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martedì 17 febbraio 2015

Ultimatum alla Grecia Blitzkrieg o boomerang?

Il giorno dopo si dovrebbe riflettere con più calma. Non sappiamo se questo stia avvenendo all'interno dei governi del continente, di certo non avviene sui media mainstream.


La notizia è nota. L'Eurogruppo ha presentato ieri sera al governo greco un autentico ultimatum: o accettate di proseguire nel "programma di salvataggio", comprensivo di tutte le "riforme strutturali" che avevamo fatto accettare al governo Samaras (il Memorandum), oppure la discussione finisce qui. Come ha spiegato il Commissario all'economia, il francese Pierre Moscovici, "Questo è un 'piano A'. Non c'è un 'piano B'".

L'accettazione piena di questo ultimatum è la condizione posta per convocare una nuova riunione dell'Eurogruppo, venerdì 20 febbraio. In quel caso si potranno trovare tutte le "formule lessicali" necessarie ad addolcire la pillola, prorogare le scadenze sugli impegni, concedere nuovi "aiuti" ad Atene; ovvero erogare quella liquidità che può consentire di pagare stipendi e pensioni.

Un rapido calcolo dei soliti "esperti" ha quantificato in quasi 60 miliardi di euro il costo di un nuovo "salvataggio". E suona quasi ridicola la preoccupazione con cui il numero viene scritto nei titoli; specie se si pensa al fatto che la Bce sta per immettere sui mercati la stessa cifra a cadenza mensile e per diciotto mesi consecutivi. Ma quelli della Bce vanno alle banche, mentre quelli ad Atene sarebbero vincolati al programma politico di Syriza e alle necessità "umanitarie" del popolo greco. Non c'è partita: solo la seconda spesa è da considerarsi eccessiva.

Diciamo subito che non c'è alcuna ragione economica a supporto dell'atteggiamento dell'Eurogruppo. Tutti sono consapevoli che Atene non potrà mai ripagare il debito creato da Karamanlis-Papandreou-Samaras e ingigantito dal "salvataggio" messo in campo dalla Troika (basta dare una scorsa all'intervento di Vincenzo Visco, pubblicato oggi su IlSole24Ore, che più sotto riportiamo).

Il problema è puramente politico e riguarda la costruzione dell'Unione Europea. Ogni apertura ad Atene implicherebbe analoghe richieste da parte di quasi tutti gli stati dell'Unione, fin qui intimiditi a colpi di prescrizioni Ue e tagllio del rating. Sarebbe la fine di molti tra i trattati che costituiscono, per ora, l'unica architettura istituzionale dell'Unione; ne discenderebbe la necessità di ricontrattarli, prevedendo molte più variabili di quante non ne siano oggi comprese. Il tutto in piena crisi economica, quando gli squali della finanza globale si gettano con avidità sul corpo del soggetto in un certo momento ritenuto debole. E l'Unione Europea impegnata nel ridiscutere faticosamente - e molto conflittualmente - i trattati fondamentali, sarebbe certamente un obiettivo appetitoso.

Quindi, no a qualsiasi richiesta greca che possa suonare come una "riforma" delle regole fondamentali. E chissenefrega - pensano a Berlino e Bruxelles - se quelle regole non sono in grado di funzionare, se non hanno retto alla prova della crisi e se proprio la Grecia - torturata come una cavia da laboratorio in cinque anni di governo diretto della Troika ("waterboarding fiscale", lo ha chiamato ancora ieri il ministro delle finanze Yanis Varoufakis) - sta lì a dimostrare le conseguenze pratiche di una gestione folle.

Una scelta basata sulla forza: diciotto paesi dell'Unione contro la derelitta Ellade, che economicamente non conta quasi nullla.

Ma è una scelta anche intelligente?

Quando si sentono ultimatum provenire da Berlino, inevitabilmente, si sente odore di blitzkrieg, di "guerra lampo", annichilimento rapido del nemico e poche perdite per l'aggressore. Non è mai andata come i generali prussiani avevano messo in preventivo, come se una straordinaria capacità di concentrare energie e abilità tattiche fosse costantemente accecata da una ottusità strategica innata. E indegna di una classe dirigente che pure avrebbe dovuto trarre un qualche insegnamento della sua straordinaria scuola filosofica.

E' possibile che Tsipras, Varoufakis e gli altri membri del governo ellenico stiano in queste ore meditando su una mossa che di fatto significherebbe cedimento totale, anche se condita in salsa "mediatoria". In fondo, i sondaggi svolti nelle ore precedenti la riunione dell'Eurogruppo, rilevavano che quasi il 68% degli elettori greci voleva un "buon compromesso" con i partner europei, mentre un robusto 30% (comunque meno della metà) sperava in un ritorno alla dracma. Così come l'81% vorrebbe rimanere nell'eurozona, l'80% giudicava "positive" le prime mosse del governo Tsipras e il 55% lo giudicava al di sopra delle proprie aspettative. Indicazioni altamente contraddittorie, come si vede, da cui è difficile trarre conclusioni "populisticamente" univoche.

Ma è possibile anche che si stiano prendendo altre decisioni. La situazione economica del paese è tale che "proseguire" sulla starda indicata dalla Troika è semplicemente un suicidio. E in fondo ci sono tre "piccoli" paesi come Russia, Cina e Stati Uniti che si sono fatti avanti proponendosi - in modi decisamente diversi tra loro - come sponde, sponsor, prestatori. Al pari del mettersi a stampare autonomamente euro, una qualsiasi apertura ateniese verso uno o tutti e tre questi interlocutori sarebbe un boomerang spaventoso per l'Unione Europea vista ieri all'Eurogruppo. Se si può cercare la salvezza rivolgendosi ad altri, infatti, che senso ha star dentro a una comunità capace soltanto di strangolare i propri componenti più fragili?

Inutile mettersi a fantasticare, certo. Ma qui si vede chiaramente il montare di una tragedia di dimensioni continentali. Quindi globali. Da un lato una comunità mal concepita e peggio costruita, asservita fin dalla fondazione agli interessi del capitale finanziario e delle multinazionali produttive (con quelle tedesche ovviamente in prima fila, per questioni di "peso specifico"), incapace di rimettersi in discussione anche di fronte all'evidenza, al dunque capace di stracciare l'apparenza dell'"insieme comunitario" per mettere in scena il protagonismo dei paesi-guida (è accaduto con il vertice di Minsk sull'Ucraina, dove sono andati Merkel e Hollande, mica la "ministra degli esteri" della Ue, tal Federica Mogherini).

Dall'altra un paese piccolissimo. Che però non ha più molto da perdere.

Comunque vada, insomma, l'Unione Europea ne uscirà a pezzi. Anche se magari vincerà questa battaglia. Eliminare praticamente dalle opzioni possibili quella della "riformabilità" - eliminare i "piani B" - è una decisione che nessun giocatore di scacchi, e tantomeno uno stratega di valore, prenderebbe mai. Ma la Ue l'ha fatto.

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