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martedì 3 marzo 2015

Crisi e svendita dell'industria italiana

La crisi si sta dimostrando indubbiamente un catalizzatore nel processo, ormai decennale, di vendita all’estero di pezzi importanti dell’industria italiana. Esistono diversi motivi per cui si fanno investimenti diretti all’estero e i fattori di breve periodo contano tanto quanto – o forse più di - quelli di lungo periodo. Se non altro, nel breve periodo vengono a crearsi occasioni fino a poco prima imprevedibili che stimolano l’acquisto di imprese concorrenti e che sconvolgono consolidate strategie d’impresa, come pure gli equilibri degli oligopoli su scala planetaria.


Per cui, la scarsità di capitale delle imprese e la deflazione italiana sono motivi importanti dietro la decisione di acquistare le nostre imprese, che siccome sono in difficoltà finanziaria (ma non necessariamente industriale e tecnologica) valgono meno e si comprano a buon mercato. Gli economisti, Krugman in particolare, li hanno chiamati fire-sale investment; acquisti in svendita, quelli che in America si facevano quando in seguito a un incendio i proprietari di attività commerciali mettevano all’incanto – per strada – la mercanzia bruciacchiata e annerita ma ancora buona. Un esempio di fire-sale investment? L’acquisto da parte del defunto Michael Jackson di una stazione sciistica in Sud Korea dopo la crisi finanziaria del 1997. Cosa c’entrava la musica di consumo con le attività sciistiche? Poco o punto, ma quella stazione si vendeva a un prezzo così buono che Jackson pensò bene di non farsi sfuggire l’affare. Altri esempi? L’acquisto di Nissan da parte di Renault nel 2000 e ovviamente di Chrysler da parte di Fiat nel 2009. Anche in quei casi, crisi economica e scarsità di capitali agirono nel ridurre il valore delle imprese e facilitarne l’acquisto da parte dei concorrenti stranieri. Anche in quei casi, in sintesi, la crisi agevolò e accentuò la penetrazione del capitale straniero.

La possibilità di acquistare ai saldi imprese (pubbliche) italiane e la conseguente penetrazione dell’industria italiana da parte di interessi esteri è del resto uno degli effetti secondari della riduzione della spesa pubblica a partire dai primi anni 90 (e dell’Europa di Maastricht). Le grandi banche di investimento guadagnano anche con questo e non solo con la compravendita del debito pubblico. Il che solleva una domanda legittima: Monti, Letta e Renzi hanno forse esasperato la deflazione italiana per facilitare la vendita delle imprese italiane, nell’interesse delle grandi banche, anche quelle nazionali?

Quali saranno gli effetti? Tutto dipende dal settore, dalle imprese che compiono gli investimenti, dal governo. Una cosa buona degli investimenti dall’estero, oltre l’afflusso dei capitali, è indubbiamente il trasferimento di tecnologia e dei metodi di gestione. Come ci dice anche l’Unctad, non è raro tuttavia che le imprese che entrano in possesso di concorrenti nazionali riducano produzione e forza lavoro, mettendo fuori mercato imprese locali e portando infine a casa tecnologie nostrane senza troppi complimenti. Si può dire che nella grande distribuzione questa sia stata la regola. Senza scomodare le statistiche, viste appunto le dimensioni del fenomeno, si va sul sicuro affermando che i danni (costi alternativi) generati dalla perdita di lavoro di migliaia di artigiani, agricoltori e commercianti non sono certo compensati dai posti di lavoro creati dai centri commerciali, che un brillante giovane sindacalista una volta defini’ ‘gli scatoloni della precarietà’. E la riduzione dei prezzi al consumo è stata solo temporanea e funzionale allo spiazzamento dei concorrenti nazionali.

Ma le cose non stanno necessariamente così nell’industria manifatturiera. Interessi stranieri hanno avuto un ruolo importante nello sviluppo dell’industria italiana sin dagli albori del capitalismo italiano. Le prime grandi banche miste e le prime grandi imprese - elettriche, meccaniche, degli armamenti - vennero create a partire dagli anni 80 dell’ottocento da tecnici e capitalisti tedeschi, francesi, inglesi. Le cointeressenze straniere crebbero nel periodo seguente, specie negli anni del secondo dopoguerra. Per certi versi, lo stesso processo di unificazione europea riflettè quegli sviluppi.

Un aumento degli investimenti dall’estero, quindi, non trae necessariamente origine dalla forza e competitività dell’economia italiana. Può essere, al contrario, un indice di debolezza, specie durante una crisi finanziaria. Non credano le autorità pubbliche che l’afflusso di questi investimenti possa esimere il nostro paese dal contemplare una politica industriale. Tengano invece presente primo che quegli investimenti riflettono e riproducono equilibri oligopolistici per cui poche imprese controllano interi comparti industriali a livello globale e secondo che la nostra economia per quanto malconcia non è ancora complementare a quella degli altri grandi paesi industriali, che restano, appunto, nostri concorrenti.

Su un piano più generale possiamo, infine, affermare che esiste una correlazione tra crisi e integrazione. Stimolando gli investimenti dall’estero, la crisi sta infatti accentuando fenomeni di integrazione economica. E’ facile prevedere che dopo l’attuale crisi ci troveremo in un mondo ancora più integrato e globalizzato, per buona pace di chi sostiene che la crisi costituisca una battuta d’arresto in quel processo. Globalizzazione che limiterà ulteriormente la nostra sovranità nazionale e che renderà ancora più difficile il compito di creae nuovi posti di lavoro. Il ceto politico di sinistra non cada dal pero come è successo in seguito agli accordi di Maastricht e all’introduzione dell’euro.

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