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martedì 14 aprile 2015

Cina: capitalismo globale e sciopero dei lavoratori

La crisi di profittabilità culminata nel 1973 scatenò una decade di intensa conflittualità a livello globale (1968-78). Gli esiti specifici della crisi non erano predeterminati, ma le forti disparità internazionali tra livelli di sviluppo e il controllo autoritario sulle classi popolari da parte di quasi tutti gli stati periferici furono un forte vantaggio strutturale per il capitale. Infatti, sottosviluppo e repressione permisero la realizzazione dell’“aggiustamento spaziale” come risposta alla crisi, ovvero l’esportazione di capitali in paesi in grado di garantire mano d’opera a basso costo.


Negli ultimi decenni, le delocalizzazioni nei paesi periferici hanno aperto alle multinazionali un gigantesco “esercito industriale di riserva”, alterando drammaticamente i rapporti di forza tra capitale e lavoro nei paesi avanzati e spalancando così le porte all’attacco neoliberista ai diritti precedentemente conquistati. Le delocalizzazioni, tuttavia, possono essere viste come positive nel lungo termine perché hanno permesso lo sviluppo di numerosi paesi periferici e rafforzato il potere strutturale del lavoro in questi contesti. Il nuovo rapporto di forza si è tradotto nella conquista di diritti socioeconomici e politici in America Latina, cronologicamente la prima area di destinazione per i capitali in fuga dal Nord.

I rapporti di forza stanno cambiando anche in Asia, la vera fabbrica del mondo, come dimostra la spettacolare tendenza all’aumento dei salari in Cina negli ultimi 25 anni (vedi grafico Economist) e la crescente diffusione della conflittualità sui posti di lavoro. Nel primo quarto del 2015 si è registrato un nuovo aumento degli scioperi, con 650 episodi contro i 569 del quarto precedente1. Si tratta interamente di scioperi a gatto selvaggio, essendo il diritto di sciopero in Cina de facto inesistente. Il 52,5% degli scioperi è avvenuto nell’edilizia e il 22% nel manifatturiero. Le pratiche messe in atto includono blocchi stradali, presidi sul posto di lavoro e proteste all’esterno di palazzi governativi. È interessante il fatto che le mobilitazioni non abbiano coinvolto solo le più industrializzate province costiere del Sud Est, ma anche regioni più arretrate nel centro del paese, luogo di destinazione delle più recenti delocalizzazioni interne.

L’ultima ondata di scioperi ha coinvolto anche l’azienda calzaturiera Yue Yuen di Dongguan, parte del gruppo taiwanese Pou Chen e terzista dei più grandi marchi occidentali. L’azienda era già stata teatro di un gigantesco sciopero nel 2014, in cui 40.000 lavoratori avevano incrociato le braccia per due settimane chiedendo il pagamento completo dei contributi sociali.

Il continuo aumento del costo del lavoro costituisce un forte incentivo all'automazione, e infatti la Foxconn sta collaborando con Google per la creazione di nuovi “robot operai”(2). Come recita un reportage dell’azienda di consulenza manageriale McKinsey: “Oggi le catene di montaggio in Cina non hanno nulla a che vedere con quelle di dieci anni fa. Le migliori imprese private cinesi sono tanto capital intensive quanto le loro equivalenti americane”(3).

Ma molte aziende stanno delocalizzando dalla Cina ad altri paesi dell’Asia, come il Bangladesh, la Cambogia e il Vietnam. Tuttavia, nessuno di questi paesi contiene un esercito industriale di riserva altrettanto vasto e quindi gli investimenti stanno già producendo potenti conflitti. Non sorprende che i media abbiano ignorato la vittoria degli 80.000 lavoratori in sciopero alla Pou Chen di Ho Chi Minh City, Vietnam. Lo sciopero - durato quasi una settimana a cavallo tra marzo e aprile 2015 - sembrerebbe essere riuscito a bloccare una riforma della previdenza sociale che il governo aveva previsto nell'ambito della stipulazione di un accordo di libero scambio con l’Unione Europea.

Secondo Ashok Kumar, il verificarsi di questi grandi scioperi è anche dovuto al fatto che i marchi occidentali sono sempre più dipendenti da grandi subfornitori, e non possono più passare da una bottega dello sfruttamento all’altra con tanta facilità. La guerra dei prezzi li ha infatti costretti ad affidarsi a economie di scala che però implicano la concentrazione di grandi masse di lavoratori nel medesimo posto di lavoro, dando una forte spinta alla solidarietà collettiva (4).

Se le ulteriori delocalizzazioni in Asia sono una soluzione limitata, è chiaro che il sistema politico e di relazioni industriali presente in Cina non sarà in grado di adattarsi facilmente alle scosse dal basso. L’aumento della domanda interna fa parte dell’attuale strategia del Pcc, ma nelle intenzioni del partito questo spostamento economico non dovrebbe avere conseguenze sul piano politico e sindacale. È difficile immaginare che la forma di stato attualmente vigente in Cina possa rimanere inalterata adinfinitum, come è difficile immaginare un adeguato riadattamento dall’alto. Il monopolio della rappresentanza legale del lavoro da parte di un sindacato corporativista e invischiato nell’apparato statale ha bloccato il regime in quella che Eli Friedman ha definito la “trappola dell’insurrezione”, come testimoniato dalle forme caotiche e spesso violente in cui si manifestano le azioni industriali in Cina.

Giovanni Arrighi e Beverly Silver avevano individuato tempo fa nella Cina la futura potenza egemone a livello mondiale e sottolineato l’importanza cruciale delle lotte sociali che vi si verificheranno. È chiaro che la fine del sogno capitalista di una sterminata miniera di lavoro iper-sfruttabile avrà forti ripercussioni sui rapporti di forza globali. È impossibile prevedere gli effetti concreti di queste dinamiche, ma sembra plausibile pensare che l’“1%” non potrà più badare ai propri affari con lo stesso agio che ha caratterizzato questi anni di gestione della crisi.

(1) www.clb.org.hk

(2) blogs.wsj.com

(3) www.mckinsey.com/insights

(4) wire.novaramedia.com

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