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sabato 4 aprile 2015

Cosa si nasconde dietro la nuova Pirelli

Si è parlato molto di Pirelli in queste settimane, in relazione alla vendita dell’intera impresa alla società cinese ChemChina, una multinazionale, appartenente per oltre due terzi al governo, che figura al 276mo posto tra le 500 imprese globali elencate da Fortune (21 luglio 2014) con 40 miliardi di dollari di vendite.
Si è avuta l’opportunità di leggere interviste dei protagonisti, studi di autori competenti e altro ancora, come inutili prove di scrittori prezzolati. Ricostruzioni fantasiose o attente, pezzi di storia patria, economica e sindacale, sono tornati alla memoria, è stato possibile riflettere di grandi invenzioni, di crolli disastrosi, di errori e tradimenti. Si è riesumata una fotografia di Gianni Agnelli al volante di una Bianchina, nome dell’Autobianchi dell’anno 1957 con Alberto Pirelli, Vittorio Valletta e Giuseppe Bianchi (industriale della bici) seduti su di una pedana, accanto alla gloriosa macchinetta, prima e parziale alternativa al monopolio Fiat del dopoguerra.
Un articolo di due esperte giornaliste (Laura Galvagni e Marigia Mangano, “Opa Pirelli, per i soci italiani 1,2 miliardi di plusvalenze” Il Sole 24 Ore, 26 marzo 2015) ci è sembrato interessante perché offriva un grumo di verità a volte trascurato. Il testo ricostruisce quanto ricevono i soci italiani di Pirelli dalla vendita ai capitalisti cinesi di ChemChina al prezzo convenuto di 15 euro l’azione. Galvagni e Mangano hanno seguito passo dopo passo le evoluzioni nel capitale Pirelli e sono in grado di offrire un riassunto, o forse un promemoria, attendibile. I soci italiani, o meglio non cinesi di cui si tiene conto, sia in prossima uscita, sia disposti a restare, sono quelli ben forniti di denaro ma pochi di numero. I tanti piccoli azionisti, migliaia, possono solo stare a vedere, leggere i giornali e fare due conti, senza recare disturbo, possibilmente. Primeggia tra i capitalisti cospicui la famiglia ligure Malacalza che viene dall’acciaio, dai macchinari, dagli ospedali e da molto altro. Seguono le banche, Intesa e Unicredit, poi il “nucleo storico” come lo chiama Il Sole, cioè Tronchetti e famigli, poi il fondo Clessidra e infine “i vecchi soci del patto Pirelli” quanto a dire Mediobanca e Benetton. Il conto è fatto in fretta: Malacalza raccoglie 300 milioni avendo l’opportunità di vendere a 500 quello che ha pagato in tutto 200; le banche gemelle 130 cadauna, sempre sottraendo dall’incasso presumibile la spesa effettuata; il fondo Clessidra 90; il nucleo storico 471 di cui la parte preponderante, pari a 358 arriverà a Tronchetti e ai suoi consorti; si trascura il guadagno di Rosneft la compagnia russa, che tra le imprese mondiali è 46ma, ma chissà dove arriverà nella nuova classifica che segue il crollo del prezzo del petrolio. Difficile conteggiare anche l’introito di Benetton e Mediobanca probabilmente incalcolabile. La somma è degna della terza elementare (oops!,del terz’anno del primo ciclo): 300 + 130 +130 + 90 + 471 = 1,121; il che significa lasciare agli attenti Benetton e Mediobanca solo 40 milioni a testa, tenendo per buono il dato di 1,2 miliardi indicato dalle nostre esperte, Mangano e Galvagni; e niente ai russi. Si rifaranno, gli uni e gli altri, dopo.
A fianco dell’articolo da noi così vergognosamente saccheggiato c’è uno schema grafico. Raccontare un schema a parole è più difficile ancora che raccontare un disegno satirico. In ogni caso l’assetto di Pirelli, dopo l’ingresso di ChemChina potrebbe essere così: di qui, dalla parte del comando, ChemChina, con una maggioranza variabile tra 50,1% e 65% del capitale Pirelli; di là l’insieme delle minoranze con capitale variante, in un caso del 49,9% e nell’altro del 39%. Delle minoranze farebbero parte l’insieme delle Nuove Partecipazioni di Tronchetti e dei suoi soci stretti e inoltre Intesa e Unicredit, immancabili banche; poi il coprotagonista un po’ dimenticato, Rosneft, sotto il trasparente pseudonimo Neftgarant. Il grafico assegna a Rosneft tra il 16,6 e il 18%; mentre il 22,4 oppure il 31,9% spetta agli altri della minoranza; tanto quelli riuniti nel nome “Nuove Partecipazioni”, quanto le banche alleate. Possiamo già immaginare in Nuove Partecipazioni una fisarmonica di famiglie, di imprese in accomandita, di eredità indivise insomma una ridda di società a catena che ne rappresentano tante altre. Ma occorre superare tale aspetto del passato e andare oltre. Maggioranza e minoranza uniscono i loro interessi in una società chiamata, come d’abitudine, NEWCO. Essa darà vita a un’altra società indicata con il nome assai originale di HOLDCO (società holding). Dai magnanimi lombi di HOLDCO ecco discendere una BIDCO che sta a indicare, nel lessico internazionale della finanza, “una società ancora da creare”. Sarà dunque BIDCO a dare la vita finanziaria, cioè l’aria da respirare e la luce del sole, a Pirelli che mostrerà subito di non avere dimenticato la lezione, scomponendosi in due, le divisioni PirelliTyre, per gomme di auto e moto e Pirelli Truck che si prevede si fonderà con Aeolus filiale già esistente di ChemChina.
Rimane da dire qualcosa sulle due alternative. Se i grandi capitalisti riusciranno a eliminare completamente i piccoli, allora si attuerà la soluzione a due soci, il cinese e l’italo russo. Nell’altro caso rimarrà in campo, cioè in Borsa, l’azionariato minore e dunque, minacciano i grandi, “affari (ma usano un linguaggio più colorito) suoi”.
Per memoria, ricorderemo che ChemChina e Rosneft sono società statali, una dello stato cinese (comunista) e l’altra dello stato russo (postcomunista). Lo stato russo e lo stato cinese sono davvero meglio del governo italiano, che con l’Iri, o la Cassa Depositi e Prestiti, o qualsiasi altra diavoleria il capitalismo italiano di stato avrebbe potuto inventare per aggirare Bruxelles? Garantire la sopravvivenza di molti posti di lavoro di alto valore, rilanciare finalmente Pirelli, festeggiare in modo degno 150 anni di storia italiana e milanese poteva dare qualche senso all’EXPO.


 fonte: www.sbilanciamoci.info. 

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