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giovedì 5 marzo 2015

La libertà di espressione e altri animali

Un bellissimo libro di Gerald Durrell è intitolato “La mia famiglia e altri animali”. L’impatto del titolo è piuttosto forte, anche per chi ama cani, gatti, furetti, galline, aquile, scimmie ed elefanti … nonché “altri animali” (anche tutti, se vogliamo), ma bisogna capire che la filosofia di Durrell è quella di un biologo e scrittore che legge le interazioni dentro la specie umana e, in qualche modo, le verifica con le interazioni tra le persone e gli animali.

Detto questo, che c’entra la libertà di espressione con gli “altri animali”? Partiamo dalla filosofia di Durell perché può servire anche per leggere altre realtà, per esempio quella dei diritti. La libertà di espressione è un diritto. Stabilito come si regolamenta (ogni diritto è codificato o autoregolato, che piaccia o meno), come viene vissuto e agito dalle persone, bisogna valutare anche come coesiste con gli altri diritti. Possiamo accettare, ad esempio, che un’intera etnia venga insultata da un deputato della Repubblica (quella Repubblica fondata su una Costituzione che nessuno, nemmeno il Presidente della Repubblica stessa, può impunemente violare) rivendicando l’esercizio della libera espressione del suo pensiero, senza prendere in conto che il suo pensiero (per così dire …) può innescare una spirale di odio razziale, di intolleranza e perfino di veri e propri crimini che ledono fondamentali diritti “altri”?  Non stiamo parlando di diritti residuali, ma di diritti legati alla dignità delle persone, di diritto alla vita, di diritto all'eguaglianza tra esseri umani? Ecco che spuntano “gli altri animali” che non sono altro che i diritti “altri” da quello, sbandierato, alla libertà di espressione.

E’ banalità irrinunciabile (è anche un ossimoro, sì, lo so…) dire che la prima limitazione della libertà di espressione sono e devono essere gli altri diritti perché il complesso dei diritti deve costituire un insieme equilibrato, non un terreno di caccia dove ognuno sceglie il fagiano o la lepre che gli fa più comodo. Non è una questione di buona educazione o di parlare forbito (e spesso equivoco e pericoloso più di un cazzotto), è una questione di convivenza in una democrazia sana. Lo scontro tra opinioni può essere durissimo, ma oggi prevale l’insulto e l’aggressione verbale usata come arma politica per fare proseliti e ottenere voti dalla pancia molle del paese o dagli ingenui o da chi non è mai invitato a riflettere sulla sua situazione e sulle sue responsabilità o semplicemente da chi non sa (ma potrebbe sapere se solo qualcuno glielo spiegasse).

Si può obiettare che questo scempio dei diritti è indotto dai mezzi di comunicazione a caccia di ascoltatori e spettatori e che sono soprattutto loro a sollecitare le risse televisive e radiofoniche per aumentare la percentuale di share dei loro programmi. Si può obiettare che ciò avviene dappertutto, anche nel web (vedi qui, un recente post di FREE ITALIA) e che la logica che regge gli sfoghi sul web è la stessa: arrivare sempre più in alto nel numero dei “mi piace” e dei contatti. Vero, ma queste obiezioni non ci esonerano dal dovere di pensare che ognuno di noi contribuisce a questo circolo viziato e vizioso ascoltando e sintonizzandosi sui canali che lo propongono-impongono, salvo poi lavarsi la coscienza dicendo che “fanno schifo”. Un amico di FB, recentemente, proponeva di scioperare non guardando più le trasmissioni dove volano insulti, parolacce, aggressioni verbali, ingiurie: proposta che apprezzo e che già applico, personalmente, trovandomi poi in difficoltà a valutare quelle dinamiche politiche partorite proprio da queste fiere della cosiddetta “libertà di espressione” … paradossalmente, dunque, la determinazione a segnalare, con un comportamento civile di protesta, la necessità di fare buon uso della libertà di espressione mi impedisce di esprimermi a causa del cattivo uso che, della stessa libertà, viene fatto. La cosa curiosa è che nessuno dice che questo abuso sistematico del diritto alla libera espressione è, di fatto, un’aggressione al diritto stesso ad esprimersi liberamente.  

Se l’esercizio di un diritto ne lede un altro, quindi, se arriva fino a svuotare la possibilità di esercitare il diritto stesso, forse bisognerebbe interrogarsi se l’esercizio di questo diritto non si sia trasformato in prevaricazione, in bullismo culturale, in mobbing ai danni di chi non rinuncia a pensare diversamente, ma vuole confrontarsi in modo onesto, documentato e aperto con gli altri. In questo caso, sarà necessario mettere dei paletti (anche legislativi) perché una democrazia sana deve difendersi da chi sta corrompendo il tessuto di umanità del paese. Saranno necessari dei paletti legislativi, se una riconduzione ad un uso civile del diritto in questione non riesce ad imporsi per auto-convinzione degli operatori dei media e, soprattutto, di quelli che dovrebbero essere i nostri rappresentanti politici. Lo stesso vale per il web. Non c’è ragione di trasformare in rissa ogni post, di insultare organizzazioni e partiti, persone e gruppi, se non si sa incidere positivamente sulla coscienza della gente, portandola a riflettere e a produrre idee e proposte che vadano oltre la critica, la lagna, l’insulto e l’invettiva. 

Se non faremo niente, se ci limiteremo a dar del “fascista” o della “cloaca massima” a chi non ci piace senza contrastare, in positivo e in propositivo, l’erosione in atto dei valori democratici nella coscienza e nei comportamenti di massa, presto il “brodo di coltura” per una vera trasformazione autoritaria del nostro paese sarà pronto e servito.


(giacomina cassina)

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