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lunedì 16 marzo 2015

Strage di via Fani. 37 anni di misteri.. ed assassini

Questa è una delle tante verità più o meno di comodo che ci vengono raccontate, come tutte le cose che sono servite per buttare nel fango un Paese.

Fu un periodo di grande violenza, gratuita e sopratutto di uno stretto legame tra mafia e brigate rosse e forse una politica deviata questo mix ci ha portati ad oggi.. Credo che tutta la sinistra più vera, onesta che aveva a cuore un processo di evoluzione della politica si è sempre dissociata da queste azioni con sapore delinquenziale, erano azioni "destabilizzanti" di comodo solo ad alcuni...e le brigate rosse, con questo nome rubato entrarono nell'immaginario ma la realtà era ben altra erano assassini.


"Ma come si fa a ricordare il rapimento Moro solo attraverso ricostruzioni complottistiche e domande buttate là? E' vero, attorno al rapimento e al processo ci sono molte zone d'ombra e forse peggio. Ma io mi ricordo di quel giorno come di oggi, e dei giorni successivi, e dei mesi e degli anni successivi (ed ero amica di una delle figlie di Moro). La famiglia di Moro è stata l'unico soggetto chiaro e lineare nel suo comportamento e nelle domande che ha sempre posto. Chi ha vissuto in quel periodo sa quanto la vita del paese è stata buttata all’aria. Nel post (fonte???) si fa passare quel fatto che è all'origine di una delle più terribili fasi della vita italiana degli ultimi 50 anni semplicemente come un atto di destabilizzazione da servizi, deviati o meno. E’ un modo vergognoso di affrontare un pezzo di storia dolorosissima (e non ancora metabolizzata) come se fosse l’intrigo di un film di spionaggio, come se le BR fossero dei burattini, invece erano criminali che hanno ammazzato decine di persone. Siamo davvero ad una superficialità assurda.
Riccarda Balla

Questo a seguire uno dei tanti modi di interpretare i fatti manca solo il termine Assassini:
16 marzo del 1978, 37 anni fa. Alla Camera dei Deputati si sarebbe dovuto tenere il voto di fiducia per il quarto governo di Giulio Andreotti, il Partito Comunista Italiano avrebbe dovuto concorrere direttamente alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostituito il nuovo esecutivo.


Una manovra politica delicatissima, che si sarebbe dovuta concretizzare dopo settimane di trattative tra il Pci di Enrico Berlinguer e la Dc di Aldo Moro: i due avevano lavorato a lungo, affinché ciò potesse realizzarsi e lo stesso democristiano non sarebbe mancato per nulla al mondo al voto.
Non riuscì comunque a presenziare. Quel mattino, infatti, Moro uscì dalla sua abitazione poco prima delle 9 e, assieme a due uomini della scorta, Domenico Ricci e Oreste Leonardi, salì su una Fiat 130 che avrebbe dovuto condurlo a Montecitorio. Dietro di loro, un'Alfetta: trasportava altri tre agenti, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi.
Le due auto avrebbero potuto prendere il passaggio di via Trionfale: era il percorso più breve e più semplice per raggiungere la Camera dall'abitazione di Moro. Eppure, quel mattino, qualcuno decise di compiere il tragitto più elaborato, passando per via Fani. Condannando tutti a morte.
Una volta imboccata la strada, infatti, le due vetture vennero prese in trappola: quattro auto posizionate in punti strategici della via bloccarono il traffico, permettendo così a un nucleo armato di brigatisti procedere con quella che passò alla storia come "strage di via Fani". Quattro uomini, con indosso uniformi del personale Alitalia, uscirono da dietro delle siepi e, armati di pistole mitragliatrici, compirono una carneficina. Erano i brigatisti Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli.
Dei 91 colpi sparati in quei pochi istanti di inferno, 45 uccisero i cinque agenti della scorta di Moro, il quale, invece, venne soltanto ferito lievemente e trascinato via, fatto salire su una Fiat 132 e portato via per sempre. Lo ritrovarono soltanto il maggio successivo, senza vita.
"Come potevano essere le Brigate rosse così sicure che quel giorno, a quell’ora, in quel punto, l’onorevole Moro sarebbe passato da Via Fani?", è la domanda che per decenni, si è posta la vedova del segretario democristiano, Eleonora Chiavarelli. Perché mai, d'altra parte, tra le cinque alternative di itinerario possibile, Moro e la sua scorta, quel giorno, presero proprio la strada che li condusse a morte certa?
Secondo la verità giudiziaria, Moro era semplicemente "un abitudinario": gli agenti di scorta che il giorno della strage si trovarono a riposo o in licenza, durante le indagini sulla strage dichiararono che il percorso seguito da Moro, era "sempre lo stesso, il più breve e il più veloce: via del Forte Trionfale, via Trionfale, via Fani, via Stresa, via della Camilluccia fino a piazza dei Giuochi delfici". Sempre alla stessa ora, in quanto, a loro dire, Moro non sgarrava mai sulla puntualità. I brigatisti Moretti, Morucci e Faranda confermarono questa ricostruzione.
Ma qualcosa non torna comunque: "Non posso affermare che mio marito sia stato un abitudinario", fu la replica della vedova di Moro, interpellata dal giudice Gallucci che, con Imposimato, seguì la vicenda. "Per quanto attiene all’orario di uscita del mattino, non è esatto quanto affermato dai superstiti della scorta, in quanto essi sostengono che l’onorevole Moro era solito uscire di casa verso le ore 9. Invece, particolarmente negli ultimi tempi, a causa della crisi di governo, egli non aveva mai un orario fisso di uscita poiché bastava una telefonata per fargli cambiare il programma della giornata."
"Faccio altresì presente", aggiungeva la signora Chiavarelli, "che mio marito non faceva di solito la stessa strada e ciò per motivi di sicurezza. Ritengo di dover affermare che il percorso veniva deciso al momento da mio marito e dal maresciallo Leonardi, il caposcorta." 
Tre giorni dopo aver ricevuto tali dichiarazioni da parte della vedova di Moro, il giudice Gallucci convocò due degli agenti di scorta smentiti, per un nuovo interrogatorio. Ci si sarebbe aspettati un contradditorio mirato a far luce su testimonianze tanto divergenti, ma così non fu: nei verbali di quell'occasione, infatti, non si cita mai alcuna richiesta di chiarimento in merito. Così come assente risulta tutt'oggi un documento fondamentale, per ricostruire la verità di quel giorno: il diario della sala operativa del Viminale, laddove venivano annotate tutte le comunicazioni con le auto di scorta e, conseguentemente, tutti gli orari e i percorsi.
Il tutto concorre a far ritenere che, a convincere Moro e la sua scorta a prendere via Fani, quel giorno, sia stato un "suggeritore". Il che combacerebbe anche con le rivelazioni rilasciate, l'anno scorso, dall'ispettore di polizia Enrico Rossi, secondo cui, sul posto della strage, quel giorno, vi erano anche due agenti segreti, a bordo di una Honda, con il compito di coprire le Br.
Rossi si disse convinto di tale circostanza a seguito del recapito di una missiva, in un giornale, in cui si leggeva: "La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose, ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…".
Inutili i numerosi tentativi dell'ispettore di far luce su quanto raccontato dall'anonimo della missiva. Qualcuno lo ostacolò, proprio dall'interno dell'apparato della giustizia, finché Rossi non decise di ritirarsi in pensione. Successivamente, "una voce amica" gli fece sapere che le prove da lui raccolte furono distrutte appena dopo il suo ritiro.
Di fatto, qualcuno sembra non voler, oggi come allora, fare luce su quanto avvenne in quei giorni. Tanto più che il covo in cui Moro fu tenuto segregato, venne scoperto il 18 aprile successivo, quando stranamente in casa non c'era nessuno e il brigatista Moretti poté dirsi salvo. Egli "stabilì con qualcuno una convenienza reciproca per la gestione del sequestro, e ha potuto viaggiare tranquillo per l’Italia senza che nessuno lo fermasse", commentò al riguardo Guerzoni, ex collaboratore del segretario della Dc.
"Nessuno ha mai avuto interesse a trovare Moro", aveva concluso Guerzoni. Così come nessuno ha mai avuto interesse a salvarlo.

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