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domenica 1 febbraio 2015

Un modello di crescita economica per l'Europa

L’Europa che abbiamo costruito è un paese di circa mezzo miliardo di persone. Si tratta, nella maggior parte, di cittadini istruiti, che vivono prevalentemente in centri urbani, mediamente ricchi, protetti da robusti sistemi di sicurezza che non hanno eguali in altre parti del mondo.


Questi cittadini formano una massa di consumatori tra i più ricchi e i più evoluti del mondo, con modelli di vita articolati e complessi. Essi fanno dell'Europa il più grande e il più sofisticato mercato di consumo del mondo, perché in nessuna altra parte del pianeta c’è una simile concentrazione di consumatori evoluti.

L’Europa è anche il paese con il maggior numero d'imprese: grandi, medie e piccole. Si tratta di un reticolo d'imprese strettamente interconnesso, con flussi di scambi articolati e anch’essi sofisticati.



Queste imprese danno luogo a commerci e interrelazioni complesse, vendono sui propri mercati e all’estero, come dall’estero acquistano servizi e prodotti. Sono assistite e sono collegate a un fitto reticolo di professionisti che forniscono loro servizi e assistenza, costituendo di fatto un grande mercato intraindustriale.



Tutto questo fa dell’Europa il più grande, articolato ed evoluto mercato interno di tutto il pianeta. Con il 7% della popolazione mondiale e 17% del Prodotto interno lordo dell'intero pianeta, l'Europa è un motore che da solo può attivare una crescita poderosa.



C'è da aspettarsi, dunque, che la crescita dell'Europa trovi nella sua domanda interna la molla di avvio per superare ogni difficoltà e per rilanciare la crescita.



Così avviene nell’altro grande mercato interno del pianeta, gli Stati Uniti d’America che, con il 4% della popolazione mondiale e il 16% del Pil mondiale, hanno sempre puntato sulla domanda interna per riprendere la via della crescita, quando un rallentamento ciclico li ha caratterizzati.



Mai si è vista una ripresa economica degli Usa trainata dalle esportazioni, perché la forza del loro mercato interno rende la politica economica americana relativamente indipendente dalle fluttuazioni degli altri paesi.



Ed è anche per questo che è stata costruita l'Europa, con una moneta unica che riguarda i due terzi della popolazione europea e un mercato interno vasto e aperto a tutti, per diventare un'area che non dipendesse dal cambio della propria moneta e che avesse al suo interno la capacità di crescita e di ripresa.



Invece, bisogna ammettere che così non è in questa lunga crisi economica. L’Europa continua a dipendere dall'estero e aspetta che siano le esportazioni verso altri paesi a tirarla fuori dalla più profonda recessione del dopoguerra, come se fossero ancora 28 piccoli paesi divisi e isolati.



L'Europa è tuttora la somma di nazioni relativamente piccole che lottano per conquistare i mercati esteri, poiché le dimensioni dei loro mercati interni sono tali da non poter garantire una crescita sostenuta.



Perché quest'anomalia? Perché l’Europa continua a cercare fuori di essa la molla per crescere, mentre gli Usa hanno già recuperato i precedenti livelli di attività ed hanno ripreso a espandersi, seppure a tassi moderati? Stando così le cose, dobbiamo ammettere che ancora prevalgono i vecchi modelli nazionali e che non c'è ancora un’Europa unita.



Questo modello di crescita trainato dalle esportazioni ha prevalso lungo tutto il periodo della ricostruzione postbellica per i paesi dell'Europa occidentale e poi si è trasferito ai paesi dell'Europa orientale, una volta caduto il Muro di Berlino.



Né allora poteva essere altrimenti, perché ogni singolo paese europeo era troppo piccolo per avere un mercato interno capace di trainarlo, sicché ogni sforzo nazionale è stato dedicato, per oltre cinquanta anni, a far crescere le esportazioni.



La presenza di monete nazionali, fino alla fine del secolo scorso, ha accentuato questo sforzo di esportazione, basato sulla competitività dei paesi, corretta periodicamente da variazioni nei tassi di cambio reciproci. Di fatto si è affermato un modello export-led per i paesi europei.



Le esportazioni erano la componente della domanda globale che cresceva autonomamente e garantiva una crescita dei profitti e dei salari.



A loro volta i maggiori profitti e salari, sollecitati dalle esportazioni, suscitavano una domanda interna per investimenti e consumi e tutto il sistema economico cresceva tendendo verso la piena occupazione.



I tentativi di rilanciare la crescita attraverso un sostegno centrato essenzialmente sulla domanda interna erano sempre falliti perché finivano per sollecitare importazioni dagli altri paesi europei, senza troppo incidere sulla crescita delle produzioni nazionali.



Questo modello di crescita è durato a lungo ed è radicato nella memoria, nei comportamenti e nella mentalità europea, al punto che gran parte dell'apparato delle politiche economiche dei paesi europei si basa ancora su di esso, ossia su misure che favoriscano la competitività e, quindi, le esportazioni.



D'altro canto, finché i singoli paesi europei avevano una loro moneta nazionale, l'attenzione alla bilancia dei pagamenti era fondamentale, poiché uno squilibrio permanente nei conti con l'estero si ripercuoteva sul valore esterno della moneta e, quindi, anche sui tassi d'interesse interni e sull'inflazione, con costi notevoli e difficoltà di gestione della politica economica.



Quando l'Europa ha varato il progetto del Mercato unico Interno e dell'euro, uno degli obiettivi era proprio quello di trasformare un'area economica dove i paesi fossero trainati dalle esportazioni in un'area con una consistente domanda interna che fosse relativamente indifferente alle variazioni del tasso di cambio della propria moneta.



Invece, la logica che ha presieduto alla costruzione dell'Ue è stata la ripetizione su scala continentale dei modelli nazionali export-led.



Le regole di Maastricht per l'ingresso nell'euro, gli obiettivi di Lisbona 2020, i patti di stabilità e il Fiscal compact approvato da (quasi) tutti i paesi europei, seguono tutti la logica dell'equilibrio nazionale e della ricerca della competitività a livello di singolo Stato, per esportare il massimo e derivare da queste esportazioni la spinta necessaria per crescere.



La logica di questa costruzione implica che una somma di nazioni ugualmente competitive (grandi o piccole) dia luogo a un'Unione competitiva. Eppure non è così.



L'esempio più evidente è la Germania. Grazie alle riforme varate nel primo decennio di questo secolo e grazie a una struttura produttiva forte, la Germania ha accresciuto le sue esportazioni, avendo flessibilizzato il mercato del lavoro interno, contenuto i costi di produzione e i salari, ossia a scapito della domanda interna.



Poiché queste operazioni sono state fatte in una fase di crescita mondiale forte per l'emersione delle economie asiatiche e di domanda crescente anche in Europa, la Germania ha visto crescere la sua economia soprattutto grazie alle esportazioni.



La competitività della Germania è così aumentata senza che il cambio della sua moneta si apprezzasse, dato che fa parte dell'Eurozona, dove altre economie avevano problemi di competitività opposti.



La crisi finanziaria globale, scoppiata nel 2008, ha colpito la Germania come tutti gli altri paesi. Ma la Germania è riuscita comunque ad accrescere le sue esportazioni e a mantenere un discreto tasso di crescita, nonostante una domanda interna debole.



Potevano gli altri paesi europei fare la stessa cosa? Teoricamente sì, ma il risultato complessivo sarebbe stato ben diverso. Contenere i costi e i salari avrebbe significato deprimere la domanda interna di tutti i paesi europei per favorire le esportazioni.



Se tutti i paesi europei avessero seguito con successo la stessa strategia, sarebbe venuta meno la domanda interna europea e avrebbero pertanto conseguito risultati meno soddisfacenti in termini di crescita rispetto a quelli ottenuti dalla Germania da sola.



Ne è una prova indiretta, il fatto che nel 2014 la stessa Germania ha accusato un forte rallentamento a causa del deteriorarsi della domanda europea, non compensato da recuperi nella domanda interna, in una fase in cui tutti gli altri paesi europei hanno accusato un rallentamento congiunturale.

Perseguire una maggiore competitività ed efficienza è senz'altro un obiettivo necessario per una nazione come per un'area vasta come l'Europa, ma non può essere il solo obiettivo di un grande paese.

Come detto, l’Europa è il mercato interno più grande e più articolato del mondo. Può un'Europa di queste dimensioni dipendere, per la sua crescita, dalla domanda asiatica o africana? Può riporre tutta la sua politica nel sostenere le esportazioni verso i paesi emergenti o verso gli Usa?



Se l'Europa non sa trovare nella sua domanda interna il motore della sua crescita e se deve dipendere dalle altre economie, allora l'Europa è destinata ad avviarsi verso un fallimento certo.



L'Europa non può avere un modello di crescita export-led, anche se i singoli paesi europei sono vissuti con questo modello. La costruzione di un mercato interno e l'adozione di una moneta unica implicano la transizione verso un'Europa che abbia nella domanda interna il motore e l'acceleratore della crescita.



I singoli paesi europei non possono essere simultaneamente tutti egualmente competitivi anche perché nella prima fase di costruzione dell'Unione europea, con l'adozione di una moneta unica, avviene necessariamente un processo di specializzazione per vantaggi comparati che determina fenomeni di concentrazione delle capacità produttive.



Questi fenomeni di specializzazione avvengono in modo asimmetrico, perché alcuni paesi perdono determinate capacità produttive a favore di altri, prima di potersi riequilibrare con altre attività.


E non è detto che un tale riequilibrio avverrà per tutti, dato che anche grandi paesi ormai consolidati, come gli Usa, hanno al loro interno forti divergenze e forti difformità territoriali che tendono a permanere.



Una grande nazione integrata non sarà mai composta da territori tutti egualmente sviluppati, competitivi e in equilibrio nei loro conti esterni.



Alcune aree saranno sempre più forti di altre, ma l'unione permetterà a tutte di beneficiare di vantaggi perché anche le aree in situazione di disavanzo nei conti esterni sono funzionali a quelle in situazione di avanzo, secondo una logica di specializzazione territoriale che già vediamo all'interno delle nostre nazioni.



Ecco allora che la prima fase dell'Unione europea si dovrà fare accettando divergenze anche crescenti, con perdite di competitività da parte di alcune aree e guadagni da parte di altre. Sarà dunque necessaria una rete di protezione comune per superare questa fase.



In altre parole, tutto il contrario di quanto si pretende ora in Europa, dove si chiede a ogni nazione (piccola o grande) di avere le stesse capacità competitive, di avere un sostanziale equilibrio nei conti interni e in quelli con l'estero, quasi che non si facesse parte tutti di un'Unione, ma si fosse ancora un insieme di paesi separati con le proprie monete e i propri mercati interni.



Affinché l'Unione europea possa essere un paese che ha nella sua domanda interna la fonte della sua crescita, occorre che la politica economica dell'Ue si basi sulla valorizzazione del mercato interno, così come la crescita degli Usa deriva dalle scelte di politica economica che il governo americano fa con riferimento al proprio mercato interno.



Il valore esterno dell'euro dovrà essere lasciato alle fluttuazioni del mercato, senza che esso sia determinante per la crescita del Vecchio continente.



Questo implica un progressivo allargamento del bilancio europeo a scapito dei bilanci nazionali: ossia tutto il contrario di quanto i governi europei hanno deciso nell'ultima sessione, dove ci si è vantati di aver limitato le risorse proprie dell’Ue.

La crescita della domanda interna europea non dovrà essere necessariamente il prodotto di eventuali manovre di bilancio pubblico.



Essa dovrà derivare anche dall'attività normativa volta al conseguimento di un reale miglioramento delle condizioni di vita della gente. Una regolazione intelligente, tesa al miglioramento della qualità della vita e volta al futuro delle nostre generazioni, può rappresentare un fattore importante di crescita delle nostre economie.



Per fare un esempio, le regole per il contenimento delle emissioni atmosferiche rappresenteranno non solo un obiettivo di riduzione dell'inquinamento, ma anche un sostegno verso la ricerca di nuove soluzioni e nuove tecnologie che indurranno a un cambio sostanziale dei processi di consumo e di produzione con fenomeni di sostituzione per molti beni e servizi. Queste sostituzioni rappresentano un sostegno alla domanda interna europea.



I paesi avanzati, come l'Europa, non cresceranno in futuro perché avranno bisogno di maggiori consumi, di maggiori abitazioni e finanche di maggiori infrastrutture. Essi cresceranno perché sostituiranno beni, abitazioni, servizi e infrastrutture con altre di qualità e livello superiore, grazie anche all'innovazione tecnologica.



L'Europa deve trovare nella domanda interna il suo motore di crescita perché un'area così ricca e sviluppata non può dipendere dalle evoluzioni cicliche delle aree emergenti. Questo non significa rinunciare a esportare e a essere competitivi.



Al contrario: significa muoversi verso l'alto nella gamma delle produzioni, aprire nuovi campi di ricerca e sviluppare nuove esigenze di vita che poi saranno esportate anche negli altri paesi e aree geografiche.

L'attenzione alla domanda interna è poi necessaria anche per continuare a far crescere le imprese vocate all'esportazione. Infatti, se si vuole dare continuità al processo di sviluppo e alla competitività intesa in maniera sostenibile nel tempo, occorre che il tessuto produttivo sia solido in tutti i suoi comparti.



La capacità di esportazione di un paese riposa non solo sui costi e sulla qualità delle produzioni delle imprese esportatrici, ma anche e soprattutto dall'ambiente produttivo circostante che fornisce parti necessarie, servizi, professionalità, conoscenze e quant’altro.


Una politica che favorisse solo le esportazioni finirebbe per essiccare l'ambiente esterno che invece vive essenzialmente di domanda interna.

 Abbattere i salari, cercare subforniture in paesi a basso costo del lavoro, tagliare la spesa pubblica per ridurre le tasse e i costi di produzione, finisce per desertificare l'ambiente esterno alle imprese che esportano, con il rischio di far morire progressivamente anche loro, per mancanza di fattori produttivi, o perché si trasferiranno là dove questi fattori ancora esistono.



L'Unione europea o sarà un grosso mercato interno che trascinerà nella crescita il resto del mondo, o sarà la somma di tanti piccoli paesi che si faranno una guerra reciproca per mantenere qualche quota di mercato internazionale a scapito dei paesi emergenti: e questo sarebbe la fine dell'Europa unita.

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