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domenica 22 marzo 2015

No austerità fiscale e flessibilità del lavoro

La politica economica continua ad essere ancorata a vecchie ricette i cui pilastri sono l’austerità fiscale e la flessibilità del lavoro. Non solo si riducono dignità e diritti sociali del lavoro, ma si attua con pervicacia la svalutazione salariale che Commissione Europea e BCE impongono ai paesi europei sulla base della fallace idea che tutti debbano replicare, ad oltre quindici anni di distanza, il modello mercantile germanico trainato dalle esportazioni, aggravando gli squilibri commerciali dentro l’Eurozona che sono con-causa della attuale crisi.

Questa strategia, se aumenta la competitività di costo di breve periodo sui mercati esteri, produce la contrazione dei mercati interni. La compressione dei salari reali al di sotto della già debole crescita della produttività del lavoro mira a ridurre ancor più la quota del lavoro sul reddito e favorisce i profitti che però per carenza di domanda interna non vengono investiti per allargare la capacità produttiva, ma riversati nell’economia del debito alla ricerca di rendimenti speculativi. Gli animal spirits imprenditoriali di Keynes sono sempre più miopi e si trasformano in rentiers.

L’Italia richiede certamente riforme di struttura, ma certo non quelle imposte dalpensiero ordo-liberista che questa Europa germanica del “rigore senza crescita” ha fatto proprio con la crisi, contribuendo ad aggravarla. Queste si traducono sempre nella ricetta più privatizzazioni e più flessibilità, come se la competitività del paese fosse un problema risolvibile con meno regole e meno Stato, e più mercato. Il jobs act non muta questo quadro, anzi attua una politica del lavoro che mira alla stagnazione dei salari nominali ed alla deflazione dei salari reali. Null’altro, il resto è solo “rumore di fondo”: gli outsider saranno sempre piùesclusi, e gli insider si trasformeranno in outsider.

Non vi è traccia di alcuna politica industriale e dell’innovazione per la quale vi sarebbe necessità di investire risorse pubbliche significative. Recuperare una prospettiva di crescita di medio-lungo periodo richiede azioni integrate di politica economica sui sistemi industriali ed innovativi, per la centralità del lavoro e delle dinamiche retributive. Non mancano certo proposte per attivare un meccanismo virtuoso che inneschi e sostenga la crescita della produttività e delle retribuzioni. Questa politica consentirebbe di uscire dalla trappola (ormai ventennale) della stagnazione dell’economia italiana.

Anzitutto, occorre una politica industriale pubblica per i settori strategici, sia quelli tradizionali e maturi, che per quelli nuovi ed innovativi. Questo indirizzo deve essere complementare alle politiche pubbliche macroeconomiche volte a sostenere la domanda aggregata interna la cui carenza è chiaramente percepita dalle imprese. La componente interna può essere incrementata solo accrescendo la componente pubblica degli investimenti, una strategia che richiede una revisione dei vincoli imposti dalle regole europee che frenano la crescita imponendo il rigore nei bilanci pubblici con crescenti avanzi primari.

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