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domenica 24 maggio 2015

Abbiamo bisogno di un capitalismo di stato

Il principale pilastro ideologico del neo-liberismo è la totale espulsione dello Stato in campo economico: le grandi imprese pubbliche sono state via via smantellate e privatizzate; alcune, come quelle nel settore dell’energia e dei trasporti in alcuni paesi (come Francia e Italia) sono state trasformate in società per azioni  di cui lo Stato è l’unico azionista o comunque quello di riferimento.
Agli Stati sarebbero rimasti solo determinati compiti come emettere moneta, assicurare la difesa e mantenere l’ordine interno.


Ma la Storia a volte è perfida e la crisi ha spinto e spinge ancora le banche a chiedere continue emissioni di liquidità dal “prestatore di ultima istanza”, lo Stato. Non solo: la “locomotiva” che ha retto la domanda mondiale nel 2008-9 è stata la Cina e, con essa, gli altri paesi del Brics. Tutti paesi in cui fiorisce un modello che è l’esatto contrario, si parla dunque di un nuovo “capitalismo di Stato”. 

Ma a spingere per una ripresa a largo raggio dell’intervento statale in economia in Europa ed Usa sono soprattutto due dinamiche intrecciate fra loro: la disastrosa situazione occupazionale e lo spostamento del contenzioso internazionale sempre più sul piano statuale.

In Europa ed Usa la disoccupazione censita si attesta ormai fra l’8 ed il 14%, ma a questo dobbiamo aggiungere quella di quanti hanno smesso di cercare un lavoro e le prospettive sempre meno incoraggianti per le giovani generazioni. C’è un blocco degli “ascensori sociali” e la mobilità sociale va via via fermandosi. Tutto questo, insieme alla difficoltà di integrare le masse di immigrati, mette a forte rischio la coesione interna delle società occidentali ed in tempi medio-brevi. La possibilità di ripristinare accettabili livelli occupazionali ed una decente mobilità sociale, affidandosi solo alle dinamiche del mercato è cosa che non può essere decentemente sostenuta neppure dal più illuso fra i neo liberisti, per lo meno in tempi prevedibili. La ripresa occupazionale in Occidente non può prescindere dalla ripresa della manifattura, ma, a sua volta, questa non è praticabile senza un deciso intervento statale. Come si è detto, nelle attuali condizioni, nessun investimento nell’economia reale può remunerare l’investimento, quanto gli attuali tassi medi di speculazione finanziaria: nell’economia reale non esistono affari in grado di produrre il 15%-25% di profitti all’anno e già dal primo anno, queste sono magie di cui è capace solo la finanza… sino a quando non crolla tutto. Ma quando dovesse realizzarsi quel crollo catastrofico ugualmente non ci sarebbe che lo Stato come leva per la ripresa, esattamente come negli anni trenta.

Dunque, questo pone già oggi il problema dell’uso delle emissioni di liquidità richieste alle banche centrali. Certamente siamo in una fase in cui occorre emettere denaro per reggere l’impatto della crisi: la linea della “austerità espansiva” sostenuta dalla Germania (salvo che per le banche) con uno zelo degno di miglior causa è un puro non senso capace di produrre solo una disastrosa recessione. Dunque è auspicabile che le banche centrali allarghino i cordoni della borsa ma, ripetiamo ancora una volta che tali emissioni non possono essere illimitate e permanenti, per cui occorre decidere che uso farne. E l’alternativa secca è: o la finanza o la produzione.

L’idea di sostenere l’economia reale attraverso il finanziamento delle banche è quotidianamente smentita dal comportamento delle banche stesse che, dopo aver attinto largamente denaro all’1% di interesse dalla Bce, lo offrono con il contagocce ed a tassi molto sostenuti alle piccole e medie imprese, preferendo reinvestirlo in titoli finanziari che, a  loro volta, alimenteranno altri titoli finanziari e così via. D’altra parte, non ha senso stupirsene: le banche investono dove hanno maggiore convenienza e rapidità di ritorno. Ma, se  lo Stato intende sostenere le aziende, non è obbligato a farlo attraverso questi canali che hanno troppe uscite laterali e fanno arrivare alla destinazione finale solo gli sgoccioli; può farlo direttamente tramite una sua agenzia. Dunque, non più “liquidità a pioggia”, ma per progetti mirati alla ripresa produttiva ed occupazionale. Questo è contro i trattati internazionali del Wto? I trattati si possono sempre riscrivere e sono spesso derogati. In tempi di crisi il rispetto rigoroso dei trattati non è la preoccupazione principale e, d’altra parte, la prassi comune offre già non pochi esempi di applicazioni disinvolte delle norme Wto.

C’è poi il secondo ordine di motivi che impone una forte revisione dell’orientamento neo liberista corrente: la crisi è sempre più crisi globale, non solo finanziaria, e sta spostando il suo baricentro sul piano politico. Il primo elemento è certamente quello dello scontro sui cambi, partita politica, prima ancora che economica, che chiama direttamente gli Stati a mettere in campo tutto il proprio potere contrattuale.

Strettamente collegato è il tema del debito pubblico che, come abbiamo spiegato è una questione di ordine politico prima ancora che finanziario ed attiene direttamente alla sicurezza e sovranità dello Stato (come sta dimostrando abbondantemente l’evoluzione della crisi greca).

Tornando al ragionamento precedente, notiamo come questa serie di tendenze impongono che lo Stato abbia a sua disposizione una tastiera molto estesa di strumenti di intervento a cominciare dal ripristino della piena sovranità fiscale e promuovendo la costituzione di strumenti di intervento diretto come le aziende di Stato.

Non è un caso che la Francia, il paese occidentale con la più spiccata sensibilità politica, dopo gli Usa, abbia deciso di dotarsi di un proprio fondo sovrano e difenda i suoi asset strategici (a cominciare dalla sua società elettrica) dalle scalate straniere.

Dunque, quello che oggi il neo-liberismo fa apparire come un eresia, in breve apparirà una necessità: la riconsiderazione di una scelta dissennata che è già costata molto alle economie occidentali in generale ed a quelle europee in particolare.

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