita. E con incentivi contro la delocalizzazione delle aziende e per favorire le nuove assunzioni (la decontribuzione, che però rischia di risultare meno efficace nelle aree depresse). Per ora, però, i dati sono quelli che sono. E per ora, non resta che aspettare “che il cammello si decida a bere“.

Fare un primo bilancio del Jobs Act e astenersi dal dire “ve lo avevamo detto di frenare l’entusiasmo”, è molto difficile. I dati sono quelli che sono, anche se ad onor del vero occorrerà attendere che si consolidino, considerando che la riforma Renzi – Poletti è entrata completamente in vigore a marzo (la decontribuzione contenuta nella legge di stabilità da gennaio, invece). Il primo maggio 2015 è però inevitabilmente “quello del Jobs Act”, quello senza articolo 18, quello della flessibilità in entrata e in uscita oppure, se più vi aggrada, quello della “rivoluzione di Renzi” che ha cancellato la precarietà. Almeno Renzi così sostiene…




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