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venerdì 24 aprile 2015

10 anni di Youtube hanno cambiato la comunicazione

Il ragazzino era Jawed Karim, parlava delle proboscidi degli elefanti, stava in piedi, davanti ad una gabbia dello zoo di San Diego, in California. Il filmato, sgranato e di scarsa qualità, intitolato “Me at the zoo”, durava 20 secondi. La sera del 23 aprile di dieci anni fa fu caricato da Karim sul sito che aveva fondato due mesi prima con Chad Hurley e Steve Chen.

Quel sito si chiamava e si chiama Youtube. Quel brutto filmato è oggi un cimelio ed è stato visto da quasi 20 milioni di persone nel mondo. E’ giusto che sia un cimelio, perché Youtube ha cambiato il mondo della comunicazione e dell’archiviazione audiovisiva, nel bene e nel male.

Nell’ottobre 2006, a poco più di un anno dalla sua fondazione, YouTube, che ancora non realizzava profitti, fu acquistato da Google per la cifra record di un miliardo e 650 milioni di dollari, l’acquisto più oneroso – e proficuo, col senno di poi – effettuato dal colosso di Mountain View dal suo ingresso sul mercato.
I dirigenti di Google capirono che quella piattaforma era una rivoluzione, proprio come era stato il loro motore di ricerca appena sette anni prima.

Oggi, in un solo mese, YouTube genera più contenuti di quanti ne abbiano prodotti tutte le maggiori case di produzione cinematografica negli ultimi 60 anni. È visitato mensilmente da oltre un miliardo di utenti unici e ogni minuto si arricchisce di 300 ore di nuovo materiale video. Le visualizzazioni ogni giorno crescono in modo esponenziale e non potrà che essere ancora così per molto tempo, dal momento che le clips di Youtube sono l’unica vera fruizione multimediale sugli smartphone, alla faccia di chi crede che sia utile mettere sui telefonini pellicole cinematografiche o fiction di un paio d’ore. Sta crescendo una generazione che concepisce il contenuto in pochi minuti di immagini e in 140 caratteri di testo Twitter: francamente credo che sia un disastro, ma è un dato di fatto, contrastabile solo con una risposta basata sulla qualità come alternativa alla quantità.

Tutto questo ha posto ai giornalisti enormi problemi e rende ancora oggi indispensabili molti cambiamenti nel modo di svolgere la professione.
Tutto ciò che viene pubblicato su Youtube è di fatto una fonte, ma molto raramente di questa fonte possiamo essere sicuri. Molto spesso non ne sappiamo nulla, vediamo delle immagini, cerchiamo di capirne il sonoro o la titolazione (nelle più diverse lingue del mondo!) e le utilizziamo. Sappiamo che ci sono autentici artisti delle clips che utilizzano Youtube per numeri di spettacolo, di illusionismo, per propagandare teorie scientificamente folli, per diffondere calunnie e falsità. Sappiamo che lo utilizzano i più feroci terroristi e assassini del pianeta, ma anche da medici e ricercatori che diffondono scoperte e conoscenze indispensabili per migliorare la medicina, l’equilibrio ecologico, la tutela dell’ambiente.

Usufruire di questo strumento è ben diverso rispetto alla consultazione di archivi ufficiali, organizzati e catalogati e di cui le emittenti, o le case di produzione, rispondono in prima persona. E’ un mondo nuovo, affascinante e travolgente, ma che va gestito e moderato. Diciamo pure che non sempre succede. Diciamo che di cantonate prese usando il solo Youtube sono piene le pagine dei giornali,  blog e i servizi radiotelevisivi, e diciamo anche che spesso vediamo in onda immagini di qualità pressochè intrasmettibile, magari prese al volo al posto di immagini professionali rintracciabili nei propri archivi: in Rai succede un giorno sì e l’altro anche! Come sempre, è la coscienza, la professionalità del giornalista che marca pesantemente la differenza.

Ovviamente Youtube ha ribaltato anche l’impostazione complessiva dell’archiviazione multimediale. Ma attenzione: il più grande archivio audio e video d’Italia (il secondo in Europa), cioè quello della Rai, ha un prodotto ben diverso da Youtube, ha centinaia di migliaia di ore che nessun altro ha, tutto è catalogato, datato, identificato, certificato: quella è una fonte autentica.
Ma ha indubbiamente perso parte del suo valore. Dopo la rottura dell’accordo con Youtube la Rai può diffidare la piattaforma video a pubblicare i suoi contenuti, e può farli cancellare, ma la deregulation della rete è più forte e implacabile, mentre Mediaset è in causa con lo stesso Youtube. Destinato a vincere comunque sul campo se non in tribunale.

Ma la Rai, almeno per il pubblico italiano, avrebbe un’arma micidiale, se volesse usarla: mettere a disposizione contenuti unici on line solo agli abbonati, nel contesto di una riforma vera del servizio pubblico. Il tutto lanciando una vera alfabetizzazione digitale attraverso la TV, la radio e il web.
Sono progetti scritti e articolati che giacciono sui tavoli dei massimi dirigenti Rai da anni e che potevano essere attuati da tempo e comunque potrebbero diventare realtà molto velocemente, se si volesse farlo. La concorrenza ad un “mostro” come Youtube la si fa non a colpi di carta bollata ma di confronto sui contenuti: dando quello che loro non possono dare, nonostante tutto.
Questo dovrebbero insegnarci i 10 anni passati dall’ineffabile “Me at the zoo”: Youtube non è una app, è un’idea di contenuti, è un prodotto, chi ne parla solo come tecnologia o non ha capito niente o lo fa in mala fede!

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