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venerdì 20 febbraio 2015

Stare coi “numeretti” a scuola: loro sono motivati, e noi? (2)

Classi di 100/150 allievi e anche più
Qualche settimana fa abbiamo parlato dei “numeretti”, ossia di quelle centinaia di milioni di persone che entrano nelle statistiche degli organismi internazionali per occupare sempre gli ultimi posti quando si parla di reddito, di speranza di vita, di sanità, di istruzione … Pensare a come si realizza la loro formazione scolastica, in questi giorni in cui si parla della riforma della nostra scuola, non è per niente fuori luogo.

Quando andai a Bobo-Dioulasso in Burkina Faso, infatti, lo scopo principale del viaggio era di assistere alla cerimonia per festeggiare la fine dell’anno scolastico di Suleymane, un ragazzino speciale che la mia amica ha preso tanto a cuore da considerarlo come e più di un figlio. All'arrivo, ci dissero che la cerimonia era stata annullata per due motivi molto seri: il primo, che proprio quel giorno era iniziato il Ramadan, mese in cui non si fanno feste, ma ci si ritrova la sera tra amici per pregare, riflettere e rompere il digiuno insieme. Il secondo, davvero sconvolgente per noi occidentali sindacalizzati e arrabbiati, era che i maestri avevano deciso autonomamente di continuare a tenere aperta la scuola, anche ad anno scolastico terminato, per dare ai ragazzini una possibilità in più di occuparsi, di trovarsi in un luogo sicuro dove giocare e, se capitava, anche per riempire qualche lacuna di apprendimento trascinatasi nel corso dell’anno scolastico. 

I maestri burkinabé delle scuole pubbliche sono una specie a parte di santi. Due amici professori ci spiegarono che gli insegnanti erano perfettamente coscienti che la grande maggioranza dei ragazzi non avevano un retroterra familiare che li potesse aiutare e tanto meno stimolare. Di conseguenza, a volte decidevano azioni del genere perché tutti, anche i più disagiati, potessero stare al passo. E tutto questo senza chiedere nemmeno un soldo in più, ma solo per puro spirito di servizio. E aggiunsero un altro dato da far rabbrividire: il numero di scolari per classe (e per docente) è sempre superiore ai 100 (cento) alunni e può sfiorare i 200 (duecento, capito bene?), i materiali sono forniti ben sotto il livello minimo necessario; giusto per fare un esempio, sarebbe normale che ogni classe avesse una scatola di gessetti al mese … no, tutta la scuola che il nostro amichetto Suleymane frequenta ottiene 9 scatole per l’intero anno e gli allievi sono più di 900. E non è finita: non ci sono libri, perché costerebbero troppo ma solo un sussidiario che viene lasciato in classe perché i piccoli non lo perdano o non lo rovinino. Anche le fotocopie sono un onere che le scuole non possono sostenere, così ogni insegnante scrive, di proprio pugno, sul quaderno di ogni allievo (pensate al docente che ha una classe di 150 allievi...), lo schema degli esercizi. Ho avuto tra le mani uno di questi quaderni con la scrittura pulita, elegante, fatta con la penna rossa dalla maestra e i puntini (sempre in rosso) per segnare gli spazi dove l’allievo deve scrivere la risposta … mi viene ancora adesso un groppo alla gola quando ci penso. 

Tornare da scuola è una festa proprio come andarci
Certo, le classi sovraffollate e la necessità, per molte famiglie, di essere aiutate anche dai piccoli e piccolissimi nelle attività di sussistenza, determinano una frequenza oscillante al limite del dropout. Molti genitori riescono a fatica a pagare l’iscrizione a scuola (che corrisponde per le scuole superiori, ad un salario medio mensile) e magari non ce la fanno più a pagare la tassa per gli esami, così si resta senza passaggio formale da un ordine di scuole all'altro… La scuola è sì, pubblica, ma si paga un “ticket” costoso.

Questa situazione è trascritta in alcune scarne statistiche internazionali. L’HDR, l'Human Development Report, che classifica i paesi nel mondo in rapporto al loro livello di sviluppo umano, nella sua edizione del 2014 distingue tra gli anni di istruzione obbligatoria effettivamente seguiti e quelli previsti e il risultato è questo: per le ragazze, dei 7 anni di scuola previsti, ne vengono frequentati meno di 2 mentre per i ragazzi la situazione è ancora peggiore perché, se gli anni previsti sono 8, gli effettivi sono poco più di uno. E forse vale la pena di aggiungere un altro dato dell’HDR: tra i minori, la percentuale di chi è denutrito è quasi il 33%. Moltissimi bambini, trai quelli che abbiamo conosciuto e frequentato, vivono in condizioni sanitarie disastrose e sono frequentemente vittime di malattie endemiche come la malaria. Andare a scuola è, per loro, un lusso ma anche una libertà e un'opportunità di cui si sentono corresponsabili.

Quando vai lì, sul posto, e vedi che tutto è fragile, incerto, approssimativo, faticoso, ma vedi anche che sia i ragazzi, sia le loro famiglie, vogliono davvero avere un po’ di istruzione, come prima reazione vorresti solo organizzare eserciti di insegnanti e di finanziatori per garantire, a tutti i minori del Burkina almeno la scuola dell'obbligo che tanto desiderano.

Certo, avrei qualche perplessità a proporre alla cieca ad insegnanti italiani altamente sindacalizzati e magari anche politicizzati, di andare in Burkina Faso … avrei paura di trasmettere dei virus che laggiù non esistono: la demotivazione e la mancanza di spirito di servizio. Perché, se leggo le notizie che riguardano l’iter de “la buona scuola”, sembrerebbe che basti assumere 140 mila precari e passare (o non passare) dai voti numerici ai giudizi alfabetici per risolvere ogni problema e, quindi, che con qualche milione di € in più, strappato da sindacati agguerriti e arcigni per interventi a favore di salari e strutture, ci si possa proiettare in un’Italia del sapere e del saper fare che ce la sognavamo dai tempi della creazione dell’Università di Bologna…

Sono stata insegnante di scuola media e media superiore per alcuni anni e ho potuto avere diverse esperienze successive nella formazione di giovani sindacalisti. Temo di sapere di che cosa parlo. Purtroppo. E registro una pressoché totale assenza di attenzione ai contenuti e ai metodi. Quello che più mi sconvolge, infatti, è che ogni governo metta in cantiere una nuova e decisiva “riforma della scuola” senza arrivare mai ad applicarla in modo che se ne possano verificare gli effetti. In Asia e soprattutto in Cina e India, da diversi anni sono state introdotte riforme radicali in tutti i cicli scolastici con un obiettivo preciso: preparare i giovani ad affrontare le sfide future. Ciò ha implicato un forte impegno  verso la matematica e le materie scientifiche e uno sforzo teorico, metodologico e pratico nell’uso delle nuove tecnologie. Oggi, i ragazzi cinesi con diploma superiore a Shanghai o quelli indiani a Bangalore ( Rampini ) entrano e seguono con profitto qualsiasi corso universitario negli Stati Uniti o in Germania o in Gran Bretagna. Di queste sfide non sentiamo parlare. Ci accucciamo nella vergogna di essere sempre mal collocati nelle classifiche PISA/INVALSI (OCSE - vedi soprattutto pag. 24) e lì restiamo.

Dire, come ha fatto a suo tempo la Gelmini, che in Italia esiste una vera e propria “emergenza didattica in matematica” è sacrosanto, ma non è sufficiente se poi lasciamo la scuola, senza alcuna chiara strategia per lo sviluppo culturale dei giovani (e del paese), in mano a molti – forse troppi – insegnanti incapaci di motivare gli studenti e di trasmettere loro, più che nozioni, un metodo di apprendimento e di studio. E non saranno certo un centinaio di € in più al mese a motivare gli insegnanti, legati a doppio filo a “Programmi Ministeriali” farraginosi e stantii, per trovare forze ed energie per sperimentare ed innovare tanto i metodi di trasmissione del sapere, quanto quelli che stimolano l’auto-apprendimento e la voglia di scoprire “a che serve” questo “sapere”.

Se ci accontentiamo di fare del maquillage, la nostra scuola continuerà a navigare in una palude di demotivazione, come un barcone di disperati verso una terra promessa in cui non si crede più. E Dio assista il legislatore della prossima “riforma” impedendogli di perdere per strada due concetti fondamentali, accennati nel documento “La Buona Scuola” che il governo ha sottoposto alla consultazione on-line, e che chiamano in causa la responsabilità diretta degli insegnanti.

Il primo passaggio afferma “Il Consiglio dell’Istituzione scolastica diventerà il titolare dell’indirizzo strategico dell’Istituzione; il Collegio docenti avrà l’esclusiva della programmazione didattica…” E il secondo specifica: “Infine, per capire in profondità che cosa 'si impara a scuola' è invece necessario consultare le indicazioni nazionali che sono state recentemente aggiornate e definiscono gli obiettivi didattici per ogni disciplina in termini di competenze da acquisire, e volute per superare quelli che erano i 'Programmi Ministeriali': il punto non è più descrivere meticolosamente quali contenuti devono apprendere i nostri ragazzi, ma definire obiettivi di apprendimento e traguardi didattici moderni.”

Se solo partissimo da questi concetti per costruire il resto del castello della riforma, beh, forse potrebbe essere anche “la svolta buona” per la nostra scuola.

(giacomina cassina)

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