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sabato 7 marzo 2015

Professor Taurino, sei un mito!

Il Ministro Franceschini ha proposto di considerare i testi di canzoni di alcuni cantautori italiani come “letteratura italiana” a tutti gli effetti e di insegnarli nelle scuole. L’ha affermato con queste parole ispirate: C'è una generazione di cantautori che ha formato e trasmesso valori a generazioni intere di italiani perché ha saputo unire la bellezza della musica a testi straordinari, ognuno con uno stile unico, e penso facciano ormai parte della letteratura italiana". Quindi "anche togliendo la musica penso che sia il momento di inserire lo studio dei testi dei grandi cantautori italiani nella storia della letteratura italiana".
Il Ministro ha citato Dalla, De Andrè, Guccini, De Gregori, Conte. Io avrei aggiunto anche Gaber, ma certo, è un tantino politicamente scorretto.
Povero Franceschini, arriva sempre tardi come Trenitalia … infatti un professore di scuola media, Antonello Taurino, a tempo perso comico, gli ha risposto con questa lettera, un pochino aggressiva e sboccacciata … ma, per carità, non sottilizziamo: le frasi incriminabili sono solo citazioni, è il linguaggio delle canzoni, mica quello del professore. L’insieme è certamente efficace. Leggiamola.
Franceschini, sei un povero pivello. 
Io già lo faccio da anni, mentre spiego grammatica alle Medie. Oggi ho fatto ascoltare "Alla fiera dell'Est" di Branduardi, per spiegare il concetto di ipotassi e subordinazione nel periodo, nello specifico, riguardo alla subordinata relativa. La canzone nel testo presenta infatti un raro caso di subordinazione continua, a gradi crescenti di relative, senza alcuna proposizione coordinata: "E venne il bastone... che picchiò il cane... che morse il gatto... che si mangiò il topo...". Ecc.

Domani, per spiegare il concetto di "nome collettivo", che è singolare anche se come immagine mentale richiama un insieme di più cose, e quindi di quanto sia scorretto declinarlo al plurale (e degli effetti comici ottenuti se non si rispetta questa regola), farò ascoltare il capolavoro di Checco Zalone "Siamo una squadra fortissimi". 

Oppure per le figure retoriche: Lucio Battisti per l'iperbole ("L'Universo trova spazio dentro me"); Lucio Dalla per la sinestesia ("Poi si schiarisce la voce/ e ricomincia il canto") e la prosopopea ("Milano che quando piange/piange davvero); Marco Masini per l'ossimoro ("Bella Stronza"); Celentano e Vianello per l'onomatopea ("l'amico treno che/fischia così …Wau wau" e "Nel continente nero paraponziponzipò"); Pino Daniele per il chiasmo ("Che male c'è/Che c'è di male"); Rino Gaetano per l'antitesi ("Mio fratello è figlio unico") e l'anacoluto ("Io che ho bisogno di raccontare la necessità di vivere rimane in me"); Endrigo per la metonimia ("Il primo bicchiere di vino, che ho bevuto in vita mia, l'ho bevuto Maria"); Francesco Guccini per l'epifora ("..ai bordi delle strade Dio è morto/ nelle auto prese a rate Dio è morto.." ecc.); Enzo Jannacci per la consonanza ("Ci vuole orecchio, bisogna avere il pacco, immerso, intinto dentro al secchio"); Francesco De Gregori per il parallelismo ("Alice guarda i gatti/ e i gatti guardano nel sole") e la constructio ad sensum ("E a farci fare l'amore/l'amore dalle infermiere"); Edoardo Bennato per l'antonomasia ("Lui è il Gatto/, e io la Volpe"); Gino Paoli per la similitudine ("Che restiamo qui, abbandonati come se non ci fosse più niente, più niente al mondo"); Franco Battiato per il climax ("Non sopporto i cori russi, la musica finto rock, la new wawe italiana, il free jazz punk inglese, neanche la nera africana"); Claudio Baglioni per l'analogia ("Passerotto non andare via") e la reticenza ("Tanto stretta al punto che, m'immaginavo tutto"); Antonello Venditti per la tautologia ("Noi, noi stiamo bene tra noi"), la metafora ("Quando l'arancia russeggia ancora su li sette colli") e il verso ipermetro (il lunghissimo, celebre e incantabile - non nel senso  che "incanta", ma proprio che nun se po' canta'- : "Ma come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati"); Buscaglione per la sineddoche ("Voglio scoprir l'America, New York e il Dixieland"); Vasco per l'anafora ("Ogni volta che viene giorno, ogni volta che ritorno, ogni volta che cammino..."); Gianni Morandi per la litote ("Non era bello, ma accanto a sè"); Elio e le Storie Tese per l'antanaclasi ("Soffrivo le pene per colpa del pene"); De Andrè per l'allusione ("La chiamavano Bocca di Rosa/metteva l'amore sopra ogni cosa"), Gigi D'Alessio per la finta modestia ("Non dirgli mai che siamo stati a letto per un giorno intero"); il primo Jovanotti per la licenza (non poetica, ma forse manco elementare, 'nsomma, scrittura a cazzo di cane: "Facciamo i scemi e qualche volta pensiamo/ Non c'è problema no, è tutto ok. Numero Uno, faccio quello che farei").

Per non parlare (anche se citerò esempi di comici e non di cantautori) dei testi di Maurizio Milani, interessanti perché in essi vi è un particolarissimo uso del complemento di limitazione (“I crani dei miei genitori sono stati ridotti di dieci misure, infilati in ampolle di vetro e poi mi sono stati riconsegnati. Come fermaporte, li conservo tutt’ora."); o della subordinata consecutiva, che è la veste sintattica della struttura più diffusa e comune tra le battute dei comici: "È talmente... che... " (in latino: Tam/Ut), per cui, più che spiegarla, fai prima a metter su in classe un video di Gabriele Cirilli.
Franceschini, sei un pivello ridicolo. E io invece sono uno strafigo.
Antonello Taurino.

Vi è piaciuta la lezione di italiano del professor Taurino?
Bene, domani vi interrogo.
Buonanotte!


(giacomina cassina)

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