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lunedì 9 marzo 2015

Riflessioni su Europa e identità

Tutto nasce dall’ossessione, molto occidentale, del creare confini netti, precisi, che assumono poi valenze fortemente simboliche. Quelli dell’Europa coincidono con divisioni culturali così chiare da essere riconoscibili?
Pensiamo, per esempio, a quale carico simbolico viene dato allo stretto del Bosforo, che divide addirittura due convenzioni chiamate continenti e che assurge a simbolo di confine tra due mondi, due civiltà, due culture.
Quanti turisti e viaggiatori percorrono a piedi il ponte Galata, per sentirsi in Asia, mentre tutto attorno è assolutamente uguale a prima. Però, per convenzione, qui finisce l’Europa, sull’altra sponda inizia l’Asia.


Costruita la gabbia, che racchiuderebbe una specificità europea in un confine territoriale, oggi si tenta di riempirla di sentimenti identitari, ma la questione fondamentale è: ciò che si vuole è una sorta di nazionalismo europeo, che sostituisca quelli esistenti, fondati sullo Stato-nazione?

 Come ha magistralmente spiegato Benedict Anderson per percepirci membri di una comunità che vada al di là dei nostri rapporti personali, occorre immaginarla e per riuscire a farlo servono la narrazione - più o meno veritiera - di un passato che ci accomuna e dei simboli e dei rituali che ne mettano in scena l’esistenza.


Il passato è stato spesso manipolato dalle élite e l’identità evocata da chi sta al potere si fonda su una storia selezionata e depurata. Per quanto riguarda l’Europa non si è andati molto al di là delle tanto discusse ed evocate in modo quanto mai vago 'radici' europee, ricercate nel passato più remoto, magari scordando che ci uniscono forse più i Saggi di Montaigne, che le fumose radici di cui si parla spesso.

Come afferma ancora Renan a proposito della nazione, per costruire un’identità occorre una forte dose di memoria, ma anche una altrettanto forte dose di oblio. Dobbiamo minimizzare, se non scordare, ciò che ci unisce ed enfatizzare quanto invece, del nostro passato, ci divide.


Oppure accettare, come sostengono Julian S. Huxley e Alfred C. Haddon che "una nazione è una società unita da un errore comune riguardo alle proprie origini e da una comune avversione nei confronti dei vicini".

La maggior parte dei nazionalismi storici nascono in contrapposizione a un’altra forma di potere o di istituzione, ma avrebbe senso una operazione del genere su una scala continentale? Definire troppo nettamente chi siamo 'noi' e chi gli 'altri' sarebbe un’operazione quanto mai difficile e pericolosa, tanto più per uno spazio che si vuole aperto a nuovi membri.

 Occorre allora, piuttosto che guardare le radici, voltare il capo e guardare in avanti, al futuro piuttosto che al passato e pensare all’Europa semmai come progetto. Immaginare una comunità diversa e per questo occorre operare a livello simbolico oltre che politico ed economico.

Il fatto che l’unica vera autorità operante a livello centrale sia una banca, non aiuta di certo a scaldare i cuori e per quanto concerne i rituali collettivi, dobbiamo constatare che gli unici messi in atto sono dei freddi meeting di carattere politico-economico.

La politica, quella fatta di scelte reali, è pressoché scomparsa lasciando il posto a una autorità centrale che fa di tutto per mostrarsi quanto mai lontana dai cittadini e dai loro problemi, tesa perlopiù a soddisfare modelli finanziari astratti. Non è casuale che le recenti elezioni europee abbiano visto l’avanzata degli euroscettici.

Ciò che manca sono momenti veri di scambio e condivisione, ma soprattutto manca una vera e propria uguaglianza sul piano del diritto, che possa farci sentire cittadini o meglio ancora membri di una comunità, nel senso più profondo della parola.
La separazione fra umanitario e politico, che stiamo oggi vivendo, è la fase estrema dello scollamento fra i diritti dell’uomo e quella dei cittadini. Solo i diritti ci rendono simili. Dico 'simili' volutamente e non uguali, perché l’idea di essere uguali sottende al pericoloso concetto di identità.



Non a caso per definire gli altri esseri umani in Italia si dice 'i nostri simili'. La similitudine lascia spazio alle specificità, mantenendo un valore comune e condiviso di fondo. La similitudine porta alla convivenza piuttosto che all’identità, che spesso è fonte di scontro o è semplice dato astratto da evocare in campagna elettorale.

Contrapporre ai singoli spiriti nazionali che segnano i vari Paesi europei, in modo persino più forte rispetto alla progressiva perdita di autorità dei singoli Stati, una sorta di nuovo nazionalismo continentale sarebbe un grave errore, perché riproporrebbe una nuova entità chiusa e autoreferenziale, in un’epoca in cui gli scambi e i flussi di ogni genere sono sempre più marcati.

Occorre abbandonare quella finzione che trasforma la nascita in nazione, in modo che tra i due termini non possa esserci alcuno scarto e i diritti finiscono per essere attribuiti all’uomo solo nella misura in cui egli è il fondamento del cittadino.

Se l’Europa non sarà capace di fondarsi su una solidarietà diffusa e sul riconoscimento di tutti gli individui in quanto essere umani, saremo costretti a dare ragione al diplomatico conservatore sabaudo del XVIII secolo Joseph de Maistre, che scriveva: "Io conosco dei francesi, degli inglesi, dei tedeschi, non conosco uomini".

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