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mercoledì 11 marzo 2015

Economia, ora il M5s vuol discutere col pd

Dialogo, sì o no?

Se il Movimento 5 stelle ha accusato il governo di «metodi fascisti» in merito all’iter di approvazione delle riforme costituzionali, non chiude ogni spiraglio di dialogo a Matteo Renzi. I due leader Beppe Grillo, la settimana scorsa, e Gianroberto Casaleggio, questa, hanno dichiarato di essere disposti a discutere fottendosi della coerenza. E, dopo aver lanciato LA Farsa del referendum per l’uscita dall’euro, sembrano intenzionati a farlo sul piano dell’economia reale, il più concreto per i cittadini ma anche quello su cui il Movimento nei mesi addietro ha forse latitato maggiormente. Non a caso, dal canto suo il premier chiede espressamente di dialogare «senza perdere tempo».


È di pochi giorni fa il lancio del microcredito rivolto alle Pmi grazie un fondo ottenuto dal risparmio di gran parte dello stipendio dei pochi parlamentari pentastellati. Iniziativa apprezzabile, che vede però i 5 stelle del tutto isolati e che per forza di cose assume più connotati politici che risvolti concreti sull’economia reale. Ecco dunque un’altra proposta dei grillini – tra l’altro, il punto cardine del loro programma – che è tornata sulle pagine dei giornali perché sembrebbe poter creare un punto di intesa fra Partito Democratico e 5 stelle (da vedere come i grillini prenderanno l’approvazione delle riforme costituzionali e come Renzi reagirà alle accuse rivoltegli). Quella del reddito minimo garantito.

Un tema che sembra suscitare sempre di più il vivo interesse della maggioranza, nonostante le problematicità legate ai costi e all’effettiva attuabilità di tale iniziativa sollevate da molte voci. Renzi dovrebbe quantomeno accostarsi alla causa dei 5 stelle e Grillo dovrebbe concedere al Pd la possibilità di inserirsi in questa discussione e proporre delle modifiche. Per dare il via, nei modi giusti e accogliendo diversi pareri, ad una reale lotta alla povertà. Ben più del microcredito, e forse degli 80 euro, una riforma in questo senso potrebbe dare il giusto impulso all’economia italiana.


Il microcredito per le Pmi

Alla Fine ci sono riusciti: il fondo per il sostegno alle piccole e medie imprese, istituito dai parlamentari del Movimento 5 Stelle, presso il Ministero dello Sviluppo Economico, con la restituzione di stipendio e parte della diaria, è realtà. Dieci milioni di euro subito a disposizione di duemila imprese, che saranno finanziate con un microcredito con «bassi tassi di interesse» che ammonterà a 25mila euro.

La proposta di istituire un fondo per il microcredito con i proventi della rinuncia a parte dello stipendio, è una di quelle idee da tempo inseguite dai parlamentari grillini. Il fondo andrà a finanziare tutte le persone che vogliono intraprendere una «nuova attività imprenditoriale o che abbiano un’impresa da meno di 5 anni, con riguardo alle sole microimprese fino a 5 dipendenti, cooperative fino a 10 dipendenti, lavoratori autonomi e società di professioni». Per inviare la richiesta per l’accesso al fondo basterà recarsi presso un consulente del lavoro con il piano imprenditoriale e verificare i requisiti richiesti dal decreto Ministeriale di Economia e Finanza e fare richiesta entro fine marzo. Non è prevista nessuna garanzia reale. Per potervi accedere basta non essere iscritti nelle liste dei cattivi pagatori.

È stato il membro del direttorio, nonché vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio ad assicurare che «con questi fondi possiamo salvare un’impresa al giorno per i prossimi 10 anni. I soldi li mettiamo noi e il finanziamento avrà tassi bassissimi. La restituzione avverrà dopo tre mesi e con quei soldi si inizierà a finanziare nuove imprese».

Le forze in campo per il reddito minimo
Dalle pagine del Corriere, Beppe Grillo ha rilanciato nell’agone politico il tema del reddito di cittadinanza, che tra l’altro è in questo momento in discussione presso la commissione Lavoro del Senato. La proposta del M5s costerebbe 15,5 miliardi, ma secondo Grillo i soldi non sarebbero un problema. «Spendiamo 45 miliardi in armamenti, 20 per la formazione professionale. Poi se prendi l’1% dai redditi superiori ai 2-3 milioni di euro, non credo che questi siano contrari». E con questo, già guadagna il sostegno di Nichi Vendola e Sel, nonché di parte della minoranza Pd.

Un avvicinamento reale tra Pd e M5s in parlamento potrebbe dunque avviarsi. E anche se Grillo ha voluto subito mettere in chiaro le sue condizioni (forse più agli occhi dei suoi elettori che non a quelli dei democratici). Roberto Speranza, portavoce dei depitati Pd, risponde a stretto giro al mittente. «Se è una vera inversione di linea e le sue parole non sono mera propaganda credo che il Pd debba essere pronto a confrontarsi nel merito delle questioni. Senza pregiudizi». Pippo Civati, protagonista della minoranza Pd, ha espresso sostegno al progetto pentastellato. A liquidarlo invece è stato il responsabile economico del partito, Filippo Taddei, che ha parlato di «propaganda» e si è soffermato sulle coperture: «l’intento è molto bello, ma non si può. Personalmente, anzi, penso che in questo momento, anche solo parlare di una tassa patrimoniale, sia sbagliatissimo», pena la ritrosia degli investitori stranieri.

Ma la questione dovrà essere ben più di un terreno di lotta, forse meno sloganistica dei precedenti, tra 5 stelle e Pd. Discuterne concretamente significa valutarne ogni aspetto tecnico. Tanto per cominciare, molti ne parlano come di reddito di cittadinanza, ma la proposta di Grillo non prevede un trasferimento monetario concesso a tutti gli italiani indipendentemente dal reddito. Va inquadrata nell’ottica del cosiddetto reddito minimo garantito: una sorta di sussidio di povertà pari alla differenza tra reddito percepito e livello minimo fissato per legge.

700 euro al mese, dubbi di fattibilità

Il progetto di reddito minimo garantito avanzato dal movimento prevede l’attribuzione di un assegno mensile di circa 700 euro al mese, variabile in base al numero dei componenti del nucleo familiare e mai inferiore ai 7.200 euro netti annui. Il reddito minimo garantito sarebbe destinato a tutti i soggetti che percepiscono un reddito annuo inferiore a questa soglia. La proposta di legge 5 stelle prevede inoltre che a beneficiare del reddito minimo garantito siano anche gli stranieri residenti in Italia da due anni, che dimostrino di aver lavorato in Italia e di esser stati titolari di un reddito superiore a 6.000 euro nel corso del biennio.

Già nel 2013, quando la proposta di legge pentastellata venne depositata in parlamento, sorsero molti dubbi sulla sua effettiva utilità. Tito Boeri, professore dell’Università Bocconi e oggi presidente dell’INPS, parlava di un rischio iniquità con riferimento al rischio di «mischiare gli elementi dello schema a base familiare con elementi di uno schema a “top-up individuale”. Infatti, nel calcolo dei trasferimenti si introduce una soglia individuale, data dalla soglia familiare divisa per il numero di componenti della famiglia e chiamata Rxc (Reddito di cittadinanza potenziale)».

Ma anche il problema dei costi ha suscitato particolari attenzioni. Sempre secondo l’economista e presidente dell’INPS, le caratteristiche del reddito minimo garantito «rendono lo schema M5s molto costoso, circa quattro volte di più del “sostegno di inclusione attiva” (SIA) proposto da un gruppo di lavoro del ministero del Lavoro. I nostri calcoli (del sito lavoce.info, ndr) realizzanti utilizzando i dati dell’indagine Istat IT-SILC 2011, indicano una spesa potenziale di 17 miliardi di euro, con un 12% di famiglie beneficiarie. Come prevedibile, la spesa avrebbe una ripartizione territoriale fortemente a favore delle Regioni del Sud Italia (che assorbono, da sole, il 66% del costo dei trasferimenti, contro rispettivamente il 20% e il 14% del Nord e del Centro). Le famiglie beneficiarie sarebbero invece il 6% nel Nord, il 9% nel Centro e il 23% nel Sud»

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