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giovedì 16 aprile 2015

Il tema del reddito minimo

Il tema del reddito minimo è un fiume carsico, che dopo lunghi percorsi sotterranei ogni tanto riappare alla superficie. E che pare non raggiungere mai il mare; fuor di metafora, diventare una misura nazionale di contrasto della povertà.

Dopo un anno e mezzo di silenzio, la questione ritorna nel dibattito politico, nei talk-show televisivi, nelle dichiarazioni del governo.
La ripresa del confronto sconta ancora arretratezze e confusione. Così, si continua a parlare erroneamente di “reddito di cittadinanza”: un reddito universale, che garantisce a qualunque persona un trasferimento monetario a prescindere dalle sue condizioni economiche, slegato da qualsiasi obbligo.
La discussione verte invece su un reddito minimo (garantito, di inserimento, di solidarietà attiva, di inclusione, o come lo si voglia chiamare) destinato alle sole famiglie in povertà e condizionato all’assunzione di impegni individuali di reinserimento.
Per un altro verso, nelle proposte presentate in parlamento – da Sel, M5S e Pd – e nei fatti nell’assegno di disoccupazione (Asdi) introdotto dal recente decreto legislativo sugli ammortizzatori sociali, vi è una torsione in chiave lavoristica, mentre una tale misura deve rispondere ai bisogni di tutti i poveri, non solo dei disoccupati e dei working poor, e deve sì servire a recuperarli al lavoro, ma solo in parte, per quanti sono cioè in età lavorativa e abili al lavoro.
Ma una maggiore consapevolezza si nota. La induce innanzitutto la preoccupazione per il problema della povertà, aggravatosi drammaticamente con la recessione: il numero di persone in povertà assoluta è aumentato da 2,4 nel 2007 a 6 milioni nel 2013 (circa il 10 per cento degli italiani). Non ci riferiamo all’impoverimento, che tocca una parte molto più ampia della popolazione. Si tratta di povertà assoluta, della condizione cioè di chi non raggiunge «uno standard di vita minimamente accettabile», calcolato dall’Istat e legato a un’alimentazione adeguata, a un’abitazione decente e ad altre spese basilari come quelle per la salute, i vestiti e i trasporti (Istat, La misura della povertà assoluta, Metodi e Norme n. 39, 2009).
Contro la povertà un reddito di inclusione sociale
L’Alleanza contro la povertà in Italia, un soggetto di advocacy composto da trentatré tra associazioni – quali Acli, Caritas, Forum terzo settore, Banco alimentare, Action Aid e Save the children –, rappresentanze di comuni e regioni e sindacati, ha elaborato una proposta, impegnativa e allo stesso tempo credibile, di reddito di inclusione sociale (Reis).
È la prima volta in Italia che un numero così ampio di soggetti sociali e istituzioni dà vita a un sodalizio per promuovere, con una meditata proposta unitaria, migliori politiche contro la povertà. La tabella sintetizza le caratteristiche di questo trasferimento.
Bald Triv

La soglia di 400 euro al mese per un nucleo con un componente sintetizza in un unico valore le tante linee di povertà assoluta elaborate dall’Istat. È inoltre molto vicina all’importo dei redditi minimi presenti in tutti i principali paesi europei. Ha il vantaggio della semplicità e definisce una platea di potenziali beneficiari simile a quella della povertà assoluta: nell’indagine It-Silc 2013, le famiglie con reddito inferiore alle soglie di povertà assoluta Istat sono il 7,3 per cento del totale, quelle sotto la nostra soglia il 6,5 per cento.
Il contributo del Reis non sta tanto nell’impianto della proposta, che non presenta vistose novità rispetto a precedenti progetti elaborati da analisti o da commissioni governative, quanto in tre tratti:
  • l’attenzione alla dimensione attuativa: al decollo del Reis, al suo costante monitoraggio, alla rigorosa valutazione dei suoi effetti;
  • la conseguente elaborazione di un piano quadriennale, improntato al gradualismo in un orizzonte definito, con il legislatore e il governo che sin dall’avvio assumono impegni stringenti circa il punto d’arrivo e le tappe intermedie;
  • la condivisione della proposta da parte di una advocacy estesa, appunto l’Alleanza contro la povertà, quindi il sostegno di una larga base sociale.

A regime, il costo annuale del Reis è di circa 7,1 miliardi di euro, una cifra che comprende un robusto stanziamento per i servizi di accompagnamento ai beneficiari (solo una parte contenuta del finanziamento essendo destinata ai centri per l’impiego, che forniscono servizi alle persone in cerca di occupazione). La spesa è molto inferiore a quella della proposta del M5S (17 miliardi all’anno) perché il nostro riferimento è la povertà assoluta, non quella relativa. Quest’ultima si misura in termini di distanza dal reddito medio e dovrebbe essere contrastata con strumenti di inclusione diversi dall’erogazione monetaria (scuola, sanità, eccetera).
Una ragionevole ipotesi di introduzione graduale del Reis prevede un percorso di quattro anni per arrivare a regime, con uguali incrementi di spesa. La cifra prevista per il primo anno, circa 1,8 miliardi, è adeguata per avviare in modo credibile la riforma e porre le basi per il successo del percorso. Fin dal primo anno sarebbe possibile raggiungere un grande numero di famiglie in povertà, prossimo al 40 per cento della platea complessiva. A differenza delle sperimentazioni, la certezza sulla stabilità del programma metterebbe gli enti locali in condizione di costruire adeguati servizi nel territorio. Il punto chiave sta nel decidere di partire nel 2016 con il primo anno del piano.

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