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giovedì 30 aprile 2015

Cesare Borgia, Il Duca Valentino.

CÆSAR BORGIÆ DE FRANCIA DUCIS VALENTINI


"Aut Caesar aut nihil"
"O Cesare o nulla"

Cesare Borgia nacque nella rocca abbaziale di Subiaco il 13 settembre del 1475, secondogenito di Roderic Llançol de Borja (1431 - 1503), cardinale valenciano, nipote di papa Callisto III, che, all'età di 25 anni, italianizzò il proprio nome in Rodrigo Borgia e, nel 1492, divenne pontefice con il nome di Alessandro VI, e della sua amante Vannozza Cattanei (1442 - 1518), che da lui, oltre al già citato Cesare, ebbe Giovanni, Lucrezia e Goffredo. Cesare fu spinto verso la carriera ecclesiastica dal padre. Rodrigo inoltre volle che Cesare ricevesse una formazione culturale adatta alla carriera ecclesiastica. 
Venne elevato al galero a diciotto anni, dopo essersi laureato in diritto assieme a Giovanni de' Medici, futuro papa Leone X. Deve il nome Valentino alla diocesi di Valencia, della quale il padre lo nomina vescovo prima e cardinale dopo. Ragazzo solare e brioso, amante dell'esercizio fisico e della caccia, si circonda di amici potenti che, in seguito, diverranno suoi capitani di ventura. L'abito talare gli va stretto, non sopporta la vita clericale, tanto che dirà una sola volta messa in tutti gli anni della sua carriera ecclesiastica, nella sua diocesi romana, la basilica di Santa Francesca Romana.  Nel periodo di residenza a Pisa ricevette la notizia che portò una svolta decisiva nella sua vita; l'11 agosto 1492 Rodrigo Borgia era stato eletto Papa, col nome di Alessandro VI. Nel 1491, lo fece nominare vescovo di Pamplona e nel 1492 arcivescovo di Valencia, arcidiocesi che era già stata sua e prima ancora dello zio Callisto III. Dell'arcivescovado però Cesare non prese mai possesso, anche a causa della quasi immediata designazione a cardinale il 20 settembre 1493, e nel 1495 a governatore generale e legato di Orvieto.
Alla morte di suo fratello Juan, Duca di Gandia e carissimo al Padre Rodrigo,  di cui si mormora fosse stato lui il mandante senza mai avere prove a suffragio, il 17 Agosto 1598 chiese ed ottenne dal genitore la dispensa dalla vita ecclesiastica, deponendo la porpora cardinalizia lo stesso anno.Il ragazzo allegro svanisce nell'ombra del condottiero, e l'uomo diviene taciturno, malinconico, solitario. Un solo amico gli è veramente vicino e del quale si fida: don Michele Corella, colui che sarà custode dei segreti del suo signore fino alla morte.

Il 1º ottobre partì per la Francia per sposare Carlotta d'Aragona, figlia ed erede presuntiva di Federico I di Napoli, all'epoca ospitata dal re di Francia, matrimonio che gli avrebbe consentito di rivendicare per sé il regno partenopeo. Una sottile trama politica veniva gestita tra lo stesso Luigi XII e il Papa, il quale, desideroso di offrire un trono al figlio, trattò con il sovrano uno scambio di favori "alla pari": il re concedeva la mano della principessa Carlotta a suo figlio Cesare, mentre il Papa dichiarava nulle le precedenti nozze di Luigi XII con Giovanna di Valois al fine di impalmare la vedova di Carlo VIII, suo predecessore, la regina Anna, duchessa di Bretagna. Non solo, il pontefice riuscì ad assegnare un ulteriore omaggio al re, pur di favorire ulteriormente il figlio: conferì la berretta cardinalizia al suo ministro Georges d'Amboise.  Tuttavia la principessa Carlotta di Aragona rifiutò di sposare il Borgia e solo dopo alcuni mesi  a Cesare fu data come consorte la nipote del re, Charlotte d'Albret, originaria della regione spagnola della Navarra. Lo sposalizio di Cesare con Charlotte fu celebrato il 12 maggio 1499; in seguito a ciò ottenne il titolo di duca del Valentinois. Da qui l'appellativo di "duca Valentino".
Il sogno di un'Italia unita lo porta a conquistarsi un ducato che suscita i timori di Francia e Spagna, che vedono minacciare da vicino i loro possedimenti italiani e che tenteranno di tutto per fermalo. In questo periodo della sua vita, il Valentino si affida al genio di Vinci per progettare macchine belliche, per disegnare planimetrie dei territori conquistati e si incontra con il Machiavelli, che la repubblica di Firenze gli invia come ambasciatore. Questi rimarrà talmente affascinato dall'uomo, dal modo in cui fronteggiò i capitani rivoltosi nel "bellissimo inganno di Senigallia", che si ispirerà a lui nel suo "Principe", riconoscendo nel Valentino la pura virtù cinquecentesca che avrebbe dovuto avere un principe guerriero.
Nell'inverno del 1499 i francesi, alleati con Venezia, scesero in Italia alla conquista del ducato di Milano, e Ludovico il Moro, vista l'alleanza fra il Papa, la Serenissima e la Francia non poté che fuggire da Milano e lasciare campo libero ai conquistatori. Forte del facile successo, il percorso dell'esercito francese (con Cesare Borgia come luogotenente del re) proseguì al di là del Po sino a giungere in Romagna, territorio a quel tempo sotto il potere temporale del papato. Papa Alessandro VI, che era stato tenuto informato sulle manovre della truppa, inviò ai signori di Pesaro, Imola, Forlì, Faenza, Urbino e Camerino, una lettera in cui li dichiarava decaduti dai loro feudi, spianando così la strada alla conquista del figlio e donandogli un intero principato.Com'era prevedibile, nessuno obbedì all'ingiunzione del Papa. La lotta si scatenò cruenta. Una prima spedizione in Romagna ebbe luogo il 21 novembre 1499, con un'armata costituito da fanti e mercenari di varie province e nazioni. Già l'11 dicembre Imola veniva espugnata. Nel gennaio successivo il duca Valentino sconfisse l a contessa Caterina Sforza, che per tre settimane si era asserragliata nella rocca di Forlì, al comando di 2.000 uomini. Nonostante l'energia e il piglio da guerriera, Caterina fu fatta prigioniera e Forlì fu presa d'assedio dagli invasori, che si abbandonarono ad atti di violenza sulla popolazione. Una volta terminato il saccheggio, il duca si poté insediare in città, ospitato dal nobiluomo forlivese Luffo Numai, già consigliere di Caterina stessa.
Cesare Borgia, per assicurarsi l'acquisizione di nuovi possedimenti, dovette spesso compiere congiure e atroci delitti contro nemici militari e politici (come gli Orsini). Tutto ciò lo faceva senza il minimo scrupolo, dato che contava sull'appoggio del padre Alessandro VI e dei suoi amici cardinali. Ma accadeva che in certi casi, come quello con protagonista i Vitelli, fosse proprio lui stesso il bersaglio scelto dai suoi antagonisti. Preoccupato per la crescente ambizione del Borgia, Vitellozzo Vitelli, suo compagno in molte imprese di conquista nel centro nord dell'Italia, iniziò a temere per i propri domini. Per questo, nell'ottobre 1502, si recò nel castello di Magione, dove con Giampaolo Baglioni, Paolo Orsini, Antonio Giordano (per Pandolfo Petrucci di Siena), Oliverotto da Fermo e il duca di Gravina complottò ai danni del Valentino. Malato di sifilide, Vitellozzo con gli altri congiurati incominciò ad agire: entrò in Urbino e vi fece impiccare molti funzionari di Cesare Borgia, e quindi combatté le truppe nemiche nella battaglia di Calmazzo, da lui vinta, dove venne fatto prigioniero Ugo di Moncada. Ma, accordatosi Paolo Orsini con Borgia, anche Vitellozzo e gli altri condottieri si sottomisero alla richiesta di pace del Valentino, e nella notte del 31 dicembre 1502, Vitellozzo Vitelli e Oliverotto da Fermo furono invitati da Cesare ad un banchetto a Senigallia, durante il quale vennero entrambi strangolati da Michelotto Corella; Vitellozzo, prima di morire, invocò il perdono per le sue azioni da papa Alessandro VI.

Quale luogotenente del re di Francia Luigi XII, Cesare si lanciò poi nella seconda spedizione romagnola, contro Rimini, Ravenna, Cervia, Faenza e Pesaro, formalmente autorizzato a muoversi perché il Papa aveva rivolto, tramite una bolla ai signori di quelle città, l'accusa di essersi sottratti all'autorità pontificia. Il 2 agosto 1500 Cesena si arrese, fu poi la volta di Rimini e Faenza, dove vennero deposte le signorie dei Malatesta e dei Manfredi. Nel 1502 Cesare guardava già oltre. I suoi obiettivi erano i ducati di Camerino e Urbino, scacciandone i Da Varano e i Montefeltro.
Gli storici concordano nell'identificare nel periodo di signoria del Borgia un'esperienza politica importantissima in Romagna: i tribunali riuscirono a riportare l'ordine. I vicariati avevano sottratto al papa il potere temporale, ma avevano fatto precipitare la popolazione in una condizione di vita non ottimale. L'azione di Cesare aveva riportato non solo tranquillità e stabilità, ma anche giustizia.
Il duca Valentino era ormai diventato potentissimo, inviso persino ad alcuni dei suoi più valenti condottieri che, nell'ottobre di quello stesso anno, presso il castello dei Cavalieri di Malta di Magione, nelle vicinanze del lago Trasimeno, ordirono una congiura contro di lui, al fine di evitare, come dicevano, "d'essere uno a uno devorati dal dragone". Cesare venne sconfitto nella battaglia di Calmazzo da una lega di capitani di ventura e costretto ad abbandonare il ducato di Urbino ormai sede di focolai di rivolta.

Il suo cammino si blocca con la morte del padre e con la sua lunga malattia. Cesare era diventato signore incontrastato della Romagna. Nel 1503 progettava di estendere il suo potere alle città toscane di Siena, Pisa e Lucca, quando venne meno il suo principale sostegno e punto di riferimento: il 18 agosto di quell'anno il padre, papa Alessandro VI, morì all'età di 73 anni. Alla morte del genitore il duca Valentino entrò in crisi. Dopo il breve pontificato di Pio III, a lui favorevole, nell'ottobre del medesimo anno uscì eletto dal successivo conclave il cardinale Giuliano Della Rovere, esponente di un casato acerrimo nemico dei Borgia. Il nuovo pontefice, che prese il nome di Giulio II, uomo austero, volitivo e poco avvezzo alle vie diplomatiche, tolse al duca il governo della Romagna e ne ordinò l'arresto e la reclusione in Castel Sant'Angelo.
A Cesare Borgia fu inutile, una volta evaso, cercare di rifugiarsi a Napoli per organizzare da lì la riconquista dei suoi territori: il Papa lo fece deportare in Aragona consegnandolo a Ferdinando II, dove il Valentino fu rinchiuso prima nel castello di Chinchilla, poi nel forte di La Mota a Medina del Campo. Riuscì a evadere nel 1506 con una rocambolesca fuga, dove si fratturò diverse ossa perché si calò da una finestra posizionata a venti metri circa d'altezza (ma qualcuno tagliò la fune ed egli precipitò nel fossato sottostante), rifugiandosi quindi nel piccolo regno di Navarra.
Cesare, gravemente infettato dal cosiddetto mal francese, morì combattendo per suo cognato Giovanni III d'Albret, re di Navarra nell'assedio di Viana contro il conte di Lerin, signore della città, che s'era ribellato, nella notte tra l'11 e il 12 marzo 1507.Il cadavere fu avvistato dagli avversari, che ignorandone l'identità, gli tolsero l'armatura e i vestiti lasciandone il corpo nudo, che fu rinvenuto l'indomani mattina, si riferisce, trafitto con ventitré colpi di picca.
Dopo solenni funerali, il corpo venne composto in un grande sepolcro di marmo voluto dal re navarrese nella chiesa di Santa Maria di Viana, alla destra dell'altare maggiore e scolpito da Victoriano Juaristi. Sulla sua tomba venne scritto il seguente epitaffio, dovuto al poeta Soria, a noi pervenuto perché compreso nella raccolta Romancero español, pubblicato nel 1511: Qui giace in poca terra quel che tutta lo temeva, quel che la pace e la guerra nella sua mano teneva. O tu che intendi cercare cose degne di lodare, se vuoi lodare il più degno qui ferma il tuo cammino, non ti curar d’andare oltre.

Ma il Valentino non trovò pace neppure da morto: non molto tempo dopo l'Inquisizione dispose che i resti, ritenuti cosa indegna e sacrilega, venissero sepolti nel patio della medesima chiesa, in terra non consacrata, in prossimità di una discarica di rifiuti, onde fossero «calpestati da uomini e animali». Ma nel 1953 le autorità di Viana recuperarono quei resti, li collocarono in un'urna di pietra e li tumularono nella piazza, davanti alla porta principale della chiesa di Santa Maria, sotto una lapide marmorea, su cui è scritto: «Cesare Borgia, Generalissimo degli eserciti di Navarra e Pontifici, morto sui Campi di Viana l'11 marzo 1507». Nel 1965 in quella città gli venne eretto un busto. Poi nel 2007 le autorità civiche di Viana celebrarono la ricorrenza del 500º anniversario della morte e in tale occasione chiesero che i suoi resti mortali tornassero a riposare dentro la chiesa. Non ottennero però il permesso del competente vescovo dell'arcidiocesi di Pamplona, della quale il Valentino fu vescovo eletto (1491). La sua tomba è diventata meta di numerose e crescenti visite.

"IO TEMPOREGGIO, PORGO ORECCHIO A OGNI COSA, E ASPETTO IL TEMPO MIO."

Fonti :cesareborgia.weebly.com , it.wikipedia.org

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