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lunedì 9 marzo 2015

“Chi salva una vita, salva il mondo intero” (Talmud)

Qualche giorno fa ho avuto una discussione molto vivace con un amico musulmano sull’opportunità/correttezza di discutere della posizione di eminenti personalità palestinesi che, durante la seconda guerra mondiale, ebbero rapporti stretti con Hitler e Mussolini e, addirittura, costituirono una “legione araba” che affiancò la Wehrmacht (l’esercito del Führer). Nello studio della storia non ci deve essere un criterio di “opportunità” che è a-scientifico e appartiene, semmai, alla (cattiva) politica, mentre è fondamentale reperire un numero sufficiente di fonti dirette e credibili per definire fatti che non siamo più in grado di controllare noi stessi.
Che il Gran Muftì di Gerusalemme abbia avuto Hitler e Mussolini tra i suoi amici è verità storica che non si può negare, ma questo non significa – mi sembra perfino superfluo sottolinearlo – affermare che tutti i palestinesi (o tutti i musulmani) fossero nazisti o, peggio, lo siano ancora adesso.

La bella storia di solidarietà umana che ci racconta FranceTV Info non smentisce certo la propensione di molti leader dei paesi arabi per le potenze dell’Asse, ma risponde in modo esemplare proprio ad un principio del Talmud, secondo il quale salvare anche solo una vita umana significa salvare il mondo.

La storia è quella di un Imam il cui figlio ha scoperto, solo quattro anni fa, una serie di scritti e documenti del padre. Da questa vecchia valigia piena di carte appena in fase di studio, si evince comunque con certezza che Abdelkader Mesli, di origine algerina, emigrato giovanissimo in Francia e in Belgio per lavorare e divenuto uno degli Imam di Parigi, avrebbe protetto e dato rifugio, proprio all’interno della Moschea della capitale francese, ad alcune famiglie di sefarditi (ebrei originari dei paesi mediterranei) durante l’occupazione tedesca. L'Imam Abdelkader avrebbe aiutato anche altri perseguitati, fornendo loro tessere annonarie e, soprattutto, documenti falsi che attestavano una (falsa) appartenenza alla Comunità musulmana. Azioni analoghe a quelle compiute da molti cristiani in Italia e da molti sacerdoti cattolici. L’Imam Abdelkader Mesli fu allontanato da Parigi e ammonito dalle autorità francesi del governo collaborazionista a limitarsi a svolgere il suo compito di religioso (vedi foto). Ma Abdelkader continuò. Segnalato poi alla Gestapo, fu deportato nel luglio del 1944 a Dachau dove, nonostante le torture, non denunciò mai il gruppo di musulmani che operava in Francia a favore degli ebrei perseguitati. Fu liberato dagli Alleati nel maggio del 1945: era in cattive condizioni di salute e pesava 30 chili. Divenne poi Imam della Moschea di Bobigny.

Questa storia deve essere conosciuta e studiata meglio. Può dimostrare che chi veramente crede in Dio non può ignorare il dovere di solidarietà verso altri esseri umani la cui esistenza è in pericolo. Può dimostrare che la religione, se correttamente vissuta, porta a compiere degli atti che, nella loro semplice essenza di “banalità del bene”, sono davvero eroici. Infine, può dimostrare che c’è sempre tempo per scoprire che la storia, oltre a essere un alternarsi di vincitori e vinti, può essere anche una miniera che nasconde piccoli grandi esempi validi per affrontare il futuro.


Mohamed Mesli, il figlio di Abdelkader, dice giustamente che queste piccole storie che sembrano personali, devono essere studiate e diffuse, soprattutto oggi in cui è fin troppo facile, ma terribilmente pericoloso e sbagliato, attribuire a religioni diverse il sorgere o l’acuirsi di confitti che hanno, invece, ragioni o pretesti esclusivamente mondani. 

(giacomina cassina)   

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