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martedì 17 marzo 2015

Brevissima storia del porno

Erano gli inizi del Novecento, la storia era appena stata riscritta. Era infatti appena nato il cinema e, quasi contemporaneamente, veniva alla luce anche la pornografia. Nell'ambiente cinematografico, infatti, ci si rese ben presto conto di come questo genere potesse rappresentare la svolta del secolo, il genere che, più di qualsiasi altro, avrebbe comportato un esponenziale aumento in termini di liquidità.

Essendo, però, la pornografia vietata in tutti i Paesi del mondo, si vennero a creare, in ogni nazione interessata, veri e propri "circoli" di facoltosi imprenditori che, segretamente, finanziavano la produzione di pellicole a luci rosse, successivamente acquistate e rivendute all'interno di una ristretta cerchia di ricchi appassionati.
Con queste premesse, appare chiaro come, molto più che i filmati erotici in sé, apparissero eccitanti e trasgressive le modalità con cui si poteva ottenerli: il porno nasceva come nuova frontiera del proibito e, pertanto, rappresentava una merce ambita, su cui lucrare oltre ogni scrupolo. Proprio per questo, la produzione pornografica, in quegli anni, si configurò anche come un business irrinunciabile per la criminalità organizzata, soprattutto statunitense, che promettava lauti compensi a quanti si offrissero di collaborare nella realizzazione delle pellicole e, in special modo, alle interpreti, prostitute d'alto bordo note negli ambienti di potere.
Un fenomeno che la polizia tentò di contrastare in ogni modo fino alla Seconda Guerra Mondiale, salvo poi dare il via a una politica di tolleranza che sfociò, infine, nella legalizzazione, negli anni Settanta, della cinematografia a luci rosse: d'altronde, è bene precisarlo, con il movimento hippy si era data una nuova, decisiva, spinta alla produzione di questo genere. La pornografia non era più considerata una sfumatura del cinema, quanto una corrente culturale, un habitus sociale. Il primo stato a cedere in materia di legalizzazione fu la California: da quel momento, Los Angeles si configurò come la capitale dell'impero del cinema pornografico, con il centro più organizzato in produzione di film per adulti, presso la San Fernando Valley.
"Impero" perché, nonostante la realizzazione di questi film sia considerata "metropolitana" e "low cost", rappresenta una delle industrie più prolifiche del mondo, con un giro d’affari da miliardi di euro, che si è, di fatto, ampliata esponenzialmente, grazie a internet: da genere per pochi, la pornografia è divenuta in pochi decenni un genere pop, che tenta di soddisfare qualsiasi richiesta attraverso la realizzazione di vari sotto-generi. 
La diffusione in rete di produzioni hard, però, se da una parte accontenta il pubblico e amplia la clientela, dall'altra colpisce duramente l'industria cinematografica. I sitiche ospitano film a luci rosse (come il gruppo Manwin, vera e propria multinazionale del sesso, che gestisce Pornhub, YouPorn, RedTube, LiveJasmine, Brazzers e Xtube) collezionano infatti guadagni da capogiro, mentre i produttori dei film ospitati ricevono una percentuale minima, così come gli attori, i cui stipendi subiscono una decurtazione minima del 60%, destinata a rimpinguare le casse delle piattaforme che ne permettono la diffusione.
A dare l'ennesimo colpo alla cinematografia pornografica americana, poi, è stata la legge, entrata in vigore nel 2012, che obbliga gli attori della San Fernando Valley a utilizzare il preservativo nelle riprese. Una norma che, di fatto, ha ucciso l'industria pornografica made in Usa e affossato le nuove produzioni in California: tanto più che, dal 2012 a oggi, "l'impero" ha visto sfumare centinaia di miliardi di dollari e sta sempre più prendendo piede il fenomeno del "trasferimento": "Le case di produzione stanno cercando nuove aree fuori dalla San Fernando Valley" in cui girare, aveva spiegato, già ai tempi, il sindacato di genere, Free Speech Coalition.
Un destino che l'Italia conosce bene: sebbene, infatti, il mercato nostrano rappresenti una fetta consistente dell'industria pornografica internazionale, con un giro di affari di circa 1,5 miliardi di euro, neanche il made in Italy sembra intenzionato a rimanere nel territorio nazionale. Colpa, anche in questo caso, di una legge, approvata nel 2009, che ha introdotto la cosiddetta "porno-tax": questa prevede un’addizionale Irpef e Ires al 25% sui compensi derivanti da produzione, distribuzione, vendita e rappresentazione di materiale pornografico. Come se non bastasse, oltre all'imposta, l'industria pornografica italiana ha una spada di Damocle appesa sul capo: una sentenza di Cassazione del 2004, grazie alla quale è possibile annoverare il sesso su internet come reato di sfruttamento alla prostituzione.
Il risultato è stato palese: negli ultimi anni, nonostante l'Italia sia il primo paese in Europa per fruizione di contenuti per adulti sul web e con il maggior numero di abbonamenti alle tv a pagamento che offrono adult entertainement, i produttori preferiscono girare i film da immettere nel nostro mercato in altri paesi, dove vi siano meno rischi e meno costi. I dati risalenti al 2012 parlano di soli 200 film prodotti su territorio nazionale degli oltre 1500 immessi nel mercato.
In particolare, le nuove mete della realizzazione sono Ungheria, Repubblica Ceca, Germania e, più in generale, i paesi dell'ex blocco sovietico: qui, la produzione di film a luci rosse gode di agevolazioni come un normale settore dello spettacolo, nonché nell'assistenza sanitaria, per il controllo di malattie sessualmente trasmissibili. Budapest è la nuova capitale del sesso, in grado di soppiantare Los Angeles, ormai alle prese con una crisi senza precedenti.
E anche la ricerca di attori si fa più semplice: le pornostar maggiormente note in Italia sono da decenni, e oggi più che mai, in special modo ucraine, russe, moldave, ungheresi, ceche, slovacche, rumene, bulgare. Chi non lo è, lo diventa, come Rocco Siffredi, che ha preso la residenza ungherese, mentre sua moglie, Rosa Caracciolo, pseudonimo di Rózsa Tassi, celeberrima nell'industria italiana, è di Budapest.
I paesi dell'Est stessi, fiutando gli affari, si sono prodigati a spalancare le porte alle star del porno: i visti d'ingresso sono stati ottimizzati, così da permettere il soggiorno per tre mesi. In questo lasso di tempo, gli attori girano un film alla settimana, prima di ritornare a casa, con il gruzzolo in tasca: in contanti e in nero, ovviamente, dai 350 ai 600 euro per scena. Gli uomini ancor meno: massimo 200 euro. Fino a qualche anno fa, le cifre a scena si aggiravano tra gli 800 e i 1.300 euro.
Soldi da mettere da parte, perché l'ambiente del cinema a luci rosse è un mondo effimero, un lampo; così da sempre, con l'avvento dell'hard su internet, ancora di più. Dopo i trenta vi è già la pensione. Qualcuno riesce a restare sulla cresta dell'onda, pornodivi come, appunto, Rocco Siffredi, che è divenuto un simbolo, un "marchio" italiano; altri riescono a riciclarsi in nuove attività, come Ilona Staller, riscopertasi politicante, o Eva Henger, divenuta volto tv in "Paperissima sprint". Marilyn Chambers, stroncata da un aneurisma nel 2009, continuò ad apparire in film minori fino alla morte, ma sponsorizzò anche un sapone per bimbi. Infine, Moana Pozzi: prima di morire nel '94, scrisse un libro di sue memorie e divenne testimonial tv. "Faccio in pubblico quello che altre fanno sul divano dei produttori", scherzava.
Eccezioni, appunto. La maggior parte dei pornodivi sparisce nell'oblio, soppiantata da nuove leve, e dimenticata per sempre. D'altronde, come testimoniato da Silvio Bandinelli, proprietario di Show Time"non ci sono più le Jenna Jameson, le Selen, le Moana Pozzi, le Michelle Ferrari. Tutti sono intercambiabili oggi."
Lui, che diresse star come Eva OrlowskyRoberto Malone, Ursula Cavalcanti, in un'intervista a Panorama, spiegava come "il fatturato dell’industria porno sia letteralmente crollato del 60% in tre anni, il mondo che ho conosciuto è ormai al tramonto".
Colpa, anche in questo caso, delle nuove tecnologie, che hanno soppiantato l'industria "tradizionale": "Oggi la durata media di visione dei film acquistati sulle tv on demand è tra i dieci e i dodici minuti, e su internet ancora meno", rivelava inoltre Bandinelli. "Che senso hanno i professionisti dell’hard oggi? Il soggetto, la regia, la trama, le star, persino il nostro lavoro, che senso hanno?"

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