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domenica 8 marzo 2015

Riflessioni sull'8 marzo

Vogliamo esprimere le nostre considerazioni sulla festa dell’ 8 marzo, una festa che in molti casi si riduce ad un momento di evasione, allo scambio di un rametto di mimosa,ad una serata in pizzeria o al cinema,senza neanche una riflessione sul significato originale di questa ricorrenza.

L’ 8 marzo è la data scelta per festeggiare le donne a ricordo non,come si è a lungo creduto delle operaie morte in una fabbrica di New York nel 1908, ma delle donne russe, operaie e casalinghe,che nel 1917 sono scese per le strade di San Pietroburgo a protestare contro il regime zarista per il freddo, la fame, la mancanza di figli e mariti impegnati sul fronte della prima guerra mondiale.
Era il 23 febbraio nel calendario giuliano in vigore in Russia, che corrisponde all’ 8 marzo in Occidente.
Intorno alla mimosa, il simbolo scelto a rappresentare la festa della donna, negli anni sono state combattute molte battaglie per l’ emancipazione e l’ uguaglianza.
  Ma un 8 marzo non basta per occuparsi delle donne e il giorno dopo tutto ritorna come prima: violenze, soprusi, maltrattamenti, prevaricazioni, molestie, gelosia ossessiva e così via. Festeggiare che cosa? Quando, secondo la rilevazione dei dati del 2012: sono state oltre quattordicimila le donne che hanno chiesto aiuto per violenza familiare ed extra- familiare. Il 70% erano italiane, il dato conferma quelli degli anni precedenti e sfata il pregiudizio che la violenza sia una questione che riguarda soprattutto donne immigrate e culture ‘involute’ rispetto alla nostra. La lettura corretta è quella della trasversalità della violenza contro le donne. In Italia ogni due o tre giorni viene uccisa una donna. L’uccisione della propria compagna è spesso l’atto finale di una lunga storia di violenze. L’impegno di tutti dovrebbe andare nella direzione di poter arrivare a un momento in cui non sarà più necessario dover celebrare un giorno specifico l’essere donna perché, sono sicura che, quando arriverà, significherà che i pari diritti e le pari opportunità non saranno che la “normalità”. Sarebbe il momento che le istituzioni dessero una risposta certa e risolutiva. Non c’è alcuna necessità di leggi sul femminicidio o di aumenti delle pene, ma semmai di lavoro di rete tra soggetti istituzionali e centri antiviolenza, di una formazione adeguata, di campagne di sensibilizzazione, di interventi integrati e della corretta applicazione delle leggi che già ci sono. Non ci vuole molto per fermare le cronache di morti annunciate. Questa sarebbe una vera “festa”, non credete? Altro che cene e serate rigorosamente al femminile, mimose e festeggiamenti vari per un solo giorno all’anno, dimenticandosi degli altri trecentosessantaquattro. La donna ha dovuto, troppo spesso, accontentarsi di un ruolo subalterno all’uomo, ha dovuto subire angherie, soprusi, violenze, l’essere femmina l’ha costretta a limitarsi e a non esprimersi al meglio perché la società (maschile) non glielo ha permesso.  L’uomo ha sicuramente approfittato di una sua situazione di vantaggio fisico per poi creare e sostenere una cultura e una società che lo ha privilegiato e lo privilegia in molti (non in tutti) i campi.  Non  c’è  bisogno di un giorno specifico per ricordarsi le attenzioni di cui  le donne sono private, i soprusi a cui sono sottoposte. Gli uomini avrebbero bisogno di tutti gli altri trecentosessantaquattro giorni per ricordarselo, nessuno escluso. Dovrebbero  imparare quotidianamente a tenere atteggiamenti e comportamenti  non aggressivi, prevaricanti o violenti e a capire in tempo quando si passano dei limiti.

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