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domenica 17 maggio 2015

La crisi non è solo economica...

È una crisi epocale che dobbiamo studiare seriamente e Scopriamo che agiscono fattori strutturali, anche fattori di geopolitica come la globalizzazione e fattori immediatamente politici, come la crescita di Cina e India e l’euro nella nostra Europa. Queste diverse e rilevanti modificazioni dello stato di cose convergono nel produrre l’attuale crisi mondiale dalla quale non sappiamo ancora se e quando se ne potrà uscire.

 Nel lontano passato la macchina a vapore portò alla pratica eliminazione dell’uso della forza fisica dei lavoratori dipendenti. Ora i computer e gli altri strumenti digitali stanno sostituendo anche l’impegno mentale dei lavoratori dipendenti. Morale: si riduce il peso sociale e politico del lavoro dipendente che è stato ed è ancora fondamentale nei rapporti sociali e politici: il futuro prossimo è già pieno di ombre.

Ma ai mutamenti nel lavoro si aggiunge la globalizzazione, cioè l’effettiva mondializzazione dei mercati e, innanzitutto, del mercato del lavoro, che riduce seriamente il potere contrattuale dei lavoratori dei paesi sviluppati, che, peraltro viene indebolito dai flussi migratori dal sud al nord del nostro mondo. E, ancora, per noi europei c’è l’unione monetaria senza unione politica, che riduce il potere dei singoli stati europei privandoli della possibilità di svalutazioni competitive e li obbliga a un pareggio di bilancio che riduce fortemente il potere di intervento pubblico nell’economia. Si tratta di pericolose riduzioni del potere della politica e pertanto della democrazia: cresce la forza delle cose diminuisce la forza dei cittadini e della politica. E non dimentichiamo che quando parliamo di forza delle cose, in effetti parliamo della forza dei proprietari delle cose.

Gli effetti dell’attuale crisi sono evidenti e sono esaminati in questo speciale: disoccupazione, precariato, bassi salari, pensioni incerte, conti pubblici in difficoltà, debito in aumento. La globalizzazione non è solo la Pirelli che diventa cinese, l’Alitalia mezza araba e la Fiat americana.Tutto questo necessariamente si accompagna con il progressivo indebolimento dei sindacati e la pratica dissoluzione dei partiti di sinistra che diventano “partiti della nazione” proprio quando la nazione perde peso rispetto ai vincoli europei: il vento della storia soffia solo a favore del capitale, possibilmente straniero.

Come contrastare o frenare questa deriva antisociale e antidemocratica? Rispondere non è semplice, come conferma il nostro attuale balbettio. Il vento della storia ci è contro. Ma bisogna studiare e tentare di superare questa crisi, innanzitutto denunziando, in modo convincente, i disastrosi esiti di questa deriva e individuando i punti di scontro. Penso che si debba partire dalla cultura e dalla letteratura: non dimentichiamo come sulla formazione della mia generazione ha agito la lettura di romanzi e racconti e poi dei saggi di analisi storico-sociale. E ancora, per cominciare, occore ricostruire la speranza, quella che da giovani avevamo alla fine della seconda guerra mondiale e che i giovani di oggi debbono ritrovare e anche costruire, quindi occorre far rivivere la politica della speranza. La speranza – non dimentichiamolo – per molti di noi nel secondo dopoguerra si trasformò in obiettivo. E contro la linea degli arricchimenti individuali o di gruppo, ridiamo dignità e valore allo stato, alla nostra repubblica, alla nostra Costituzione. E ripeto che nella attuale situazione sarebbe opportuno rimettere in moto l’IRI.

Ma per tutto questo bisogna ricostruire la politica, oggi ridotta quasi a zero di fronte al potere privato e clientelare. Bisogna ridare respiro e prestigio al Parlamento. Insomma bisogna ripulire e rimettere in opera la politica.

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