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venerdì 10 aprile 2015

G8 di Genova. Fu strategia della tensione?

Con questa espressione si intende la realizzazione di un disegno eversivo finalizzato alla destabilizzazione o al disfacimento di equilibri precostituiti.


In Italia, un simile scenario si vide compiuto negli anni settanta: in questo periodo, l'Italia conobbe stragi e attentati, tutt'oggi senza colpevoli e sottoposti a immensi depistaggi istituzionali. Una serie preordinata di atti terroristici, organizzati da poteri deviati tra cui mafia, servizi segreti e apparati statali, volti a creare uno stato di tensione e paura tra la popolazione, così da giustificare o addirittura auspicare una svolta politica di stampo autoritario.

Le date non lasciano ampio spazio a dubbi: l'inizio della strategia della tensione viene convenzionalmente fatto risalire alla strage di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, ossia all'indomani delle rivendicazioni sessantottine. L'intento, chiaro, era quello di frenare il progressivo spostamento dell'asse politico e governativo verso le forze di sinistra che, dopo l'Autunno Caldo, avevano rafforzato il proprio ruolo nella società. Funzionò: la repressione brutale delle Forze dell'Ordine durante gli scontri di piazza e il clima di terrore respirato nello Stivale bloccarono di fatto la crescita di un movimento prettamente studentesco, che, maturando, avrebbe potuto trovare un'importante alleanza con il mondo operaio.

Successivamente, una simile dinamica si registrò nel '77: un nuovo movimento giovanile, totalmente diverso da quello sessantottino, ma pur sempre trasversale e non parlamentare e, dunque, nell'ottica istituzionale, non controllabile, venne sconfitto con lo stesso sistema: mentre le Br iniziavano ad alzare la testa, le forze di polizia furono chiamate a reprimere nel sangue qualsivoglia manifestazione: l'11 marzo di quell'anno venne ammazzato a Bologna Francesco Lorusso; due mesi dopo, il 12 maggio, a Roma, la 19enne Giorgiana Masi. Vittime del cosiddetto “metodo Cossiga”, il quale, nel ruolo di Ministro dell'Interno, confessò di infiltrare, nel movimento, “agenti pronti a tutto”. Una versione confermata anche dall'ex presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino, secondo cui, il giorno in cui venne ammazzata Masi, ci fu “un atto di strategia della tensione, un omicidio deliberato per far precipitare una situazione e determinare una soluzione involutiva dell'ordine democratico”.

Secondo i libri di storia, la strategia della tensione si concluse con la strage di Bologna, il 2 agosto del 1980. Ma è veramente così?

Per qualcuno, no. Per qualcuno, la strategia della tensione non è mai cessata, in Italia. Certo: magari non vi è più il terrorismo politico, magari non vi sono più bombe e stragi a spaventare i cittadini, ma l'uso indiscriminato e brutale della forza nei confronti dei movimenti è rimasto, la campagna di terrorismo psicologico anche. E ne è un esempio, quanto accaduto a Genova per il G8 del 2001: l'assalto alla Diaz -per cui la Corte per i Diritti Umani di Strasburgo ha emesso una condanna all'Italia per tortura- l'omicidio di Carlo Giuliani, il massacro della caserma di Bolzaneto, l'assurdo comportamento delle forze dell'ordine e tutti i depistaggi che si sono succeduti, rendendo ben difficoltoso comprendere cosa, effettivamente, accadde, non soltanto nel capoluogo ligure, ma anche e soprattutto a Roma, nei palazzi di potere.

Anche in questo caso si parla di un movimento non organizzato, non parlamentare, con ramificazioni internazionali, che si opponeva al sistema neoliberista. Un movimento, quello dei no-global, tendenzialmente pacifista. Eppure, tra il febbraio e il luglio di quell'anno, in vista del G8 di Genova, le istituzioni seminarono il panico tra i cittadini, paventando attentati terroristici, installando missili terra-aria, arrivando addirittura a diffondere notizie totalmente prive di logica, tentando così di alimentare il timore e la diffidenza nei confronti dei dimostranti che sarebbero accorsi in città.

Vale la pena ricordare un episodio, in particolare, di tale “terrorismo psicologico”.  Un rapporto “riservato” del Sisde, sbattuto su tutte le testate italiane, in cui si metteva in guardia sulla possibilità che le frange più violente del movimento portassero “sacchetti pieni di sangue infetto”, “contaminato con il virus dell'Aids”.  A nessuno -o a ben pochi- parve interessare che l'Aids non sopravvive al di fuori del corpo umano a lungo e che, comunque, una raccolta simile appariva quantomeno folle e pericolosa anche per il contestatore più accanito.

Raccontarono anche, sempre i servizi segreti, che erano pronti quintali di agrumi da lanciare addosso alla polizia, ricolmi di lamette; pitbull inferociti da sguinzagliare contro i plotoni; ovviamente fu lanciato l'allarme su possibili sequestri di persona.

Prima ancora che il G8 iniziasse, dunque, i no global erano stati dipinti come il nemico. E gli agenti, 11mila, che giunsero a Genova per quei giorni, si adattarono a questa definizione, forti anche della “solidarietà preventiva” garantita dal mondo politico, tra cui, ovviamente, Alleanza Nazionale dell'allora vicepremier Gianfranco Fini, che pure, durante i fatti della Diaz, si trovava nella caserma dei Carabinieri di Forte San Giuliano.

Il pericolo, in realtà, era ben più limitato. E sicuramente non così sensazionale. Riguardava il cosiddetto “blocco nero”, comprendente anarchici e gruppi di estrema destra. Prima ancora che le manifestazioni cominciassero, inoltre, il Genoa Social Forum, un'aggregazione di movimenti pacifisti che si battevano contro la capitalizzazione liberista, denunciò la possibilità che, all'interno delle loro “tute bianche” venissero infiltrati elementi “neri”, allo scopo di confondersi tra i manifestanti per aggredire i rappresentanti delle forze dell'ordine, "screditando contestualmente l'area antagonista di sinistra anti-G8".

Una segnalazione che finì nel nulla: nonostante le informative del Sisde che informavano la Digos di Genova con un giorno di anticipo delle azioni del blocco nero, l'attenzione della polizia si concentrò sul corteo delle tute bianche. Così, mentre i violenti assaltavano banche, strade e il carcere di Marassi, i pacifisti venivano caricati dagli agenti in via Tolemaide, senza neanche che fosse stato loro ordine di farlo e in un punto privo di via di fuga.  Un comportamento che sorprese addirittura la centrale operativa della Polizia, che ordinava, invano, di lasciar passare il corteo.

La carica, com'è ovvio, scatenò la rivolta da parte dei manifestanti: si verificò una vera e propria guerriglia urbana culminata, infine, nell'omicidio, in piazza Alimonda, di Carlo Giuliani, ucciso da un colpo di pistola sparato dal carabiniere Mario Placanica, che dopo la confessione negò il tutto e la cui posizione fu comunque archiviata.

La storia dell'omicidio di Giuliani -investito anche due volte da un Defender della polizia- è nota, tanto se n'è detto e tanto s'è scritto, e ha spaccato in due l'opinione pubblica. Ciò che però preme precisare è come, proprio in questo contesto, si verificò il primo depistaggio: la morte del giovane venne imputata, inizialmente, al lancio di un sasso, che lo avrebbe colpito. Versione falsa: eppure, qualcuno si adoperò a posizionare, vicino al cranio della vittima, una pietra, come prova dell'accaduto. Eloquenti anche le parole del vicequestore Adriano Lauro che, rivolgendosi a un manifestante, urlò: “L'hai ucciso tu, col tuo sasso! Bastardo!”

Importante sottolineare come, anche in questo caso, le forze di polizia non avrebbero lasciato alcuna via di fuga ai dimostranti che, così, reagirono scagliandosi contro gli agenti, nel tentativo di scappare. Il dubbio, messo nero su bianco anche dai giudici, è condivisibile: l’attacco al corteo fu una conseguenza di tutta una serie di errori compiuti dalle forze dell'ordine o, piuttosto, qualcuno volle creare un incidente destinato a far precipitare la situazione? E perché, in un documento dei servizi, rinvenuto a Roma due mesi prima del G8, si “prefigurava” già la morte di un manifestante, causata da un poliziotto giovane e inesperto?

Nello stesso documento, inoltre, si faceva riferimento al vicecapo della polizia Andreassi, definito “estremista di sinistra”. Responsabile dell'ordine pubblico al G8, fu esautorato il pomeriggio della morte di Giuliani, quando a Genova giunse il capo dell'Ucigos, il “superpoliziotto Arnaldo La Barbera. La sua fama era illustre: un passato nei servizi e nell'antimafia, le cui ombre stanno emergendo soltanto adesso, nell'ambito del processo palermitano sulla trattativa Stato-mafia.

Ma non è l'unico nome legato all'antimafia che, in quei giorni, era in prima linea a Genova: il capo della polizia, ricordiamolo, era nient'altri che Gianni De Gennaro. Legato al nome di Giovanni Falcone, De Gennaro è tutt'oggi accusato dal testimone chiave della trattativa, Massimo Ciancimino, di essere stato a conoscenza dei patti inconfessabili tra Istituzioni e criminalità organizzata.

Furono i suoi collaboratori di fiducia, sabato 21, a prendere in mano la situazione e, secondo quanto sostenne Andreassi, a esautorarlo e ordinare di “procedere ad arresti per cancellare l’immagine di una polizia rimasta inerte di fronte alla devastazione e al saccheggio della città”.
In quest'ottica, fu deciso l'assalto alla Diaz.

Fu un massacro. Un “black out dei diritti”, venne definito, “la sospensione di democrazia più grave dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”.

La scuola, trasformata in un dormitorio, venne assaltata da un plotone di polizia a cui si aggiunsero, mano a mano, decine di agenti e di carabinieri, volontariamente. Si parla di circa 500 uomini in divisa, che irruppero nella struttura e sfogarono tutta la loro violenza.

Non doveva, però, andare così, tanto più che l'ufficio stampa di De Gennaro aveva allertato in anticipo i giornalisti per mostrar loro il covo espugnato dei manifestanti. Soltanto La Barbera, che era sul posto, l'aveva immaginato: un attimo prima di dare il via al blitz, suggerì di lasciar perdere. “Partendo da questo nervosismo che avevo notato, le cose non sarebbero certamente andate bene, perché ognuno conosce gli animali suoi”, rivelò nel 2002, parlando col pm Zucca.

Aveva ragione: dei 93 arrestati, 61 risultarono feriti, 20 finirono in ospedale, 2 in codice rosso. Tra quesi, anche Mark Covell, giornalista che fu il primo ad essere colpito dagli agenti: pestato a sangue prima ancora che il blitz cominciasse. Chi non necessitava di cure ospedaliere, venne portato alla caserma di Bolzaneto, dove le violenze proseguirono. E dove, vale la pena ricordarlo, era da poco passato l'allora ministro di Grazia e Giustizia, Castelli.

Tutti gli occupanti della Diaz vennero accusati di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio. In sostanza, tutti furono accusati di esser dei black block, persino il sessantenne Arnaldo Cestaro, colui che ha portato i fatti della Diaz alla Corte di Strasburgo, vincendo una battaglia di civiltà.

Trattati alla stregua di animali, i manifestanti scoprirono soltanto successivamente le accuse: quella sera conobbero soltanto violenze e abusi. Di fronte alle telecamere chiamate da De Gennaro: un vero e proprio disastro d'immagine, che rischiava di coinvolgere i vertici della polizia italiana, presenti sul posto: il capo e il vicecapo della Sco, Franco Gratteri e Gilberto Caldarozzi, La Barbera e  il suo braccio destro, Gianni Luperi, il comandante del Reparto Mobile di Roma Vincenzo Canterini.

Esattamente come decenni prima, negli anni della strategia della tensione, si diede il via al grande depistaggio: per giustificare l'operazione, vennero portate all'interno della scuola due bottiglie molotov. Non furono pochi i giornalisti che assistettero alla scena e la denunciarono. E l'aggressione subita da un agente con un coltello, era tutta una farsa. I verbali di arresto, infine, erano generici e pieni di menzogne, circostanze false.

A smascherare il tutto, il processo, tra l'altro istituito contro i manifestanti. Durante il quale, però, la parola d'ordine da parte degli alti dirigenti della polizia fu “omertà”: nessuno comandò l'operazione, nessuno rilevò stranezze, nessuno notò violenze. Nessuno vide né fece niente.

Tranne carriera.

Negli anni successivi alla mattanza, Gratteri, oggi ai domiciliari, venne promosso a capo dell'antiterrorismo italiano, poi fu questore di Bari. Nel 2010 fu anche capo della Direzione Centrale Anticrimine: risale a quel tempo l'intercettazione con l'ex prefetto de L'Aquila Giovanna Iurato, coinvolta nell'inchiesta sugli appalti. Parlando con lei, rideva del sisma che, appena un anno prima, aveva ucciso 309 persone.

Mortola, che dirigeva la Digos nei giorni del G8, fu condannato per i fatti della Diaz, ma divenne comunque questore di Alessandria e, successivamente, questore Vicario di Torino. Nel 2010, guidava le forze dell'ordine contro i manifestanti No Tav, in Val di Susa.

Luperi fu promosso a capo del dipartimento analisi dell'Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), i servizi segreti.

Infine, Caldarozzi: condannato, è oggi consulente di Finmeccanica. Guidata, neanche a dirlo, da De Gennaro.

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